Barbara Monk Feldman – Verses

GBSR Duo with Mira Benjamin

Another Timbre, 2021
contemporary classical, reductionism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Come è noto, gran parte degli autori afferenti al catalogo Another Timbre sono figli della “quieta” rivoluzione del periodo tardo di Cage e Feldman, laddove il riduzionismo formale e l’aleatorietà dell’esecuzione divenivano i fragili fondamenti di un paesaggio musicale sospeso e irreale, sempre più affrancato dall’intenzione espressiva e votato, invece, a un’inusitata concentrazione sul tocco del musicista e sulla pregnanza – questa sì, irriducibile – dell’attimo presente. Se perciò, da un lato, è curioso che l’opera di Barbara Monk Feldman (*1950) non avesse ancora trovato spazio tra queste edizioni, dall’altro l’avvio della Canadian Composers Series ha fornito al label master Simon Reynell più d’una ragione per ospitare la sua musica, in totale sintonia con la linea editoriale fin qui mantenuta.


In generale poco conosciuta e documentata a livello discografico, la poetica dell’ex allieva e vedova di Morton Feldman non vive all’ombra dell’eccelso mentore, ma anzi riluce in virtù di essa e vi infonde un più tangibile sentimento malinconico: orizzonti vibranti e immaginifici si stagliano fra le sue partiture da camera, rifacendosi esse alle linee morbide di una natura idealizzata pur custodendo l’enigma che sempre ne accompagna l’assorta contemplazione, la consapevolezza di non poterne cogliere che un’impressione fugace e infinitesimale.
In tal senso l’espressione “still life” sembra acquisire rinnovate qualità suggestive: mantenendo la giusta distanza dal dettaglio visivo, i paesaggi di Barbara Monk appaiono placidi in superficie ma animati da una tensione che solo a tratti affiora dal rado tessuto armonico, punteggiato così da cellule di irresolutezza che tuttavia non arrivano mai a scompaginare il quadro d’insieme.

Dopo l’incisione di “good day good day bad day bad day” di Oliver Leith (Another Timbre, 2020), sono ancora i giovani George Barton e Siwan Rhys (ora GBSR Duo) a dare corpo al nitido microcosmo emozionale di Monk Feldman: al suo interno il predominio spetta proprio alle percussioni melodiche, alle timbriche rotonde e risonanti di pianoforte e vibrafono, intesi come tavolozze di colori puri da mescolare o sovrapporre con campiture larghe e pazienti; solo nella totale devozione al gesto sonoro, infatti, la veduta interiore può approssimarsi allo spontaneo equilibrio degli elementi esteriori, attori “muti” di una realtà che si offre alla percezione umana senza significati intrinseci, quasi fosse del tutto inavvertita.

Barbara Monk Feldman

È questo stesso spirito di meravigliata passività che anima con infinita grazia il duo inaugurale (1988), tra le prime composizioni cameristiche e dunque ancora fortemente contraddistinta da certe inflessioni motiviche del maestro Feldman: eppure già in questo frangente si manifesta un più netto senso della prospettiva, attraverso l’evocazione di rintocchi lontani che suggeriscono il profilo di un campanile paesano ai bordi di una luminosa marina.
Tale apparizione a guisa di tintinnabuli si ripresenta in varie forme anche nell’intensa astrazione di “The I and Thou” (1988) per pianoforte solo e, soprattutto, nel lungo trio “The Northern Shore” (1997) assieme alla violinista Mira Benjamin – quasi una veterana del catalogo inglese, nonché membro dell’ensemble Apartment House –: una tremula presenza in continuo spostamento e diffusione nello spazio acustico, che se nel primo caso si confonde tra i frammenti sparsi di una sonata classica, nel secondo ritorna sovente a contrappuntare le linee sfalsate degli strumenti, il cui sublimante interplay sembra collocarli a pochi passi dalla suite “Daydreamer” del lituano Julius Aglinskas.

Assai più ermetico e sibillino il breve solo di vibrafono “Verses” (1994), tra moderate dissonanze in sustain e stoppati che d’improvviso ne congelano l’atmosfera onirica. In chiusura, con l’analogo episodio “Clear Edge” (1993), è invece il pianoforte a demarcare nettamente i confini delle sue dolci progressioni melodiche, rinunciando all’uso dei pedali per fare esclusivo affidamento sulla pressione più o meno prolungata delle dita sui tasti; un espediente formale in grado di conferire a questa parentesi d’ispirazione neoclassica un tratto di disincanto, quasi l’autrice volesse scongiurare l’abbandono a un sentimentalismo oramai fuori tempo massimo.

