Weekly Recs | 2020/7

Aho Ssan – Simulacrum (2020)

Alex Hills – OutsideIn (2020)

Stromboli – Ghosting (2020)

Yui Onodera – Moire (2020)



Aho Ssan – Simulacrum

Subtext, 2020 | experimental electronic

Negli ultimi due anni la pubblicazione sempre più consistente di artisti esordienti da parte dell’etichetta Subtext ne ha rafforzato i connotati che la qualificano come una vera e propria “scuola” dell’elettronica contemporanea: una fucina dedita a quella “estetica del collasso” così efficacemente rappresentata dall’opera matura di artisti quali Paul Jebanasam, Fis e l’uscente Roly Porter, talenti superiori che dalle ceneri della UK bass novantiana hanno spalancato un varco su scenari di vertigine e spaesamento sempre più vividi e universali.

In questo solco si inscrive, a partire dal titolo stesso, anche il debutto discografico di Aho Ssan (all’anagrafe Désiré Niamké), già ospite della scorsa edizione del Berlin Atonal: difatti, benché lo spunto concettuale dichiarato sia quello dell’emarginazione sociale crescendo nella periferia francese, risulta palese il raccoglimento delle sonorità e degli effetti iper-cinetici portati a perfezione da Jebanasam con il suo magnum opus composto in forma di sinfonia digitale, Continuum (2016).

Simulacrum è l’ulteriore e inequivocabile referto di un processo di disgregazione sonora oramai insanabile, una complice opera di stravolgimento del reale tale da spazzare via quasi del tutto le ultime tracce di quel lirismo che pure sottende a molte opere del catalogo britannico. La matrice sintetica riconoscibile tra le pieghe dei quattro movimenti principali lascia trapelare soltanto gli ultimi sprazzi di un afflato melodico soffocato, sempre più prossimo alla completa sparizione dal quadro.

L’inventiva e l’ambizione superano le possibilità concrete nelle ultime due tracce – “Blind Power” e l’epilogo “We Don’t Have to Worry Anymore” – per le quali Niamké ha ricreato e manipolato via software i timbri strumentali di un gruppo jazz: è l’illusoria eredità del nonno mai conosciuto Mensah Antony, trombettista attivo negli anni cinquanta in Costa d’Avorio, che attraverso il filtro nostalgico artificiale del sound artist sancisce il saldo emozionale di un’opera intimamente tormentata, foriera di un riscatto che forse può realizzarsi soltanto nel ‘simulacro’ del mondo originato nell’espressione artistica.


In the last two years, the increasingly consistent publication of new artists by Subtext has strengthened those features that qualify it as a veritable “school” of contemporary electronics: a breeding ground devoted to the “aesthetics of collapse” effectively represented by the mature work of artists such as Paul Jebanasam, Fis and the outgoing Roly Porter, superior talents who from the ashes of the 90s UK bass opened the gateway to increasingly vivid and universal scenarios of vertigo and estrangement.
In these same furrows, starting from the title itself, fits the record debut of Aho Ssan (born Désiré Niamké), already a guest in the last edition of Berlin Atonal: in fact, although the declared conceptual cue is that of social exclusion growing up in the French suburbs, the spectrum of sounds and hyper-kinetic effects is clearly a recollection of those brought to perfection by Jebanasam with his magnum opus composed in the form of a digital symphony, Continuum (2016).
Simulacrum is a further and unequivocal report of a now irremediable sound disintegration process, a complicit work of reality distortion that almost completely wipes out the last traces of a lyricism which nonetheless underlies many works in the British catalog. The recognizable synthetic matrix hidden between the folds of the four main movements reveals only the last flashes of a suffocated melodic inspiration, closer and closer to completely disappearing from the canvas. 
Inventiveness and ambition outweigh concrete possibilities in the last two tracks – “Blind Power” and the epilogue “We Don’t Have to Worry Anymore” – for which Niamké has recreated and manipulated via software the instrumental timbres of a jazz group: it is the illusory legacy of the never met grandfather Mensah Antony, trumpeter active in the fifties in Ivory Coast, which through the sound artist’s artificial nostalgic filter constitutes the emotional payoff of an intimately tormented work, the harbinger of a redemption which perhaps can only take place in the ‘simulacrum’ of the world originated through artistic expression.


