Keith Rowe / John Tilbury – enough still not to know

Sofa, 2015
eai

cover art by Kjell Bjørgeengen

Una fede in niente ma totale. (Claudio Parmiggiani)

Una volta ho letto una citazione, presumibilmente (e molto ovviamente) attribuita a Andy Warhol, che diceva qualcosa del genere: “Molte persone riescono ad accettare la vita come priva di significato. Allora perché in tanti non accettano l’insignificanza dell’arte?”. E questo fu detto da qualcuno la cui opera aveva ancora un significato ben preciso – il quale potrebbe essere spiegato senza grande sforzo da qualunque scolaro adolescente.

Non potrei – e infatti non terrò – una conferenza sull’arte del secondo Dopoguerra, perciò proseguirò con un esempio molto semplice. Prendiamo il Tilted Arc di Richard Serra, in origine installato di fronte al Jacob Javits Federal Building di Manhattan: qualcosa che probabilmente non vorreste vedere nel mezzo di una bella (?) piazza cittadina, né altrove. È scuro, pesante, continuo, blocca la vista. C’è una sola ragione per il quale dovrebbe (o avrebbe dovuto) essere lì? Proprio nessuna. La gente doveva scendere a patti con la vista di questa cosa, con la presenza stessa di questo enorme anti-monumento di acciaio grezzo, aggirandolo per andare dal punto A al punto B.
La sua unica affermazione chiara eppure implicita: “Che vi piaccia o no, questa è arte ed è qui che dovrebbe essere”.
Dopo numerose proteste e qualche denuncia, l’arco è stato rimosso nel 1989. Ecco fatto.

Richard Serra, Tilted Arc

A margine delle imperscrutabili regole dell’odierno mercato dell’arte, le opere d’arte contemporanea sono più che mai problematiche, eticamente ed esteticamente discutibili, più che altro sconvenienti. E ciò poiché, quando non “conservatrici” o apertamente provocatorie, esse sono semplicemente senza significato.

Ciò detto, il monolitico sforzo di Keith Rowe e John Tilbury potrebbe non essere un’opera innovativa. È l’ennesima dichiarazione di due persone che rimangono convinte che l’arte oggi (o almeno la gran parte di essa) può e dovrebbe essere insignificante: non perché “è già stato detto tutto” o perché “questo è ciò che l’arte contemporanea è diventata, fatevene una ragione”; a questi due non importa nulla di qualsivoglia spiegazione, e l’unica risposta a qualunque domanda risiede nell’atto stesso.

Ecco due musicisti leggendari, entrambi a loro modo rivoluzionari, seduti in una stanza per tre ore e mezza, suonare e non suonare, produrre minuscoli suoni o soltanto attendere, con infinita pazienza, che la performance sia conclusa – che essa acquisti senso attraverso la sua insensatezza (sic). Questa è la terza volta che il duo si ritrova e fa questa dichiarazione, ma probabilmente non si sono mai spinti così oltre, trattenendosi ostinatamente dal significare qualsiasi cosa.

John Tilbury / Keith Rowe

Potete pensare a enough still not to know come una quieta marcia dal punto A al punto B (da 0’00” a 214’46”) in nome dell’arte per l’arte. Una protesta silenziosa, forse? Macché, nessuno sta protestando qui.
È uno spazio fine a se stesso, un luogo sicuro dove nessuno può interferire con ciò che questi due (non) stanno facendo, una frase lunghissima (non) scritta sulla pietra e che perciò non può mai essere cancellata.

Il supporto audio potrebbe essere il terreno ultimo per un’espressione realmente libera: è accessibile a tutti, ma solo se si vuole prestare attenzione ad esso. Può altrimenti essere fermato, graffiato, gettato via e perduto, proprio come l’arco di Serra. Ciò che conta è che quella cosa è/era lì, forse per nessun motivo, ma comunque.

E dunque, perché tutto questo? Perché.


Un approfondimento sulle performance in duo di Keith Rowe e John Tilbury nello speciale pubblicato su Spazio Concept.


A faith in nothing, nevertheless total. (Claudio Parmiggiani)

I once read a quote, supposedly and most obviously attributed to Andy Warhol, which went something like this: “Lots of people can accept life as meaningless. Then why can’t so many accept the meaninglessness of art?”. And this was said by someone whose work still had quite a precise meaning – one that also teenagers can explain without much effort.

I couldn’t and I won’t give a lecture on post-WWII art, so I’ll just go on with a very easy example. Take Richard Serra’s “Tilted Arc”, originally set in front of the Jacob Javits Federal Building in Manhattan: probably something you wouldn’t want to see in the middle of a beautiful (?) city square, nor anywhere else. It’s dark, it’s heavy, it’s continuous and it blocks the view.
Is there any reason why it should be (have been) there? None at all. People just had to deal with the sight of the thing, with the very presence of this huge raw steel anti-monument, circling around it to go from point A to point B.
Its only clear yet implicit statement: “Like it or not, this is art and this is where it should be”.
After much protest and some lawsuits filed, the arc was removed in 1989. There you go.

Aside from the unforeseeable rules of today’s art market, works of contemporary art are more than ever problematic, ethically and aesthetically questionable, overall inconvenient. And that because, when not “conservative” or overtly provocative, they’re just plainly meaningless.

That said, the monolithic effort by Keith Rowe and John Tilbury may not be a groundbreaking work. It’s yet another statement by two people who remain convinced that art nowadays (at least, most of it) can and probably should be meaningless: not because “everything’s already been said” or “that’s just what contemporary art has become, so deal with it”; these two just don’t give a damn about any kind of explanation, and the only answer to any question lies in the act itself.

There’s two legendary musicians, both revolutionary in their own way, sitting in a room for three and a half hours, playing as well as not playing, producing tiny sounds or just waiting, ever so patiently, for the performance to be complete – to acquire its meaning through its meaninglessness (sic). This is the third time this duo meets and makes this statement, but they’ve probably never gone this far, stubbornly holding themselves from meaning anything at all.

You can think of “enough still not to know” as a quiet march from point A to point B (from 0’00” to 214’46”) in the name of art for art’s sake. A silent protest, perhaps? Nah, no one’s protesting here.
It’s a space of its own, a safe place where no one can interfere with what these two are(n’t) doing, a very long phrase that has (not) been written on stone and therefore cannot ever be erased.

The audio support may well be the ultimate terrain for a truly free expression: it’s available for all, but only if one really wants to pay attention to it. Otherwise it can be stopped, scratched, thrown away and lost, just like Serra’s arc. What matters is that the thing is/was there, maybe for no reason at all, but still.

Then, again, why all this? Because.

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