Jürg Frey – 120 Pieces of Sound

Elsewhere, 2018

cover artwork by Jürg Frey – Stück (1974) #29

Più che sorelle, Erstwhile e Elsewhere sono due etichette “coniugi”, come lo sono da anni i loro due fondatori e direttori artistici, Jon Abbey e Yuko Zama. Ad accomunarli c’è una fedele e sincera passione per le aree più radicali della composizione e improvvisazione minimale, oltre alla loro coerenza progettuale e al gusto per un design estremamente curato nei dettagli. Elsewhere è nata nel 2018, a quasi vent’anni di distanza dalla prima, ma pur ponendosi nello stesso solco ha già acquisito una propria identità grafica e stilistica con sei pubblicazioni dedicate a musiche di natura profondamente riflessiva e contemplativa – tra cui l’ultima luminosa suite per piano solo di Melaine Dalibert.

Per comune sensibilità e diretta vicinanza negli anni al collettivo Wandelweiser cui afferisce, il compositore svizzero Jürg Frey era una scelta quasi scontata per il catalogo della neonata label di Zama, che con 120 Pieces of Sound offre un significativo corollario alla monumentale edizione Erstwhile dell’opera l’âme est sans retenue I (2017, ErstClass 002-5). Ancora due brani, quindi, per indagare il fragile e mutevole rapporto tra suono e silenzio – istanza, quest’ultima, che continua a rivelarsi impossibile al di fuori della sua creazione in studio e del successivo fissaggio nel contesto artificiale e conchiuso del supporto fisico.

“60 Pieces Of Sound” (2009), composto per un numero indefinito di musicisti, è qui eseguito dallo stesso Frey al clarinetto con l’ensemble americano Ordinary Affects, in forma di quartetto misto per viola, violoncello, tastiera e chitarra elettrica. Ogni breve intervento musicale, seguito da un silenzio di pari durata, vede il clarinetto e il violoncello dettare un singolo tono sostenuto, cui gli altri membri rispondono all’unisono in maniera indeterminata, senza l’uso del vibrato; le momentanee e delicate armonie sembrano originare dal nulla, germogliano e si ritraggono senza sforzo, come modeste epifanie sonore totalmente distinte fra loro.
Ciascun “pezzo” sembra astrarre le ultime battute di una più ampia composizione che ci è però occultata, il versetto finale di un poema che non abbiamo necessità di leggere nella sua interezza per coglierne comunque l’essenza, ridotta ai minimi termini e racchiusa nell’identità acustica di pochi secondi che, accostati a un vuoto speculare, ne eleva per contrasto il quieto lirismo.

Jürg Frey | © Joachim Eckl

“l’âme est sans retenue II” (1997-2000) si pone in perfetta continuità sia con il primo capitolo della serie – della durata complessiva di sei ore – che con il brano che lo precede in questa raccolta: se da un lato, infatti, permane l’alternanza regolare tra minute sezioni di presenza e assenza sonora, dall’altro viene nuovamente e più marcatamente problematizzato il concetto di silenzio. I tasselli di field recordings che compongono la traccia unica si dividono principalmente tra l’immota ariosità di spazi aperti e cosiddetti room tones (i “ronzii” continui delle stanze, spesso resi percepibili soltanto dal filtro del microfono stesso); entro questi quadri già prossimi all’acromia è successivamente intervenuto Frey, aggiungendo un tono di clarinetto basso che va a confondersi quasi del tutto con lo scarno paesaggio sonoro circostante.
In questo modo il brano stimola la percezione sensoriale a più livelli: il labile confine tra il manifestarsi di tali “vuoti apparenti” e la totale assenza di frequenze ci sfida continuamente a riaggiustare il nostro focus uditivo, prestando un livello d’attenzione cui l’inquinamento acustico della vita quotidiana ci ha man mano disabituati. L’arte radicale di Frey torna così ad aprire minuscole finestre attraverso le quali riscoprire la nostra capacità di discernere e decodificare i più modesti fenomeni sonori, solchi di esistenza sottratti al secondo piano dell’esperienza sensibile e almeno in parte salvati dalla loro natura massimamente effimera.