Alex Hills – OutsideIn

Carrier, 2020 | contemporary classical

Si identifica comunemente il 1984 immaginato da Orwell come lo scenario distopico per eccellenza: ma se ci spostiamo di un secolo indietro, al 1884, ne incontriamo lo sconvolgente prototipo astratto nella “Flatlandia” di Edwin Abbott Abbott, visione più profetica che lungimirante, tale da ispirare ancora oggi una moltitudine di epigoni narrativi e artistici. E dal suddetto romanzo, infatti, prendono avvio le tre eccentriche composizioni raccolte nel secondo album-ritratto dell’inglese Alex Hills, pubblicato da Carrier Records in concomitanza con l’inventivo esordio corale di Alex Dowling

OutsideIn” (2014-16), brano principale che dà il titolo al disco, è a tutti gli effetti un “doppio quartetto” per violino solo (la virtuosa Aisha Orazbayeva) e sette archi: un audace intervento di decostruzione motivica, come se sotto i nostri occhi avvenisse uno smembramento del tema principale nota per nota; trenta minuti in un moto discendente ansiogeno e inesorabile, benché permeato da una formidabile vivacità sonora in grado di conciliare il ruvido bruitisme di Helmut Lachenmann con la verticalità allucinata del “Helikopter Quartett” di Stockhausen. 

È affidato all’ensemble vocale EXAUDI il più esplicito riferimento a “Flatland” (2014), un alienante canto monodico in cui le figure geometriche si annunciano solennemente con il loro nome proprio, frapponendosi l’una all’altra e quindi, di fatto, negando le rispettive individualità date dal diverso numero di lati. Solo nella seconda metà del brano le voci trovano nuovi slanci plastici e danno vita a una stereofonia di acuti improvvisi e sprofondamenti gutturali che, nel loro strenuo a-descrittivismo, echeggiano i rituali atavici di Meredith Monk.

Da ultimo il brano meno intelligibile ma parimenti eccentrico nella sua espressività, “Short Long Shrink Stretch” (2018-19) per percussione solista e ensemble misto (ottoni, arpa e quartetto d’archi): i saliscendi dei timpani e lo schiocco legnoso degli idiofoni scandiscono le tappe di una marcia surreale senza direzione alcuna, della quale gli altri strumentisti sembrano accentare i passi con crescente coinvolgimento, inscenando così un ultimo teatro grottesco popolato da figure gelose del proprio enigma intrinseco, segno distintivo e unica raison d’être a loro concessa.


The year 1984 as imagined by Orwell is commonly identified as the dystopian scenario par excellence: but if we move a century back, to 1884, we encounter its shocking, abstract prototype in Edwin Abbott Abbott’s “Flatland”, a more prophetic than forward-looking vision that would go on to inspire a multitude of narrative and artistic descendents. And from said novel, in fact, start the three eccentric compositions gathered in the second portrait album of the English composer Alex Hills, published by Carrier Records together with Alex Dowling’s inventive choral debut. 
OutsideIn” (2014-16), the main piece that titles the disc, is in all respects a “double quartet” for solo violin (the virtuoso Aisha Orazbayeva) and seven strings: a bold operation of motivic deconstruction, as if a dismemberment of the main theme, note by note, was taking place before our eyes; thirty minutes in an anxious and inexorable descending motion, although permeated by a formidable sonic liveliness able to reconcile Helmut Lachenmann’s rough bruitisme with the hallucinated verticality of Stockhausen’s “Helikopter Quartett”.
Entrusted to the EXAUDI vocal ensemble is a more explicit reference to “Flatland” (2014), an alienating monodic song in which the geometric figures solemnly announce themselves with their proper name, overlapping each other and therefore denying the respective individuality given by their different number of sides. Only in the second half of the piece do the voices find new plastic upsurges and give life to a stereophony of sudden high notes and guttural plummetings that, in their strenuous a-descriptivism, echo the atavistic rituals of Meredith Monk.
Short Long Shrink Stretch” (2018-19) for solo percussion and mixed ensemble (brass, harp and string quartet) is definitely less intelligible but equally eccentric in its expressiveness: the ups and downs of the timpani and the wooden snaps of the idiophones mark the stages of a surreal march without direction, of which the other instrumentalists seem to accentuate the steps with increasing involvement, thus staging a final grotesque play populated by figures jealous of their intrinsic enigma, both a distinctive sign and the only raison d’être they’re granted.


