Keith Rowe / Michael Pisaro – 13 Thirteen

Erstwhile, 2017


Ci è quasi impossibile immaginare un’esistenza al di là del bene e del male, spersonalizzata e libera da connotazioni positive o negative: sarebbe necessaria una totale immobilità, qualcosa di più prossimo alla non-esistenza, per non dare più adito alla significazione che permea ogni aspetto della nostra esperienza sensibile.
Seguendo strade piuttosto diverse, l’inglese Keith Rowe e l’americano Michael Pisaro hanno a lungo ricercato un netto distacco dalle forme precostituite: l’uno gettando le fondamenta della free impro assieme all’AMM, “disimparando” l’approccio alla chitarra stendendola in orizzontale; l’altro partendo dalla lezione cageana per dare forma, assieme ai compositori del collettivo Wandelweiser, a un’estetica para-musicale che fa uso del silenzio come (a)cromia pura e primaria della tavolozza.

Solo in tempi recentissimi l’arte di Rowe, già in origine permeabile a frequenze radio esterne, si è alfine rivestita di un velo nostalgico: echi di sinfonie tardo-ottocentesche ritornano come una quieta risacca dagli scaffali domestici, mescolando ombre del passato a un room tone appena percepibile.
Di fronte a questa inedita fragilità espressiva anche le corde della chitarra di Pisaro paiono tingersi di dolente consapevolezza, soffermandosi spesso su tonalità minori che, di riflesso, gettano una luce languida anche sulle usuali onde corte – in pratica le cellule elementari dei bordoni.

Uno dei possibili rimandi del titolo numerico “13 Thirteen” è da attribuire proprio ai tardi number pieces di Cage (fu commissionato e scritto nell’anno della sua morte un brano per tredici strumentisti): ma più specificamente esso fa riferimento alle volatili citazioni del tredicesimo Quartetto per archi di Shostakovich, quattro estratti “evocati” da Rowe e che idealmente suddividono la presente opera in altrettante sezioni.
Tra questi lamenti del passato reso presente si inscrivono le scarne partiture dei due autori, delle quali sono presentati alcuni frammenti all’interno del candido packaging; c’è tuttavia ampio spazio per momenti di quieta improvvisazione, più facilmente riconoscibili da parte di Rowe nel collaudato, delicatissimo graffiare sulla superficie delle corde.

Una durata di circa 130 minuti può sembrare quasi agevole se confrontata con i cd quadrupli nei quali si è da poco cimentato il performer britannico (enough still not to know con John Tilbury e la requia monumentale di The Room Extended). Ma va da sé che, una volta di più, le ampie dilazioni con cui i vari interventi si manifestano annullano il discernimento dello scorrere del tempo, simulando l’immersione in uno spazio-tempo assoluto apparentemente esonerato da qualsiasi dinamica standard ed entro il quale persino la natura dialogica del brano si confonde nell’imperscrutabilità dell’alea.

Registrato a Nantes il 27 maggio 2016 presso l’APO33, “laboratorio artistico, tecnologico e teorico transdisciplinare”, il lavoro del duo è pubblicato di diritto dalla stessa Erstwhile che ne ha sostenuto e ispirato i progetti per svariati anni. Da questi giganti della più radicale avanguardia contemporanea non poteva che nascere un poema della riduzione tanto vasto quanto esile, senza parola né significato oltre la stessa presenza del suono nella sua forma più limpida e transitoria.


La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


It is almost impossible for us to imagine an existence beyond good and evil, depersonalized and free from positive or negative connotations: total immobility – something closer to non-existence – would be necessary in order to no longer give rise to the meaning that permeates every aspect of our sensory experience.
Following quite different paths, the English dean Keith Rowe and the American composer Michael Pisaro have long sought a clear detachment from pre-established forms: the former laying the foundations of free improvisation with AMM, “unlearning” his approach to the guitar by laying it horizontally; the latter starting from Cage’s lesson to give shape, together with the composers of the Wandelweiser collective, to a para-musical aesthetic that makes use of silence as a pure and primary (non)color of the palette.

Only in very recent times has Rowe’s art, already originally permeable to external radio frequencies, finally covered itself with a nostalgic veil: echoes of late-nineteenth-century symphonies return as a quiet undertow from domestic shelves, mixing shadows of the past with a barely noticeable room tone.
Faced with this unprecedented expressive fragility, even the strings of Pisaro’s guitar seem to be tinged with painful awareness, often dwelling on minor tones that, by reflex, cast a languid light even on his distinctive short waves – practically the elementary cells of drones.

One of the possible references of the numerical title 13 Thirteen is to be attributed precisely to the late number pieces of Cage (a work was commissioned and written in the year of his death for thirteen instrumentalists): but more specifically it refers to the volatile quotes from Shostakovich’s thirteenth string quartet, four excerpts “evoked” by Rowe and which ideally subdivide the present work into as many sections.
Among these laments from the past made present take form the two authors’ sparse scores, some fragments of which are shown in the total-white packaging; however, there is ample space for moments of quiet improvisation, more easily recognizable on Rowe’s part in his tested, delicate scratching on the surface of the strings.

A duration of about 130 minutes may seem almost light when compared to the quadruple CDs in which the British performer has recently ventured (enough still not to know with John Tilbury and the monumental requia The Room Extended). But it goes without saying that, once again, the wide delays with which the various interventions manifest themselves cancel the discernment of the passage of time, simulating the immersion in an absolute space-time apparently exempt from any standard dynamics and within which even the dialogic nature of the piece is confused in the inscrutability of the alea.

Recorded in Nantes on 27 May 2016 at APO33, “interdisciplinary artistic, theoretical and technological laboratory”, the duo’s work is rightfully published by Erstwhile, the same label who has supported and inspired their respective projects for several years. From these giants of the most radical contemporary avant-garde, nothing could be born other than a poem of reduction as vast as it is slender, without word or meaning beyond the very presence of sound in its most limpid and transitory form.

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