Jürg Frey – l’âme est sans retenue I

Erstwhile, 2017

design by Yuko Zama
cover art inspired by Jürg Frey-Stück (1974) #36

I classici secondo Erstwhile: da emblema delle improvvisazioni più radicali, lo scorso anno l’etichetta di Jon Abbey ha dato l’avvio alla sua prima serie antologica dedicata alla composizione contemporanea. Un sentiero già solcato in maniera esaustiva dalla decennale Another Timbre, alimentata dal cultore Simon Reynell, ma che nel formato in dischi multipli della label americana sembra assumere un’ancor maggiore ufficialità.

Significativo che i primi autori rappresentati e tributati dalla sigla ErstClass appartengano entrambi al collettivo internazionale Wandelweiser: i “composers of quiet” (Alex Ross), dediti all’esplorazione di forme sonore pure e prossime al silenzio, sono alcune delle figure più coraggiose e radicali della musica sperimentale contemporanea, oggi finalmente e meritatamente emerse dall’ombra grazie al contributo di queste label indipendenti.


La pietra fondante, un anno prima, è stata l’integrale per pianoforte solo di Michael Pisaro (the earth and the sky, 2016), eseguita dal fedelissimo Reinier Van Houdt. Persino più imponente e di notevole rilevanza documentaria è il secondo capitolo, un recupero dall’archivio del compositore svizzero Jürg Frey, sinora mai pubblicato su disco.

Jürg Frey

Tanto monumentale nella durata quanto, prevedibilmente, essenziale nell’estetica sonora: i nastri de l’âme est sans retenue I (1997/98) durano complessivamente sei ore esatte, la gran parte delle quali è occupata da un silenzio artificiale assoluto, inframmezzato da brevissimi squarci di field recording effettuati a Berlino, che si aprono e richiudono in dissolvenza per pochi secondi. Lo splendido paradosso sotteso all’opera nel suo insieme è che queste registrazioni di scarsa qualità “incorniciano” quasi sempre contesti en plein air pressoché immoti, creando così un contrasto continuativo tra due tipi di silenzio, entrambi impossibili: l’uno in quanto vuoto creato per via digitale, irriproducibile con gli strumenti a nostra disposizione; l’altro in senso cageano, ossia scevro da suoni prodotti intenzionalmente ma “abitato” dal caso e dal fruscìo intrinseco al mezzo di registrazione. Di fatto, gli elementi più musicali che vi capiterà di sentire in queste tracce sono un organo di chiesa, a qualche decina di metri, e l’effetto Doppler di un aereo che attraversa il cielo.

Un lavoro che si dispieghi in maniera così uniforme, per un tempo di molto superiore alla media di qualsiasi genere, sembrerebbe offrire ben poche chiavi di lettura che ne sovrastino la pura fenomenologia. Tuttavia, a una prima fase di assestamento atta a comprendere la sola direzione in cui procede l’opera, ne segue un’altra in cui si rende invece evidente il dialogo vivo tra i suoi elementi di base: contro ogni aspettativa, nasce man mano un autentico sentimento di attesa per l’apertura di quelle modeste finestre sulla realtà, e se da un lato la loro durata rimane pressappoco la stessa, capita invece che gli intervalli tra di esse arrivino a protrarsi per interi minuti lungo i quali si sperimenta un vago senso di abbandono, l’incertezza di un ritorno che ragionevolmente avrebbe del beckettiano. Giunti a questo livello esperienziale, il brano si rivela nel suo significato più profondo e può dirsi compiuto:

Il silenzio non esula dall’influenza dei suoni precedentemente ascoltati. Questi suoni rendono il silenzio possibile grazie al loro cessare e dargli un barlume di contenuto. […] il silenzio, nella sua globale, monolitica presenza rimane sempre unito di fronte a un infinito numero di suoni o forme sonore. Entrambi marchiano il tempo e lo spazio in quanto sorgono all’apparenza, in un senso esistenziale. Insieme essi includono l’intera complessità della vita.

(Jürg Frey, “Architektur der Stille”, 1998)

Al di sotto della vasta superficie leggermente increspata de l’âme est sans retenue I si cela una dichiarazione poetica incontrovertibile, l’inaspettato basamento di un percorso musicale che si protrae da oltre quarant’anni: in ogni suo aspetto esteriore, il suono si eleva a tratto distintivo di ciò che esiste, per quanto brevemente, immerso nel mare dell’esperienza sensibile che ci accomuna; e come onde che si sollevano delicatamente, gli apparenti achrome di Jürg Frey acquisiscono un valore che altrimenti sarebbe quasi di certo passato inosservato, o addirittura andato perduto.
Se mai nella vostra vita deciderete di affrontare queste ore di ascolto nella loro interezza, avrete preso parte anche voi a una battaglia, che è da sempre quella di Erstwhile: ristabilire l’egemonia del “suono” sulla “musica”, e continuare a immaginare le possibili declinazioni di un’utopica arte per l’arte.


