Alvin Lucier – So You… (Hermes, Orpheus, Eurydice)

Black Truffle, 2018
contemporary classical, electroacoustic


A quanto pare il tributo di Black Truffle al decano Alvin Lucier, presentato a inizio 2018, non era destinato a rimanere un caso isolato: dopo il dittico Criss-Cross / Hanover l’etichetta di Oren Ambarchi si è prodigata nella riedizione del box-set celebrativo Illuminated by the Moon (4 Lp + cd), raccolta di performance storiche registrate nell’ottobre del 2016, presso la University of the Arts di Zurigo, in occasione dei festeggiamenti per gli 85 anni del compositore sperimentale.
Terza e ultima pubblicazione monografica nell’arco di un anno, vede la luce la première di So You… (Hermes, Orpheus, Eurydice), suite per clarinetto, violoncello, voce femminile e nove giare amplificate – rispettivamente Anthony Burr, Charles Curtis, Jessika Kenney e Tom Erbe (live electronics).

Commissionata dal comitato della 14^ edizione di documenta, l’arbitraria rivisitazione firmata Lucier del celeberrimo mito greco di Orfeo ed Euridice prende le mosse da un componimento della poetessa americana H. D. (Hilda Doolittle, 1886-1961), pioniera del cosiddetto “Imagismo”, corrente tardo-romantica cui afferirono autori quali Ezra Pound (in gioventù suo compagno), William Carlos Williams e D.H. Lawrence.
Nel vivido monologo in versi di “Eurydice” – riportato per intero nel libretto – la ninfa si libera dalla marginalità e passività del suo ruolo di oggetto del desiderio anziché soggetto autonomo, e prende la parola recriminando la scarsa risolutezza dell’eroe nel tentativo di sottrarla agli Inferi: al cospetto di Ade e Persefone, infatti, fu stabilito che egli avrebbe potuto salvare Euridice soltanto se durante la risalita in superficie non si fosse voltato indietro per guardare la sua amata. 

So you have swept me back,
I who could have walked with the live souls
above the earth,
I who could have slept among the live flowers
at last

H.D., da “Eurydice”, 1916

Sulla base del suo esclusivo interesse per la fenomenologia del suono e la sua mutevole percezione nello spazio, Lucier opera come sempre una sintesi estrema, un atto di radicale riduzionismo che pure riesce a conservare le flebili tracce dello spunto iniziale. Anzitutto il canto di donna, lamento monodico il cui scarno testo è costituito dalle prime due parole di alcune strofe selezionate dal componimento di H.D. Altri elementi simbolici, oltre che rudimentali mezzi di amplificazione, sono le giare di argilla: la leggenda vuole che Orfeo sia stato ucciso in Tracia da alcune donne che, ubriacatesi di vino, si sarebbero ribellate alla loro esclusione dai riti religiosi legati alla sua figura – un culto risalente al VI secolo a.C.

È attraverso tali recipienti che Tom Erbe diffonde le onde corte che guidano il brano di sessanta minuti, tanto semplice in linea teorica e concettuale quando arduo nell’esecuzione: all’ascoltatore occasionale, infatti, potrebbe sfuggire la difficoltà tecnica per uno strumentista nel sostenere un tono puro e continuo, nonché il controllo e la disciplina necessari allo shift verso i microtoni adiacenti, elemento cardine della poetica “quieta” di Lucier. La voce di Jessika Kenney (Euridice) fa il suo ingresso soltanto oltre la soglia dei dieci minuti, intonando una sillaba per volta lungo il corso di diversi secondi.
Nella parte centrale un abbassamento delle frequenze analogiche e una rarefazione generale lasciano in primo piano il denso vibrato del violoncello, finché di nuovo alle soglie dei trentasette minuti si scivola gradatamente verso il registro acuto, quasi giungendo al superamento del rigoroso understatement imposto dalla partitura elettroacustica, che nell’ultimo quarto confluisce a tratti in lancinanti e drammatici unisoni.

