Choi Joonyong / Jin Sangtae – Hole in My Head

Erstwhile, 2020
eai, sound art

(ENGLISH TEXT BELOW)

Gli unici veri non-luoghi sono quelli della mente: ma riuscire a conferirvi una forma tangibile non sempre equivale al delineamento di un paesaggio equilibrato, pittoricamente appagante, né tantomeno ne risolve il mistero interiore dal quale ha avuto origine. Nella creazione di un documento audio, persino il più semplice accadimento sonoro deriva da un’idea e da un gesto, fosse anche soltanto premere il pulsante di registrazione: ed è proprio il gesto – manifesto, dissimulato, occultato, mediato – il protagonista assoluto della libera esplorazione condotta dai sound artist sudcoreani Choi Joonyong e Jin Sangtae nella loro ultima collaborazione sotto l’egida di Erstwhile Records, dopo vent’anni di attività ancora stabile nel presidiare i territori della più radicale alterità espressiva.

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Toshiya Tsunoda ‎– Extract From Field Recording Archive

Erstwhile, 2019
field recordings, experimental

design by Yuko Zama

(ENGLISH TEXT BELOW)

Ciò che da oltre vent’anni contraddistingue la ricerca di Toshiya Tsunoda sul suono naturale è il virtuoso perseguimento di una via mediana tra la sua pura documentazione e la ricomposizione a partire dallo stesso. Nell’arte del field recording, infatti, si possono individuare per approssimazione due estremi: uno più prettamente “ecologico” o descrittivo, cui ad esempio fanno storicamente capo gli interventi di Chris Watson e Éric La Casa; un altro, invece, ascrivibile al dominio della sound art astratta, rappresentato in particolar modo dalle numerose suite “untitled” del Francisco López maturo, sequenze e collazioni di fonti le cui sembianze vengono drasticamente manipolate e stravolte.
Nel mezzo, dicevamo, trovano spazio le registrazioni al confine col microsound di Tsunoda, come anche del pioniere americano Alvin Lucier e di Steve Roden, molte volte non riconducibili alla sorgente acustica che riproducono, andando così a rivelare un mondo “ulteriore” e potenziale all’interno di quello esistente, senza mai praticare artifici atti a discostarsene. 

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Keith Rowe / Michael Pisaro – 13 Thirteen

Erstwhile, 2017
eai


Ci è quasi impossibile immaginare un’esistenza al di là del bene e del male, spersonalizzata e libera da connotazioni positive o negative: sarebbe necessaria una totale immobilità, qualcosa di più prossimo alla non-esistenza, per non dare più adito alla significazione che permea ogni aspetto della nostra esperienza sensibile.
Seguendo strade piuttosto diverse, l’inglese Keith Rowe e l’americano Michael Pisaro hanno a lungo ricercato un netto distacco dalle forme precostituite: l’uno gettando le fondamenta della free impro assieme all’AMM, “disimparando” l’approccio alla chitarra stendendola in orizzontale; l’altro partendo dalla lezione cageana per dare forma, assieme ai compositori del collettivo Wandelweiser, a un’estetica para-musicale che fa uso del silenzio come (a)cromia pura e primaria della tavolozza.

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Keith Rowe – The Room Extended

Erstwhile, 2016
eai

design by Keith Rowe and Yuko Zama

Live and invent. I have tried. I must have tried. Invent. It is not the word. Neither is to live. No matter. I have tried. […] I say living without knowing what it is. I tried to live without knowing what I was trying. Perhaps I have lived afterall, without knowing.

(Samuel Beckett, “Malone Dies”)

“Invenzione” designa di solito qualcosa di compiuto, diverso e tendenzialmente migliore rispetto ai suoi predecessori. La storia, l’arte – e ancor meno la musica – non premiano chi procede per tentativi, a meno che non raggiunga un risultato concreto e tangibile.
Circa dieci anni fa Keith Rowe firmava il primo lavoro solista nel catalogo Erstwhile: The Room è la metafora perfetta di una ricerca sedentaria, che ammette i confini spaziali e demolisce quelli espressivi; uno spazio-tempo immobile dove è possibile lasciare soltanto segni sottili e impermanenti, o intercettare ciò che ne proviene al di fuori del proprio agire.

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Michael Pisaro / Reinier Van Houdt – the earth and the sky

Erstwhile, 2016
contemporary classical

design by Yuko Zama

In maniera straordinariamente provvidenziale sono venuto a conoscenza di uno splendido neologismo coniato dalla professoressa Sianne Ngai, in un saggio pubblicato all’interno della raccolta “Ugly Feelings” (Harvard University Press, 2005). Si tratta di “stuplime” – servibile anche in lingua italiana – termine di derivazione kantiana (sublime) legato alla creazione e fruizione artistica postmoderna, e che potremmo definire come uno stato di perfetta compensazione tra noia ed estasi. Esso è stato poi approfondito ed esemplificato con grande pregnanza in “Boring Formless Nonsense” di Eldritch Priest, che riporta a sua volta una testimonianza di Chedomir Barone, relativa alla lunga ed estenuante performance “Piano Installation With Derangements”:

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