Michael Vincent Waller – Trajectories

★★★☆☆
Recital, 2017

cover photography: Phill Niblock ©

Pochi anni fa, quando il giovane compositore statunitense Michael Vincent Waller presentava i suoi lavori con dischi autoprodotti intitolati Five Easy Pieces e Seven Easy Pieces, più che un omaggio al classico della New Hollywood o alle lezioni di fisica di Feynman stava esplicitando una dichiarazione d’intenti che ancora oggi, in un certo senso, caratterizza ogni singolo suo brano.
Di norma un musicista si offenderebbe sentendo parlare del proprio operato in termini come “semplice” o addirittura “facile”. Per Waller questo sembra essere invece il fine ultimo, sviluppando una rivisitazione del proto-impressionismo di Erik Satie aggiornata agli stilemi dell’attuale corrente neoclassica.

Certo, tra i suoi mentori ci sono state due figure di prim’ordine come La Monte Young e Bunita Marcus, a sua volta pupilla di Morton Feldman che la omaggiò in uno dei suoi ultimi, lunghissimi brani per pianoforte. Ma se conseguentemente l’estetica di Waller si profila come “minimalista”, ciò non va inteso nel senso storicizzato del termine, bensì con la ricerca di uno stile minimo: all’apparenza, la natura essenzialmente melodica dei suoi brani non tenta nemmeno di suscitare stupore, evitando con cura l’effetto-sorpresa così come qualunque accenno di virtuosismo.
Dopo il debutto ufficiale con il doppio cd The South Shore, uscito per l’etichetta XI di Phill Niblock (che qui firma l’artwork fotografico), il debutto su Recital del cameristico Trajectories conferma un’indole musicale trasparente, la cui limpidezza seduce per effetto di un canto che si dipana in volute dalle forme regolari e spontanee. È come se ogni volta l’autore tratteggiasse un bozzetto esile ma preciso e procedesse poi a rifinirlo con infaticabile perizia, aggiungendo con gesto sicuro minuscoli dettagli e sottili ombreggiature.

Michael Vincent Waller | ph: Alan Del Rio Ortiz

Questa, su tutte, l’impressione della malinconica “by itself”, breve reminiscenza che apre la strada agli otto luminosi movimenti di “Visages”: scritti in tempi e circostanze differenti, essi non soltanto rappresentano i vari “volti” che uno stesso autore può assumere in base all’ispirazione di un momento, ma nell’insieme appaiono come studi per altrettante sfumature di uno stesso antiquato sentimento. Con immediatezza grafica, invece, “Dream Cadenza” fa pensare a “In A Landscape” di John Cage adattata per gli ultimi avventori di un bar notturno.
La sonata tripartita “Breathing Trajectories” sviluppa un crescendo emotivo muovendo da un’ermetica sospensione feldmaniana (I) verso un lirismo che unisce il Philip Glass più romantico alle meditazioni invernali di Nils Frahm (III), gettando così un ponte tra la sensibilità del tardo Novecento americano e quella dei rampanti autori/performer contemporanei.

Ma è nella sonata per piano e violoncello “Lines” che compaiono insieme per la prima volta i due gli interpreti del disco, rispettivamente gli impeccabili R. Andrew Lee e Seth Parker Woods, rapiti in un ideale pas de deux in punta di piedi. Torneranno poi per il breve trittico finale: una fantasiosa ode alla pigrizia, nella sua accezione nobile di stato d’animo atto a godere di una quiete momentanea e a favorire il pensiero libero (oggi si parla di “ozio creativo” persino a livello scientifico).

Prossimo al compimento dei trentadue anni, Michael Vincent Waller è già una voce che promette di farsi riconoscere e apprezzare da quel pubblico che sta dando il ricambio generazionale agli habitué da auditorium classico, grazie a un gusto raffinato ma non didascalico che evita i luoghi comuni da colonna sonora che spesso affliggono gli stilemi modern classical.


La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


A few years ago, young American composer Michael Vincent Waller presented his work with self-produced CDs entitled Five Easy Pieces and Seven Easy Pieces: more than an homage to the New Hollywood classic or to Feynman’s physics lessons, he was making a declaration of intent which still today, in a certain sense, characterizes each of his pieces. Normally a musician would be offended if his work was addressed in terms like “simple” or even “easy”. For Waller this seems to be his last concern, having developed a revival of Erik Satie’s proto-impressionism updated to the stylistic features of the today’s neoclassical wave.

Certainly, among his mentors were two first-order figures such as La Monte Young and Bunita Marcus – herself a pupil of Morton Feldman, who homaged her in one of his latter, very long pieces for piano. But if in turn Waller’s aesthetics can be defined as “minimalist”, that is not to be understood in the historicized sense of the term, rather than a search for a “minimum” style: apparently, the essentially melodic nature of his tunes does not seek astonishment, also carefully avoiding any overt virtuosity.
After the official debut with the double CD The South Shore, released on the XI label managed by Phill Niblock (here the author of the photographic artwork), the chamber music debut on Recital titled Trajectories confirms a transparent musical character, whose clarity seduces for effect of a chant unfolding and spiralling in regular and spontaneous shapes. It’s as if every time the author drew a frail but precise sketch and subsequently proceeded in refining it with tireless expertise, adding tiny details and subtle shadings with secure gestures.

This, above all, is the impression left by the melancholic “by itself”, brief reminiscence that opens the way to the eight bright movements of “Visages”: written at different times and circumstances, they not only represent the various “faces” that the same author can assume according to each momentary inspiration, but on the whole appear to be études for as many nuances of the same antiquated feeling. With graphic immediacy, instead, “Dreaming Cadenza” reminds us of Cage’s “In a Landscape” as if it were adapted expressly for the latest customers of a night bar. The tripartite sonata “Breathing Trajectories” develops an emotional crescendo moving from a hermetic feldman-esque suspension (I) toward a lyricism that unites the most romantic Philip Glass to Nils Frahm’s winter meditations (III), thus laying a bridge between the sensitivity of the late American twentieth century and that of contemporary rampant authors/performers.

It is with the sonata for piano and cello “Lines”, though, that the two only interpreters of the disc appear together for the first time – respectively the impeccable R. Andrew Lee and Seth Parker Woods, absorbed in an ideal pas de deux on tiptoe. They’ll be back together with the brief final triptych: an imaginative ode to “Laziness” in its noblest sense, as a mood that allows us to enjoy a momentary stillness and encourages the freedom of thought (now “creative idleness” is also considered on a scientific level).

At almost thirty-two years of age, Michael Vincent Waller already promises to be recognized and appreciated by the new generation of regulars who attend classical auditoriums, thanks to a refined but not didactic taste which skillfully avoids the common places of soundtracks which often afflict the stylistic features of modern classical music.

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