So You… è un equilibrismo cameristico dalla superficie ermetica eppure cristallina, dove l’unione tra il linguaggio lineiforme di Alvin Lucier e l’immaginario mitologico trova il suo singolare potere di suggestione in una dimensione tonale eternamente sospesa, flebile eco di una tragedia che ha attraversato la storia sino a mutare prospettiva: nella modernità, con la fiera dichiarazione di H.D., primigenio impeto femminista nel fervido panorama letterario d’inizio Novecento; e nel nostro presente, con un enigma a-descrittivo e non-significante che si dischiude senza alcuna concessione di carattere comunemente “musicale”, riferita unicamente alla sua stessa, eterodossa natura sonora.


La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


Apparently Black Truffle‘s tribute to the dean Alvin Lucier, presented at the beginning of 2018, was not destined to remain an isolated case: after the diptych Criss-Cross / Hanover, Oren Ambarchi’s label profused herself in the re-edition of the celebratory boxset Illuminated by the Moon (4 LPs + CD), a collection of historical performing acts recorded in October 2016 at the University of the Arts in Zurich, on the occasion of the celebrations for the experimental composer’s 85 years of age.
The third and last monographic publication in a year, comes to light the premiere recording of So You … (Hermes, Orpheus, Eurydice), suite for clarinet, cello, female voice and nine amplified jars – respectively Anthony Burr, Charles Curtis, Jessika Kenney and Tom Erbe (live electronics).

Commissioned for the 14th edition of documenta, Lucier’s arbitrary rereading of the well-known Greek myth of Orpheus and Eurydice starts from a composition by the American poet H.D. (Hilda Doolittle, 1886-1961), a pioneer of the so-called “Imagism”, late-romantic current to which authors such as Ezra Pound (in his youth a companion of her), William Carlos Williams and D.H. Lawrence also belonged.
In the vivid monologue in verse of “Eurydice” – reported in full in the booklet – the nymph frees herself from the marginality and passivity of her role as object of desire to turn into an autonomous subject, and takes the floor by recriminating the hero’s poor resolve in an attempt to subtract her to the Underworld: in front of Hades and Persephone, in fact, it was established that he could have saved Eurydice only if during the ascent to the surface he had not turned back to look at his beloved one.

So you have swept me back,
I who could have walked with the live souls
above the earth,
I who could have slept among the live flowers
at last

(H.D., from “Eurydice”, 1916)

On the basis of his exclusive interest in the phenomenology of sound and its changing perception in space, as always Lucier carries out an extreme synthesis, an act of radical reductionism that also manages to preserve the faint traces of the initial inspiration. First of all, the song of a woman, a monodic lament whose gaunt text is made up of the first two words of a few stanzas selected from H.D.’s composition. Other symbolic elements, besides rudimentary means of amplification, are the clay jars: legend has it that Orpheus was killed in Thrace by some women who, drunk on wine, would have rebelled against their exclusion from the religious rites related to his figure – a cult dating back to the 6th century BC.

It is through these containers that Tom Erbe spreads the short waves that guide the sixty-minute piece, so simple on a theoretical and conceptual level as it is difficult in execution: in fact, the occasional listener could overlook the technical difficulty for an instrumentalist in sustaining a pure and continuous tone, as well as the control and discipline necessary for the shift towards adjacent microtones, the cornerstone of Lucier’s “quiet” poetics. The voice of Jessika Kenney (Eurydice) makes its entrance only beyond the ten-minute threshold, intoning one syllable at a time over the course of several seconds.

In the central part, a lowering of the analog frequencies and a general rarefaction leave the dense vibrato of the cello in the foreground until again, at thirty-seven minutes, the ensemble gradually slides towards the high register, close to reaching the rigorous understatement imposed by the electroacoustic score, which in the last quarter flows at times into excruciating and dramatic unison.

So You… is a chamber-music act of balance with an airtight yet crystalline surface, where the union of Alvin Lucier’s linear language and the mythological imagination finds its singular power of suggestion in an eternally suspended tonal dimension, the faint echo of a tragedy that has gone through history to the point of turning its perspective upside down: in the modern era, thanks the proud declaration of HD, primitive feminist impetus in the fervent literary panorama of the early twentieth century; and in our present, with an a-descriptive and non-significant enigma that unfolds without any concession to a commonly “musical” nature, referring only to its own, heterodox sound nature.

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