Melaine Dalibert – Ressac

Another Timbre, 2017
contemporary classical, minimalism


La musica contemporanea mi ha trasmesso l’ossessione del tempo: quello perduto e ritrovato della nostalgia, quello che ci manca (o come direbbe Enrico Ghezzi, quello a cui manchiamo), quello che sentiamo la necessità di mettere a frutto, di rendere “compiuto”. Sono sempre più attratto da una musica – in molti non la chiamerebbero nemmeno tale – che faccia un utilizzo del tempo spropositato, fuori dal comune e forse addirittura fuor di ragione, perché vi riconosco l’utopica volontà di sostituirlo, duplicarlo, abbracciarne l’immateriale estensione.

Il pianista bretone Melaine Dalibert è un discepolo spirituale del minimalista Tom Johnson, compositore americano emigrato in Francia, a sua volta allievo di Morton Feldman. La linea di un tempo sospeso, non più percepito distintamente, si intreccia con le simmetrie della matematica, materia di studio astratta per eccellenza, dando forma a partiture modulari i cui processi generativi potrebbero proseguire all’infinito, come nel riflesso assoluto raggiunto dall’ambient music di Brian Eno.
Procede al ritmo di una sola nota per volta, in una catena fragile ma continua, la lunga meditazione di Ressac: letteralmente la “risacca”, il frangersi del gesto musicale su una superficie sconfinata che non conosce passato né futuro – un piano, per l’appunto, oggettivato al pari delle monumentali composizioni di Feldman.

Ma la straordinaria rivelazione sta proprio nel fatto che è il tempo, unicamente quello, a trasmettere un vago sentimento languido alle note, toni puri che appena si sfiorano tra loro, senza seguire progressioni collaudate tali da caratterizzare la composizione come apertamente malinconica.
Lo stesso avviene, a ritmo più regolare e lievemente sostenuto, nel brano d’apertura “En Abyme”, espressione anch’essa riferita alla cosciente ripetizione di una cellula di significato fondamentale, quella entro cui può risolversi un’intera narrazione complessa. Un gioco di specchi ove ritorna, peraltro, l’incedere dello “Spiegel im Spiegel” di Arvo Pärt, geometria perfetta di un canto dell’anima pienamente pacificata.

Nell’opera del poeta sudamericano Derek Walcott (1930-2017) lo sciacquio del mare e il frangersi delle onde sulla riva sono l’unica costante dello scenario in continuo mutamento che è la storia dell’uomo, dall’epica di Omero alle stragi di migranti dei giorni nostri. Il tempo esiste soltanto in funzione nostra, poiché tutto è sempre (e da sempre) presente.


La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


Contemporary music has given me the obsession of time: the lost and found one of nostalgia, that which we lack (or as Enrico Ghezzi would say, that to which we go missing), the one we feel the need to put to use, to make “accomplished “. I’m increasingly attracted to a kind of music – many would not even call it such – that makes use of time in a disproportionate fashion, out of the ordinary and perhaps even out of reason, because I recognize the utopian desire to replace time, duplicate it, embrace its immaterial extension.

The Breton pianist Melaine Dalibert is a spiritual disciple of the minimalist Tom Johnson, an American composer who emigrated to France, who in turn was a pupil of Morton Feldman. The line of suspended time, no longer perceived distinctly, is intertwined with the symmetries of mathematics, the subject of abstract study par excellence, giving form to modular scores whose generative processes could continue indefinitely, as in the absolute reflection reached by Brian Eno’s ambient music.
The long meditation of Ressac proceeds at the rhythm of only one note at a time, in a fragile but continuous chain: literally the “undertow”, the rippling of the musical gesture on a boundless surface that knows no past or future – a plane (piano), in fact, objectified like in Feldman’s monumental compositions.

But the extraordinary revelation lies in the fact that it is time, only that, which transmits a vaguely languid feeling to the notes, pure tones barely touching each other, without following already tried progressions that would characterize the composition as openly melancholic.
The same occurs, at a more regular and slightly sustained rhythm, in the opening work called “En Abyme”, an expression also referred to the conscious repetition of a cell of fundamental significance, the one within which an entire complex narrative can be resolved. A game of mirrors where Arvo Pärt’s “Spiegel im Spiegel” returns, like the perfect geometry of a fully pacified chanting of the soul.

In the work of the South American poet Derek Walcott (1930-2017) the rinsing of the sea and the breaking of the waves on the shore are the only constant in the ever-changing scenario that is the history of man, from Homer’s epic to the massacres of modern day migrants. Time exists only in our function, since everything is always (and since always) present.

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