Non rimane che augurarsi, a partire da questo affascinante album-ritratto, che la musica di Barbara Monk Feldman si faccia strada in maniera più capillare nel repertorio degli interpreti d’ambito contemporaneo e, di conseguenza, nelle produzioni discografiche di altre prestigiose etichette: da par suo Another Timbre si conferma come virtuosa apripista, arricchendo ogni anno la sua mappatura delle nuove avanguardie radicali dai due lati dell’Oceano.


GBSR Duo

As is known, most of the authors belonging to the Another Timbre catalog are children of the “quiet” revolution of Cage’s and Feldman’s later periods, where formal reductionism and the uncertainty of the execution became the fragile foundations of a suspended, unreal musical landscape, increasingly freed from expressive intention and devoted, instead, to an unusual focus on the musician’s touch and on the significance – indeed irreducible – of the present moment. If therefore, on the one hand, it is quite strange that the work of Barbara Monk Feldman (*1950) had not yet found room among these editions, on the other hand the launch of the Canadian Composers Series has provided the label’s head Simon Reynell with more than one reason to host her music, in full accord with the editorial line maintained to this day.

Generally little known nor documented on a discographic level, the poetics of Morton Feldman’s ex-pupil and widow does not live in the shadow of the exceptional mentor, but rather shines by virtue of it and instills in it a more tangible melancholy feeling: vibrant and imaginative horizons loom from her chamber scores, relating to the gentle lines of an idealized nature while preserving the enigma that always accompanies its absorbed contemplation, the awareness of being able to grasp but a fleeting and infinitesimal impression of it.
In this sense, the term “still life” seems to acquire renewed suggestive qualities: by keeping the right distance from the visual detail, Barbara Monk’s scapes appear placid on the surface but animated by a tension that only at times emerges from the sparse harmonic fabric, thus punctuated by cells of irresolution which, even so, never manage to disrupt the overall picture.

After the recording of Oliver Leith’s “good day good day bad day bad day” (Another Timbre, 2020), it is once again the young George Barton and Siwan Rhys (now GBSR Duo) who give body to Monk Feldman’s distinct emotional microcosm: within it the predominance belongs to melodic percussions, meaning the round and resonant timbres of piano and vibraphone, intended as palettes of pure colors to be mixed or overlaid with large and patient fields; only in total devotion to the sound gesture, in fact, can the inner view approximate the spontaneous balance of the external elements, “mute” actors of a reality that offers itself to human perception without intrinsic meanings, almost as if it were completely unintended.

It’s this same spirit of marvelled passivity that, with utmost grace, animates the inaugural duo (1988), among the first chamber compositions and therefore still strongly characterized by certain Feldmanian motivic inflections: yet already at this juncture there’s a clearer sense of perspective, through the evocation of distant tolls that suggest the profile of a village bell tower at the edge of a bright marina.
This semblance under a tintinnabuli guise recurs in different forms also in the intense abstraction of “The I and Thou” (1988) for solo piano and, above all, in the long trio “The Northern Shore” (1997) together with violinist Mira Benjamin – almost a veteran of the English catalog, as well as a member of the Apartment House ensemble –: a tremulous presence in continuous displacement and diffusion within the acoustic space, which if in the first case is confused among the scattered fragments of a classical sonata, in the second it frequently returns to counterpoint the staggered lines of the instruments, whose sublimating interplay seems to place them a few steps from the Lithuanian Julius Aglinskas’ “Daydreamer” suite.

Way more hermetic and ambiguous is the short vibraphone solo “Verses” (1994), with moderate sustained dissonances and mufflings that suddenly freeze its dreamlike atmosphere. Lastly, with the analogous episode “Clear Edge” (1993), it’s instead the piano that neatly marks the boundaries of its sweet melodic progressions, renouncing the use of pedals to rely exclusively on the variably prolonged pressure of the fingers on the keys; a formal expedient capable of lending this parenthesis of neoclassical inspiration a sobering touch, as if the author wanted to avoid the abandonment to a sentimentality by now out of step.

What remains is to hope, starting from this fascinating portrait album, that Barbara Monk Feldman’s music will spread and make its way in the repertoire of contemporary performers and, consequently, in the record productions of other prestigious labels: for its part, Another Timbre confirms itself as a virtuous trailblazer, each year enriching its mapping of the new radical avant-gardes from both sides of the Ocean.

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