In questa recente pubblicazione a marchio Elsewhere rivive l’affascinante ossimoro per cui il suono trova nobilitazione attraverso il silenzio – reale o per approssimazione – solcando quella che potrebbe qualificarsi come la frontiera più estrema dell’odierna composizione sperimentale. Outsider per vocazione, artisti come Jürg Frey sopravviveranno al giudizio del tempo come i pionieri di una singolare poetica dell’essenziale, assai più rilevante di quanto oggi non appaia al di fuori del suo ancora ristretto circuito.


La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


Rather than sisters, Erstwhile and Elsewhere are two “spouse” labels, just like their founders and artistic directors, Jon Abbey and Yuko Zama, have been for years. What unites them is a devout and sincere passion for the most radical areas of minimal composition and improvisation, as well as their coherence and a particular taste for an extremely accurate and detailed design. Elsewhere was founded in 2018, almost twenty years after the other, but despite being in the same vein it has already acquired its own graphic and stylistic identity with six publications dedicated to music of a deeply reflective and contemplative nature – including the latest glowing suite for solo piano by Melaine Dalibert.

By virtue of a common sensitivity and direct proximity over the years to the Wandelweiser collective to which he belongs, Swiss composer Jürg Frey was an almost obvious choice for the catalog of Zama’s newborn label, whose “120 Pieces Of Sound” offers a significant corollary to the monumental Erstwhile edition of l’âme est sans retenue I (2017, ErstClass 002-5). Two more tracks, then, to investigate the fragile and mutable relationship between sound and silence – the latter continuing to prove impossible outside of its creation in the studio and the subsequent fixing inside the artificial and finite context of the physical support.

“60 Pieces Of Sound” (2009), composed for an indefinite number of musicians, is performed here by Frey himself on clarinet with the American ensemble Ordinary Affects, in the form of a mixed quartet for viola, cello, keyboard and electric guitar. Every brief musical intervention, followed by a silence of roughly the same duration, sees the clarinet and the cello dictating a single sustained tone, to which the other members respond in unison, without the use of the vibrato, in indeterminate pitches; the fleeting and delicate harmonies seem to originate from nothingness, they sprout and withdraw effortlessly, like modest and totally distinct sound epiphanies.
Each “piece” seems to abstract the last lines from a hidden larger composition, or the final verse of a poem we don’t need to read entirely to grasp its essence anyway, it being reduced to the minimum terms and encapsulated in an acoustic identity of a few seconds that, combined with a specular void, elevates its quiet lyricism by contrast.

“l’âme est sans retenue II” (1997-2000) is in perfect continuity both with the first chapter of the series – of a total duration of six hours – and with the preceding work in this collection: if on the one hand, in fact, a regular alternation between minute sections of presence and absence of sound remains, on the other the concept of silence is again and more markedly problematized. The excerpts of field recordings that make up the single track are divided mainly between the immaculate airiness of open spaces and so-called ‘room tones’ (the continuous “buzzing” of rooms, often rendered perceptible only by the microphone filter itself); within these paintings, already close to the achrome, Frey intervened adding a tone of bass clarinet that almost completely merges with the faint surrounding soundscape.
In this way the piece stimulates the sensory perception on several levels: the labile boundary between the manifestation of such “apparent voids” and the total absence of frequencies continually challenges us to readjust our auditory focus, paying a level of attention that the acoustic pollution of everyday life has gradually made us unaccustomed to. The radical art of Frey thus returns to open tiny windows through which we can rediscover our ability to discern and decode the most modest sound phenomena, furrows of existence subtracted from the second plane of sensitive experience and saved – in part, at least – from their extremely ephemeral nature.

In this recent publication under the Elsewhere brand relives the fascinating oxymoron for which sound finds its ennobling through silence – be it real or approximated –, lapping on what could qualify as the most extreme frontier of today’s experimental composition. Outsiders by vocation, artists such as Jürg Frey will survive the judgment of time as the pioneers of a singular poetics of the essential, much more relevant than it appears today outside of its still narrow circuit.

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