Ryoji Ikeda – Music for Installations vol. 1

Codex Edition, 2021
minimal glitch, sound art

(ENGLISH TEXT BELOW)

La riduzione del mondo sensibile a un fluire inarrestabile di dati, di vuoti (zero) e pieni (uno): così appare – in un riflesso tanto pregnante quanto radicalmente astratto dell’età contemporanea – l’arte installativa di Ryoji Ikeda, dispiegata in ambienti ipnotici e immersivi entro i quali perdere contatto con la realtà tangibile, arrivando a immaginarsi come parte passiva di una Flatlandia governata dal calcolo e soggetta a una rigorosa suddivisione geometrica del tempo e dello spazio.
Rimane da chiedersi, in questo come in altri casi analoghi, se sia del tutto lecito dissociare la soverchiante componente visiva dal sound design che ne costituisce parte integrante, benché talvolta divenga inevitabilmente secondaria rispetto alle architetture di luce che invadono le gigantesche sedi espositive cui è destinata, in maniera vieppiù capillare, la fruizione dell’arte contemporanea.

L’interrogativo si rivela fallace (se non addirittura mal posto) nel momento in cui è l’artista stesso a editare e pubblicare le tracce progettate nell’ambito delle proprie installazioni: non perché questa scissione sia un atto ininfluente, ma proprio perché ci richiama a una categoria esperienziale del tutto distinta, nella quale siamo noi a divenire, in un certo senso, l’ambiente installativo.
A metà strada tra le iridescenti atmosfere generative di Brian Eno e i labirinti percettivi delle sculture sonore di Florian Hecker, le imponenti creazioni audiovisive di Ikeda non fungono da mera tappezzeria scenografica ma sembrano invocare, piuttosto, l’accettazione incondizionata della loro imperscrutabile logica interna: lo stato di meraviglia non proverrà allora da un’ipotetica decodifica dell’enigma digitale, bensì dall’abbandono all’iperstimolazione esercitata dal codice stesso.

Cosa resta, dunque, una volta sottratte le computer graphics dei fidati collaboratori Tomonaga Tokuyama e Shohei Matsukawa? Un immaginario ulteriormente essenziale, di natura più eidetica che numerica, legato in egual misura agli esordi ultra-minimali su Touch Records e alla seconda, determinante fase presso Raster-Noton, anche cronologicamente coincidente con le opere installative.

Se nel formato album del 2008 “test pattern” si presentava come un’esaustiva catalogazione di dinamiche post-techno basate su uno spettro di frequenze estreme, la sintesi qui proposta ne accentra e comprime le perforanti polarità in un tessuto che muta d’aspetto e di densità a ritmo vertiginoso. Il breve frammento relativo all’iterazione della stessa opera progettata per Times Square ricrea con efficacia la straniante polifonia che invase il cuore commerciale di New York nell’ottobre 2014: attivato per un mese intero a ridosso della mezzanotte, il climax timbrico iniziale deflagra in un microcosmo binario di schermi luminosi minuziosamente concertati tra loro.

Come sempre le lucide visioni di Ikeda trovano svariati punti di contatto con quelle del sodale e label master Carsten ‘Alva Noto’ Nicolai, e in particolare con certi echeggianti soundscape della serie ‘Xerrox’: sovraimpressi a una veduta cosmica sconfinata, i fibrillanti alfabeti Morse di “data.path” (2013), “data.scape” (2016) e “data.flux” (2017) producono un netto contrasto fra livelli di prossimità e distanza che oggi potrebbero rievocare anche le composizioni di Mika Vainio per il collettivo di design finlandese Snowcrash, recentemente ripubblicate dall’originaria Sähkö (Kiteet, 2020).

Per chi già conosce o ha addirittura fatto esperienza della produzione multimediale di Ikeda, questo primo volume tematico potrebbe riservare poche sorprese e un persistente senso di vacuità: ma ciò che queste registrazioni indubbiamente offrono è una prospettiva ravvicinata sull’evoluzione formale e sulle strategie para-narrative che interessano il suo processo creativo, fondato su princìpi estetici talmente solidi e coerenti da non ricadere mai davvero in sterili logiche spettacolarizzanti.


The reduction of the sensible world to an unrelenting flow of data, of voids (zero) and solids (one): such appears to be – in a reflection of the contemporary age as pregnant as it is radically abstract – the installation art of Ryoji Ikeda, unfolded in hypnotic and immersive environments within which to lose contact with tangible reality, coming to imagine oneself as the passive part of a Flatland governed by calculus and subject to a rigorous geometric subdivision of time and space.
The question remains, in this as in other similar cases, as to whether it’s entirely legitimate to dissociate the overwhelming visual component from the sound design that constitutes an integral part of it, although sometimes it inevitably becomes secondary to the architectures of light that invade the gigantic exhibition venues for which the fruition of contemporary art, in an increasingly widespread way, is intended.

Said question turns out to be fallacious (if not downright ill-posed) when it’s the artist himself who edits and publishes the tracks designed as part of his installations: not because this split is an irrelevant act, but precisely because it calls us to a completely distinct experiential category, in which it is we who become, in a certain sense, the installation environment.
Halfway between Brian Eno’s iridescent generative atmospheres and the perceptive labyrinths of Florian Hecker’s sound sculptures, Ikeda’s majestic audiovisual creations do not serve as mere scenographic wallpaper but rather seem to invoke the unconditional acceptance of their inscrutable inner logic: thus a state of wonder won’t come from a hypothetical decoding of the digital enigma, but instead from the abandonment to the hyperstimulation exerted by the code itself.

What remains, then, once the computer graphics by trusted collaborators Tomonaga Tokuyama and Shohei Matsukawa are subtracted? An even more essential imagery, of a more eidetic than numerical nature, linked in equal measure to the ultra-minimal beginnings on Touch Records and to the second, decisive phase at Raster-Noton, also chronologically coinciding with the installation works.

If the album format of “test pattern”, back in 2008, presented itself as an exhaustive catalogue of post-techno dynamics rooted in a spectrum of extreme frequencies, the synthesis proposed here centralizes and compresses their piercing polarities within a fabric that changes in appearance and density at a dizzying pace. The short fragment relating to the iteration of the same work designed for Times Square effectively recreates the alienating polyphony that invaded the commercial heart of New York in October 2014: activated just before midnight over a whole month, the initial timbral climax deflagrates in a binary microcosm of glowing screens meticulously concerted with each other.

As always, Ikeda’s lucid visions find various points of contact with those of his companion and label master Carsten ‘Alva Noto’ Nicolai, and particularly with certain echoing soundscapes from the ‘Xerrox’ series: superimposed on a boundless cosmic view, the fibrillating Morse alphabets of “data.path” (2013), “data.scape” (2016) and “data.flux” (2017) produce a sharp contrast between levels of proximity and distance that today could also evoke Mika Vainio’s compositions for the Finnish design collective Snowcrash, recently reissued by the original publisher Sähkö (Kiteet, 2020).

For those who already know or have even experienced Ikeda’s multimedia production, this first thematic volume may reserve few surprises and a persistent sense of vacuity: but what these recordings undoubtedly offer is a close perspective on the formal evolution and the para-narrative strategies that inform his creative process, founded on aesthetic principles so solid and coherent as to never really fall prey to sterile logics of spectacularization.

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