Alvin Lucier – Criss-Cross / Hanover

Black Truffle, 2018
drone, microtonal


Difficile immaginare la musica di ricerca contemporanea senza il pionieristico contributo dell’americano Alvin Lucier, teorico e non-musicista: i suoi esperimenti e le sue installazioni sonore dagli anni 60 a oggi si tramutano in affascinanti riscontri di una fenomenologia nascosta negli ambienti (gli studi sulla risonanza e sul riverbero), nei materiali e negli oggetti d’uso comune, come una semplice matita. Il pieno riconoscimento della sua rivoluzionaria opera è stato tardivo, ma all’età di 86 anni Lucier può giustamente contare sulla stima e il sostegno di istituzioni e musicisti di tutto il mondo.

Inizialmente affiliato all’etichetta Lovely Music Ltd. fondata da Mimi Johnson, vedova del geniale Robert Ashley, dagli anni Duemila a oggi Lucier è stato tributato con numerose raccolte e uno splendido documentario retrospettivo (“No Ideas But In Things”, WERGO, 2013). Ma la presente uscita in Lp su Black Truffle, oltre a presentare due registrazioni in prima assoluta, testimonia chiaramente l’influenza che il compositore esercita tuttora sulla nuova generazione di musicisti sperimentali.

Il brano per due chitarre elettriche “Criss-Cross” (2013) – registrato e mixato da François Bonnet (alias Kassel Jaeger) presso gli studi della INA/GRM di Parigi, di cui è direttore artistico – è infatti eseguito dai suoi dedicatari, ovvero Stephen O’Malley e Oren Ambarchi: entrambi regolarmente coinvolti in progetti d’area estrema e d’avanguardia – l’uno principalmente nei Sunn O))), l’altro da solista e con innumerevoli formazioni –, le loro sei corde sono qui al servizio di un non facile equilibrio su microtoni alternati; i loro archetti elettronici oscillano impercettibilmente sulla stessa nota di Si, creando delicati effetti di sfasamento non soltanto armonico ma anche para-ritmico, a causa dei feedback intermittenti generati dagli amplificatori. La dimostrazione di quanto sia difficile suggerire una stasi artificiale per mezzo di strumenti non elettronici.

Oren Ambarchi / Stephen O’Malley

Un pallido cenno biografico si cela invece dietro “Hanover” (2015): il brano per ensemble misto, inciso a Zurigo nell’ottobre del 2016, si ispira alla fotografia scelta per la copertina dell’album, datata esattamente a un secolo fa, che ritrae la jazz-band nella quale il padre di Lucier suonava il violino. Un analogo organico – comprendente anche due sassofoni, tre chitarre (al posto dei banjo), pianoforte e vibrafono – è messo al servizio di uno speculare esperimento sull’unisono apparente.
glissati ascendenti e poi discendenti degli strumenti, intervallati dalle singole note ripetute dal piano come linee guida, danno vita a un rituale cameristico che ancora una volta sottrae alle varie voci il loro timbro specifico e le convoglia verso la creazione di un unico, mellifluo meccanismo di pura risonanza. Come in certe solenni opere orchestrali di Giacinto Scelsi, il confine tra studio sulla percezione sonora e trance meditativa si assottiglia creando un’esperienza d’intensità ulteriore.

La semplicità teorica e l’efficacia delle opere di Lucier è tale da apparire, a seconda dei punti di vista, come un piccolo miracolo di natura acustica o come una banalità, una tesi già comprovata e sulla quale è inutile ritornare. L’impegno e la passione che lo accomunano ad autori come Phill Niblock, Pauline Oliveros ed Éliane Radigue dimostrano, invece, quanto oggi ci sia bisogno di ridare centralità a una tipologia d’ascolto realmente profonda e quanto più possibile lontana da canoni prestabiliti. C’è una bellezza preziosa e invisibile nei suoni più semplici, che anche grazie a tali maestri verrà tramandata e ulteriormente approfondita.




La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


It’s hard to imagine contemporary experimental music without the pioneering contribution of the American theoretician and non-musician Alvin Lucier: his experiments and his sound installations from the 60s to our days turn into fascinating troves of a phenomenology hidden in the environments (the studies on resonance and reverberation), in materials and objects of common use, like a simple pencil. The full recognition of his revolutionary work was late, but at the age of 86 Lucier can rightly count on the esteem and support of institutions and musicians around the world.

Initially affiliated with the label Lovely Music Ltd. founded by Mimi Johnson, widow of the brilliant Robert Ashley, from the 2000s to today Lucier has been credited with numerous collections and a splendid retrospective documentary (“No Ideas But In Things”, WERGO, 2013) . But the present release on Lp by Black Truffle, in addition to presenting two première recordings, clearly testifies to the influence that the composer still exercises on the new generation of experimental musicians.

The piece for two electric guitars “Criss-Cross” (2013) – recorded and mixed by François Bonnet (aka Kassel Jaeger) at the INA / GRM studios in Paris, of which he currently is the artistic director – is in fact performed by his dedicatees, meaning Stephen O’Malley and Oren Ambarchi: both regularly involved in extreme and avant-garde projects – one mainly with Sunn O))), the other as a soloist and with countless line-ups -, their six strings are here at the service of a difficult balance between alternating microtones; their e-bows oscillate imperceptibly on the same A note, creating delicate effects of phase shift not only harmonic but also para-rhythmic, due to the intermittent feedback generated by the amplifiers; a powerful demonstration of how difficult it is to suggest an artificial stasis by means of non-electronic instruments.

A pale biographical hint is instead hidden behind “Hanover” (2015): the piece for mixed ensemble, recorded in Zurich in October 2016, is inspired by the photograph chosen for the album cover, dated exactly at a century before, which portrays the jazz band in which Lucier’s father played the violin. A similar personnel – also including two saxophones, three guitars (instead of banjo), piano and vibraphone – is put at the service of a specular experiment on apparent unison.
The ascending and then descending glissati of the instruments, interspersed with the individual notes repeated by the piano as guidelines, give life to a chamber ritual that once again deprives the various voices of their specific timbre and directs them towards the creation of a single, mellifluous mechanism of pure resonance. As in certain solemn orchestral works by Giacinto Scelsi, the border between study on sound perception and meditative trance is narrowed, creating an experience of further intensity.

The theoretical simplicity and effectiveness of Lucier’s pieces is such as to appear, depending on the point of view, as a small miracle of an acoustic nature or as a banality, a thesis already proven and which it is useless to return upon. The commitment and passion shared by authors such as Phill Niblock, Pauline Oliveros and Éliane Radigue, on the other hand, show how much today there is a need to give back its centrality to a truly profound type of listening, as far as possible from pre-established canons. There’s a precious and invisible beauty in the simplest sounds which, also thanks to these masters, will be handed down and further deepened by future generations.

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