Keith Rowe – Absence

Erstwhile, 2021
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(ENGLISH TEXT BELOW)

Invitato dal sassofonista Christian Kobi all’edizione 2015 del festival »zoom in«, a Berna, Keith Rowe ha tenuto questa breve performance, oggi edita da Erstwhile con il titolo Absence, alcuni mesi prima di ultimare The Room Extended (2016), accolto sin dall’uscita come il suo testamento artistico ed espressivo. Ma nonostante le circostanze e le durate tra loro imparagonabili – poco più di mezz’ora di registrazione dal vivo contro le quattro ore abbondanti dell’opus magnum concepito in studio – risulta evidente come entrambi i “momenti” scaturiscano da un’amara consapevolezza che giunge a caratterizzarli in quanto definitivi, idealmente senza via di ritorno.

Torna alla mente Carpal Tunnel di Derek Bailey (Tzadik, 2005), cruda documentazione dell’implacabile decorso patologico che precedette la scomparsa dell’intrepido chitarrista d’avanguardia. Per Rowe, nel novembre 2015, lo stato avanzato della sindrome di Parkinson era già un dato incontrovertibile, ma soltanto attorno al dodicesimo minuto dell’esibizione esso si è reso così drammaticamente presente da convincerlo a non intraprendere mai più, da lì in poi, un live solista.
Qualche decennio prima, quel violento tremore che agita le corde amplificate avrebbe potuto essere un intervento puntuale nel mezzo di una sessione con AMM: oggi, invece, suona come una dolente sconfitta cui il decano della libera improvvisazione britannica è costretto a piegarsi, pur proseguendo stoicamente nell’esercizio delle sue funzioni sino al naturale compimento dell’arco performativo.

La lacerazione del silenzio è analoga a molte altre introspezioni del tardo Rowe: uno sfregamento metallico lungo la tastiera della chitarra, come a farne una tabula rasa per le successive intrusioni di gesti e impulsi elettrici che canonicamente non le appartengono. Dapprima a sprazzi, poi con pervasività sempre maggiore, le sue radio portatili attraversano passivamente le innocue leggerezze e le depravazioni commerciali dell’etere contemporaneo: un flusso di fredda alterità melodica le cui frequenze compresse arrivano a sovrastare le manipolazioni elettroacustiche, a fagocitarle come gli strascichi insignificanti (e non-significanti) di una lingua morta, o forse mai nata, prossima ad annullarsi tra le ben più rassicuranti volute di un allegretto settecentesco. Tutte le testimonianze di questi ultimi anni sembrano ricondurre all’eco di un fulgore classico del quale Rowe non si è mai ritenuto degno, lasciandolo filtrare appena, con la massima riverenza, tra le pieghe del suo pregnante vaniloquio.

A dispetto delle premesse, tuttavia, Absence non si qualifica come ipotetico preludio al gesamtkunstwerk di lì a poco dispiegatosi nel monumentale The Room Extended, resoconto quietamente straziante di quattro anni di introspezioni domestiche: come ogni performance figlia della più radicale tradizione improvvisativa, esso costituisce l’atto unico di una tragedia che invero non ha vincitori né vinti, soltanto comparse che attraversano la scena senza alcun intento di lasciare traccia, ma che proprio in virtù della loro umile dedizione, immolandosi all’arte per l’arte, riescono a incidere il presente come nessun altro.


Invited by saxophonist Christian Kobi to take part in the 2015 edition of the »zoom in« festival in Bern, Keith Rowe gave this short performance, now published by Erstwhile under the title Absence, a few months before completing The Room Extended (2016), which was regarded since its release as his artistic and expressive testament. But despite the incomparable circumstances and durations – just over a half hour of live recording against the abundant four hours of the studio opus magnum – it is clear how both “moments” arise from a bitter awareness that ends up characterizing them as definitive, ideally without return.

Derek Bailey’s Carpal Tunnel (Tzadik, 2005) comes to mind, the crude report of the relentless pathological course that preceded the intrepid avant-garde guitarist’s passing. For Rowe, in November 2015, the advanced state of his own Parkinson’s syndrome was already an incontrovertible fact, but only around minute twelve of the performance did it become so dramatically present that it convinced him never to undertake a solo live again from then on.
A few decades earlier, that violent tremor shaking the amplified strings could have been a timely intervention in the midst of an AMM session: today, however, it sounds like a painful defeat to which the doyen of British free improvisation is forced to bend, although stoically continuing in the exercise of his functions until the spontaneous completion of the performative arc.

The laceration of silence is similar to many other introspections of the later Rowe: a metallic rubbing along the guitar fretboard, as if to make it a clean slate for subsequent intrusions of gestures and electrical impulses that wouldn’t belong to it canonically. At first in flashes, then with ever greater pervasiveness, his two portable radio passively traverse the inoffensive levity and commercial depravities of the contemporary ether: a flux of cold melodic otherness whose compressed frequencies end up overwhelming the electroacoustic manipulations, engulfing them like insignificant (and non-significant) residues of a dead language, or perhaps never even born, close to erasing itself out among the much more reassuring volutes of an eighteenth-century allegretto. All of Rowe’s accounts from recent years seem to lead back to the echo of a classic splendor of which he has never considered himself worthy, barely letting it filter through, with the utmost reverence, between the folds of his pregnant vaniloquy.

In spite of its premises, however, Absence does not qualify as a hypothetical prelude to the gesamtkunstwerk which would soon unfold in the monumental The Room Extended, a quietly harrowing rundown of four years of domestic introspection: like every performance stemming from the most radical improvisational tradition, it constitutes the single act of a tragedy that indeed has no winners or losers, only extras who cross the scene with no intention of leaving a trace but who, precisely by virtue of their humble dedication, immolating themselves to art for art’s sake, are able to carve the present like no other.

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