Ariha Brass Quartet – s/t

★★★★☆
Al Maslakh, 2016

cover drawing by Mazen Kerbaj

Chi ha seguìto da vicino gli sviluppi della free impro negli ultimi (almeno) due decenni sa bene che il ruolo, anzi il suono, l’essenza stessa dello strumento a fiato è stata rimessa del tutto in discussione: in Europa come oltreoceano si è fatta piazza pulita delle tanto ingombranti quanto seminali e indiscusse eredità del jazz tout-court e si è scelto, in molti casi, di approcciare lo strumento quasi come farebbe un uomo primitivo, o un bambino ben poco avveduto della sfera musicale.

Un percorso che dai luminari degli anni Sessanta passa per l’antiaccademico John Zorn degli esordi più sperimentali – prima del ritorno all’ordine (si fa per dire) con Naked City e Masada – e prosegue in maniere sempre più radicali col sax di John Butcher, i clarinetti di Masahiko Okura e la tromba di Masafumi Ezaki; giungendo all’immediato e ravvicinato presente col decano Vittorino Curci e le sue “Breathing Strategies” (Plus Timbre, 2016), dal cui sassofono non esce neanche un suono ad esso chiaramente riconducibile.

Ma in generale si è trattato quasi sempre di esperienze o puramente soliste, o inserite in un contesto d’ensemble completo, tra archi e percussioni. Si ha dunque ragione di credere che un simile quartetto di soli ottoni non abbia alcun precedente: ma la formazione dell’Ariha Brass Quartet si configura come inedita non soltanto nel riunire due coppie di musicisti di riferimento nel campo dell’improvvisazione, bensì anche nell’intento organico sotteso alla loro sessione libera.
Nella line-up figurano due nomi stellari della tromba come Axel DörnerFranz Hautzinger, già attivissimi in decine di formazioni e dal comun denominatore di una breve gravitazione nell’orbita degli zeitkratzer; completano il quadr(at)o il trombettista libanese Mazen Kerbaj e la tuba di Carl Ludwig Hübsch, proveniente da Colonia come Dörner.

Se dietro la loro interazione ci fosse un deus ex machina, sarebbe verosimile credere che abbia chiesto loro di produrre suoni antitetici, assieme reali e immaginari, onomatopeici e astratti. Al principio “Mar Mikhael In The Afternoon” sembrerebbe il field recording di uno stagno di anatre bioniche, dalle cui gole si leva un canto sgraziato ma non sofferente; è una natura parallela dove man mano la continuità dei suoni va spezzandosi in beat gravi e sotterranei, come coperti da uno spesso strato di feltro; dal grave rimbrottare si passa poi alle indagini più caute e invisibili, dove i quattro giungono ad avvicinare il silenzio assoluto e dunque le sponde orientali dell’onkyokei.

Droni tremolanti, vibrazioni fulminee e cicalecci (“Gemmayzeh Drinks”) disegnano un ecosistema dalle fattezze sempre meno riconoscibili, che pervenendoci per mezzo della sola componente sonora lascia all’immaginazione tutto lo spazio possibile. Possiamo allo stesso modo avvertire il gravitare a mezz’aria di un buffo disco volante, il clangore dei rimasugli spaiati di una catena di montaggio industriale o un dialogo surreale fra vecchi utensili da cucina (“Armenian Coffee”), senza tema di smentita.

Nella realtà dei fatti, evidentemente, abbiamo quattro musicisti impegnati a reinventare con audacia il proprio strumento, incastonando partiture immaginarie che in certi frangenti sconfinano dalla musicalità a tal punto da poterle confondere con collage di natura elettroacustica (“The Last Supper In Sin El Fil”).
Ma è proprio per questa sovrabbondante varietà ed eccentricità di linguaggio che il quartetto Ariha potrebbe affascinare persino certi insospettabili melomani: il processo evolutivo del loro imperscrutabile discorso è talmente brillante da farcene addirittura dimenticare il territorio d’appartenenza – l’ala più radicale dell’avanguardia contemporanea.


Recensione originariamente pubblicata su Ondarock.it


Those who’ve been closely following the developments of the free impro scene in the last two decades (and more) knows that the role, indeed the sound, the very essence of wind instruments has been thoroughly questioned: in Europe as well as overseas, a clean sweep of the seminal and undisputed jazz heritage has been perpetrated in favor of a whole new approach to winds, seemingly that of a primitive man, or of a child not so familiar with the musical sphere.

A route that passed from the luminaries of the sixties to the anti-academic John Zorn in his early experimental phase, and continued in increasingly radical ways with saxophonist John Butcher, Masahiko Okura’s clarinets and Masafumi Ezaki’s trumpet; recently Italian artist Vittorino Curci released his “Breathing Strategies” (Plus Timbre, 2016), where not a single sound coming from his saxophone can be clearly traceable as such.

But these were mostly solo experiences, or a specific part contained in full ensembles, including strings and percussion. Thus there’s a reason to believe that a brass quartet such as this one is quite unprecedented: it configures itself not only as a totally new line-up in the field of improvisation, but moreover as a new organic attempt to approach this kind of free session between wind instruments.
The Ariha Brass Quartet features two stellar names of the trumpet such as Axel Dörner and Franz Hautzinger, already active in dozens of formations (the common denominator being a brief participation in the Zeitkratzer ensemble); completing the frame are the Lebanese trumpeter Mazen Kerbaj and Carl Ludwig Hübsch (tuba), from Cologne like Dörner.

If behind their interaction there was a deus ex machina, you would likely believe that he asked them to produce antithetical sounds, both real and imagined, onomatopoeic and abstract. The beginning of “Mar Mikhael In The Afternoon” sounds like field recording by a pond of bionic ducks, from whose throats rises a clumsy song; it is a parallel natural scape where the continuity of sounds progressively cracks in deep, subterranean beats, as if covered by a thick layer of felt; from this grave grumble we then switch to a more faded, subtle investigation, where the four players come close to absolute silence and thus to the onkyokei eastern shores.
Flickering drones, blazing vibrations and chatters (“Gemmayzeh Drinks”) sketch an ecosystem whose features become less and less recognizable, leaving full room to imagination. We can notice the gravitation of a tiny flying saucer standing in midair, the clangour of some unpaired remnants of an industrial assembly line, as well as the surreal dialogue between old kitchen utensils ( “Armenian Coffee”), without any fear of contradiction.

Actually, of course, we have four musicians committed to boldly reinvent their tools, shaping imaginary scores on the spot, sometimes accosting musicality to the point that they could be confused with collages of an electroacoustic nature (“The Last Supper In Sin El Fil”).
But it is precisely for this abounding variety and eccentricity of language that the Ariha quartet could even fascinate some unsuspected music-lovers: the evolutionary process of their inscrutable speech is so brilliant that it gains the power to make us forget its territory of provenance – the most radical wing of contemporary avant-garde.

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