Giant Claw – Mirror Guide

Orange Milk, 2021
post-classical, experimental electronic

(ENGLISH TEXT BELOW)

‘Decostruzione’ è diventato, con l’avanzare del terzo millennio, un fattore comune tra le frange più sperimentali dell’elettronica contemporanea, dai primi sovvertimenti ritmici dell’EDM sino ai più drastici collassi strutturali delle correnti post-club e hi-tech. L’identità dell’etichetta Orange Milk risulta strettamente legata a queste tendenze, benché la sua linea editoriale sembri alimentare una ambito di ricerca compositiva quasi “colto”, in equilibrio tra il maestro del collagismo iperrealista Noah Creshevsky (non a caso riedito dalla label statunitense) e la nuova generazione della conceptronica.


Nel suo roster in continua espansione, il moniker Giant Claw (al secolo Keith Rankin, co-fondatore dell’etichetta con Seth Graham) troneggia fra i culti più solidi e trasversali in virtù della sua poetica indefinibile, sfuggente eppure capace di catturare l’orecchio dal primo istante: un flusso di argento vivo che accentra energie contrastanti, schegge d’origini disparate che si compendiano in un’unica alterità dalla geometria irregolare ma nondimeno esatta.
Laddove il precedente Soft Channel (2017) era ancora forgiato in un fitto e allucinato vocabolario plunderphonics, il più centrato e lineare Mirror Guide rivela con maggior evidenza l’anelito a un ipotetico, finanche parziale ritorno all’ordine formale, il risveglio di un afflato lirico andato perduto fra le inestricabili maglie dell’ultramondo digitale.

Selve e vortici di pizzicati d’archi sintetici, rapide esplosioni percussive e fiotti di materia elettronica residuale suggeriscono con insistenza l’idea di un “post-classicismo” mercuriale e proteiforme che – finalmente – intende mettere a frutto l’intero potenziale della creazione via software in un’ottica obliquamente orchestrale. Molecole di derivazione minimalista e scie atmosferiche in cinemascope frammentano e ricompongono nell’arco di un istante le soluzioni armoniche e ritmiche architettate da Rankin, cesellatore e raffinato esteta rapito in egual misura dalle polifonie sacre di un Tavener come dai cori tragici di Luigi Nono, filtrati attraverso i solenni riverberi del capolavoro cameristico dei These New Puritans, Field of Reeds (“Until Mirror”, “Thousand Whys”).

Tentare di inquadrare il caos è già di per sé una sfida costante, mai del tutto sormontabile, che ciononostante Giant Claw continua ad accettare nel pieno controllo delle sue risorse espressive: ma nel corso dell’intero album – e in particolare nelle sequenze che conducono al compimento finale – non si può fare a meno di percepire l’animo sofferto e sottilmente malinconico di quest’opera, quasi fosse imprigionata suo malgrado tra le pareti di specchi virtuali e volesse infrangerle per ricongiungersi alla tangibilità e al calore del teatro umano. Eppure, ormai inoltrati nel nuovo secolo, questa chimerica fusione di natura e artificio riesce in qualche modo a non apparire più così “corrotta”: non saremo forse all’alba di un autentico nuovo classicismo?


‘Deconstruction’ has become, with the advancement of the third millennium, a common factor among the more experimental fringes of contemporary electronics, from the first rhythmic subversions of EDM to the most drastic structural collapses of the post-club and hi-tech currents. The identity of the Orange Milk imprint is closely linked to these trends, although its editorial line seems to fuel an almost “cultured” area of compositional research, balanced between the master of hyperrealist collagism Noah Creshevsky (not coincidentally reissued by the US label itself) and the new generation of conceptronica.

Within its ever-expanding roster, the Giant Claw moniker (born Keith Rankin, co-founder of the label with Seth Graham) reigns as one of the most solid and transversal cults by virtue of his undefinable poetics, elusive yet capable of capturing the listener’s ear from the first moment: a flux of quicksilver that centralizes contrasting energies, splinters of disparate origins summed up in a single otherness whose geometry is irregular yet exact.
Where the previous Soft Channel (2017) was still forged in a dense and hallucinated plunderphonics vocabulary, the more centered and linear Mirror Guide reveals with greater clarity the yearning for a hypothetical, even partial return to formal order, the resurgence of a lyric afflatus that got lost among the inextricable meshes of the digital ultraworld.

Thickets and swirls of plucked synthetic strings, rapid percussive explosions and gushes of residual electronic matter insistently suggest the idea of a mercurial and protean “post-classicism” which – finally – intends to exploit the full potential of creation via software from an obliquely orchestral perspective. Molecules of minimalist lineage and atmospheric trails in cinemascope fragment and recompose in the space of an instant the harmonic and rhythmic solutions designed by Rankin, a chiseller and refined esthete equally enraptured by Tavener-esque sacred polyphonies as well as Luigi Nono’s tragic choirs, filtered through the solemn reverberations of These New Puritans’ chamber masterpiece Field of Reeds (“Until Mirror”, “Thousand Whys”).

Attempting to frame chaos is already in itself a constant, never fully surmountable challenge which Giant Claw nevertheless continues to accept, being in full control of his expressive resources: but throughout the entire album – and particularly in the sequences that lead to its final completion – one cannot help but perceive the pained and subtly melancholic soul of this work, as if it were unwillingly caged between walls of virtual mirrors and longed to break them in order to rejoin the tangibility and warmth of the human theater. Yet now, well into the new century, this chimerical blend of nature and artifice somehow manages to no longer appear so “tainted”: could we be, perhaps, at the dawn of an authentic new classicism?

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