Il titolo dell’opera [trad. “L’anima è sfrenata”] riprende una frase del poeta francese Edmond Jabès, tratta dal libro “Désir d’un commencement, Angoisse d’une seule fin” (“Desiderio di un inizio, orrore di una sola fine”).


La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


The classics according to Erstwhile Records: home to the most radical improvisation projects, last year Jon Abbey’s label started its first anthology series devoted to contemporary composition. A trail already explored by the now ten-year-old Another Timbre owned by Simon Reynell, although in the variety of the American label’s catalogue it seems to take on an even greater officiality.

Significantly enough, the first authors represented and tributed by ErstClass both belong to the international Wandelweiser collective: the “composers of quiet” (Alex Ross) devoted to the exploration of pure and near-silent sound shapes, are some of the bravest and radical figures in contemporary experimental music, whom now finally and deservedly emerged from the shadow thanks to the contribution of said independent labels.
Last year, the founding stone was Michael Pisaro’s oeuvre for solo piano (“The Earth and the Sky“, 2016), performed by the loyal Reinier van Houdt. Even more impressive and of great documentary importance is the second chapter, a recovery from the archive of Swiss composer Jürg Frey, never released on record before.

It is as monumental in duration as, predictably, essential in its sound aesthetic: the tapes of l’âme est sans retenue I (1997/98) last for a total of exactly six hours, much of which are occupied by an absolute artificial silence, interspersed with short patches of field recordings made in Berlin, which open and close in fade for a few seconds. The splendid paradox underlying the work as a whole is that these poorly recorded bits almost always act as “frames” for motionless open-air environments, thus creating a continuous contrast between two types of silence, both impossible: the one being a digital emptiness, uncreatable with the tools at our disposal; the other in the cagean sense, that is to say, with no sound produced intentionally but “inhabited” by chance and the intrinsic rustling of the recording medium. In fact, the most musical elements you will hear in these tracks are a church organ, a dozen meters away, and the Doppler effect of a plane crossing the sky.

A work unfolding so uniformly, for a time far above the average of any genre, would seem to offer very few reading keys on top of its pure phenomenology. However, after a first phase of settling to recognize the only direction in which the work proceeds, there follows another in which the living and breathing dialogue between its basic elements becomes evident: against all expectations, there arises an authentic feeling of expectation and longing for the opening of those modest windows on reality, and if on the one hand their duration remains almost the same, it happens instead that the intervals between them will persist for entire minutes on which one experiences a vague sense of abandonment, the uncertainty of a return that we’ll reasonably define as Beckettesque. At this experiential level, the work reveals itself in its deepest meaning and can be said to be accomplished:

Silence is not uninfluenced by the sounds which were previously heard. These sounds make the silence possible by their ceasing and give it a glimmer of content. […] Silence, in its comprehensive, monolithic presence always stands as one against an infinite number of sounds or sound forms. Both stamp time and space, in that they come into appearance, in an existential sense. Together they comprise the entire complexity of life.

Jürg Frey, 1998, “Architektur der Stille”, (‘The Architecture of Silence’, translation by Michael Pisaro)

Below the vast, lightly rippled surface of l’âme est sans retenue I lies an incontrovertible poetic statement, the unexpected foundation of a musical journey lasting for over forty years now: in all its exterior appearance, sound is the distinctive feature of that which exists, if briefly, immersed in the sea of the sensory experience that unites us; and like gently rising waves, Jürg Frey’s apparent achromes acquire a value that otherwise would have almost gone unnoticed, or even lost.
If, during the time of your life, you’ll decide to face these hours of listening in their entirety, you too will have taken part in a battle which has always been that of Erstwhile: restoring the hegemony of “sound” on “music”, and continuing to imagine the possible declinations of an utopian art for art’s sake.


The title of the work [tr. “The soul is unbridled”] quotes a single phrase by French poet Edmond Jabès, drawn from the book Désir d’un commencement, Angoisse d’une seule fin (“Desire for a Beginning, Dread of One Single End”).

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