Michael Vincent Waller – Moments

Unseen Worlds, 2019
modern classical

Cover Photography: Phill Niblock © 2013

Due anni dopo l’esordio discografico per la Recital di Sean McCann, il giovane compositore statunitense Michael Vincent Waller raccoglie un altro corpus di brani per pianoforte o vibrafono – in gran parte datati al 2018 – per fare ingresso nel catalogo della onorata Unseen Worlds, editrice tra le altre cose di importanti reissue in ambito elettronico e sperimentale “vintage” (da Laurie Spiegel a Carl Stone, da Lubomyr Melnyk a “Blue” Gene Tyranny).
Moments non riserva sorprese in merito allo stile compositivo di Waller, che si conferma perfettamente bilanciato tra la pregnanza sonora della New York School sessantiana e la più recente sensibilità neoclassica.

Affidati nuovamente al pianista minimal d’eccellenza R. Andrew Lee, i primi dieci brani sono miniature dalle squisite finiture geometriche: “For Papa” e le successive dediche a Pauline (Oliveros) e Jennifer (Waller, cugina dell’autore) sono ritratti essenziali e infusi di modesta grazia, scevri da smaccati mielismi eppure commoventi nel tocco sempre posato del pianista; nei brevi colpi d’occhio del quadripartito “Return From L.A.” riemerge l’imprescindibile lezione melodica di Satie unita alle cromie pastello di Joe Hisaishi, mentre i due “Nocturnes”, pur con la stessa tavolozza, si approssimano in spirito e tonalità alle solenni introspezioni di Zbigniew Preisner per i drammi morali di Kieslowski.

L’ingresso in solitaria del vibrafono di William Winant avviene coi quattro movimenti di “Love”, micro-narrazione che sembra suggerire un balletto di marionette apparso in sogno, tra cullanti progressioni gamelan via Reich (I, II) e sequenze ascendenti interrogative alla Feldman (III), sino a un sipario finale accelerato che accompagnerebbe la fuga delle ipotetiche figurine animate dalla dimensione onirica.
Anche “Vibrafono Studio” porta l’eco del maestro di “Rothko Chapel”, a sua volta particolarmente legato a questa ipnotica percussione, che qui insegue pattern a ritmo variabile in un contesto a-descrittivo di ripetizione apparente.

Michael Vincent Waller

Completano il quadro “Roman”, divagazione pianistica sostenuta da un basso arpeggiato e dispiegata in volute luminose dalla mano destra; l’enigmatica “Stolen Moments”, che indugia maggiormente sulle risonanze naturali nelle pause tra gli accordi; infine “Bounding”, uno tra i pochi pezzi chiaramente riconducibili al presente storico e agli stilemi di marca Erased Tapes, intriso com’è di estatica malinconia lungo l’arco di un imprevedibile climax emozionale.

La sostanziale differenza tra Michael Vincent Waller e i suoi comprimari europei è da individuarsi, in definitiva, in un know-how compositivo e in una disinvoltura espressiva in grado di far tornare attuali moti d’animo distanti nel tempo, dal Romanticismo ottocentesco sino alla sua riscoperta più di un secolo avanti, tratteggiando così sul pentagramma momenti slegati dalla temporalità, universali ancorché intimi. E di qui, inaspettatamente, si è davvero a un passo dal sublime.


La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


Two years after his debut album for Sean McCann’s label Recital, the young American composer Michael Vincent Waller collects another corpus of pieces for piano and for vibraphone – mostly dated to 2018 – to enter the catalog of the honorable Unseen Worlds, publisher among other things of important reissues in “vintage” electronic and experimental music (from Laurie Spiegel to Carl Stone, from Lubomyr Melnyk to “Blue” Gene Tyranny).
Moments reserves no surprises regarding Waller’s compositional style, which remains perfectly balanced between the sonic significance of the New York School in the Sixties and the more recent neoclassical sensitivity.

Entrusted again to the minimalist pianist of excellence R. Andrew Lee, the first ten tracks are miniatures with exquisite geometric finishes: “For Papa” and the following dedications to Pauline (Oliveros) and Jennifer (Waller, cousin of the author) are essential portraits infused with modest grace, free from blatant myelisms yet affecting in the pianist’s always serene touch; in the short glances of the quadripartite “Return From LA” the essential melodic lesson of Satie re-emerges combined with the pastel colors of Joe Hisaishi, while the two “Nocturnes”, although with the same palette, approximate themselves in spirit and tone to the solemn introspections by Zbigniew Preisner for Kieslowski’s moral dramas.

The solo entry of William Winant’s vibraphone takes place with the four movements of “Love”, a micro-narration that seems to suggest a puppet ballet appearing in a dream, between lulling gamelan progressions via Reich (I, II) and interrogative ascending sequences à la Feldman (III), up to an accelerated final curtain that would accompany the flight of hypothetical animated figures from the dreamlike dimension.
“Vibraphone Studio” also bears the echo of the “Rothko Chapel” master, himself particularly fond of this hypnotic percussion instrument, which here pursues variable rhythm patterns in an a-descriptive context of apparent repetition.
The picture is completed by “Roman”, a piano digression sustained by an arpeggiated bass and unfolding in luminous volutes through the right hand; the enigmatic “Stolen Moments”, which lingers more on natural resonances in the pauses between chords; finally “Bounding”, one of the few pieces clearly attributable to the historical present and the stylistic features of the Erased Tapes brand, imbued as it is with ecstatic melancholy along the arc of an unpredictable emotional climax.

The substantial difference between Michael Vincent Waller and his European peers is to be found, ultimately, in a compositional know-how and an expressive ease that manage to bring up to date sensibilities distant in time, from nineteenth-century Romanticism until its rediscovery more than a century after, thus sketching on the pentagram moments unrelated to temporality, universal though intimate. And from here, unexpectedly, you could really finds yourself one step away from the sublime.

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