Stromboli – Ghosting

Oltrarno, 2020 | dark ambient/electronic

Il nome Stromboli ha in sé il potere di evocare scenari turbati da fenomeni vulcanici e tellurici, forze incontrollabili che prima di sortire il loro devastante effetto hanno origine e sono covate nelle profondità della terra, in un minaccioso silenzio che può durare anni o persino interi secoli. Allo stesso modo il progetto solista di Nico Pasquini – fedele al formato cassetta – non predilige il ricorso a un’estetica deflagrante, ma sembra piuttosto voler dar voce a una musica del presagio costante e del tumulto sotterraneo, espressa in variazioni di alterna matrice descrittiva, tra opprimenti pulsazioni techno e sconfinamenti atmosferici di derivazione dark ambient

L’ampia strumentazione abbraccia ugualmente analogico e digitale, vintage e odierno: nastri Revox, sintetizzatori Korg, Stylophone, sampler Roland e quattro-piste Tascam sono solo alcuni degli elementi alla base di un amalgama eclettico e finemente orchestrato. Ghosting vive di contrasti netti ma tutt’altro che inconciliabili, attraversando asperità e inattese levigature senza soluzione di continuità, tra frequenze ritmiche frastagliate alla Autechre (“Rip”), tribalismi disumanizzati (“Split”), implacabili moti pneumatici post-industrial (“Sins”, “Wax”) e dolenti panoramiche affini all’elegiaca disillusione dei tardi Yellow Swans (“Shism”, “Spettro”). 

Con uno stratagemma visivo d’impatto, l’artwork fotografico di Giulia Mazza riesce a sintetizzare lo spunto concettuale soggiacente a Ghosting: la mano dell’uomo ha opacizzato e compromesso – forse per sempre – il nostro rapporto con il sacro e il trascendente; una tensione spontanea verso l’alto e l’oltre che l’album di Stromboli, pur saldamente ancorato al suolo, lascia trapelare dalle faglie profonde e pervasive della sua terra desolata.


The name Stromboli holds in itself the power to evoke scenarios troubled by volcanic and telluric phenomena, uncontrollable forces that, before taking their devastating effect, originate and are hatched in the depths of the earth, in a threatening silence that can last years or even entire centuries. In the same way, Nico Pasquini’s solo project – faithful to the tape format – doesn’t preferably resort to an explosive aesthetic, but rather seems inclined to give voice to a music of constant menace and underground turmoil, expressed in variations of alternatively descriptive nature, between oppressive techno pulsations and atmospheric digressions of dark ambient derivation.
The wide instrumental spectrum equally embraces analog and digital, vintage and current: Revox tapes, Korg synthesizers, Stylophone, Roland sampler and 4-track Tascam recorder are just some of the elements at the core of an eclectic and finely orchestrated amalgam. Ghosting thrives on sharp but far from irreconcilable contrasts, crossing roughness and unexpected smoothings without interruption, from jagged  rhythmic frequencies à la Autechre (“Rip”) to dehumanized tribalisms (“Split”), from relentless post-industrial pneumatic cycles (“Sins”, “Wax”) to sorrowful panoramas akin to the elegiac disillusionment of late Yellow Swans (“Shism”, “Spettro”).
With an impactful visual stratagem, Giulia Mazza’s photographic artwork summarizes the conceptual cue underlying Ghosting: the acts of men have  turned opaque and compromised – perhaps forever – our relationship with the sacred and the transcendent; a spontaneous tension upwards and beyond that Stromboli’s album, while firmly anchored to the ground, exudes through the deep and pervasive fault lines of its wasteland.


Yui OnoderaMoire

Room40, 2020 | ambient

Ancora una volta bisogna rendere merito a John Cage per aver introdotto la musica occidentale alla particolarità dello shō, strumento a fiato della tradizione gagaku giapponese che, tanto nell’aspetto quanto nel suono, sembra provenire da un universo fiabesco e magico. Le piccole canne di bambù rivolte verso l’alto sprigionano una delicata vibrazione polifonica in grado di aprire la mente a orizzonti limpidissimi, nonostante la limitata capacità di risonanza acustica. Una riscoperta che ha recentemente interessato Tim Hecker ma non solo, come ben esemplifica uno speciale pubblicato su Bandcamp.

Con un saggio breve ma di grande impatto emotivo, il compositore ambient Yui Onodera mette in luce gli esiti della sua ricerca sullo strumento in cinque brani che ne elevano a potenza l’intrinseca valenza evocativa per mezzo di larghe campiture elettroniche, ideale sintesi tra il rapimento sacrale degli Hammock e le densità drone di Rafael Anton Irisarri. Così la nuda essenzialità del reale è proiettata in un più ampio soundscape espressionista, avulso dalla significazione e improntato a un sentire assoluto.

Una cura istantanea per lo spirito, gioiello offerto dalla generosa sensibilità di Lawrence English e della sua Room40, riflesso di un’insaziabile curiosità verso ogni nuova rivelazione sonora nel panorama contemporaneo.


Once again we must give credit to John Cage for introducing western music to the peculiarity of the shō, a wind instrument of the Japanese gagaku tradition that, both in appearance and sound, seems to come from a fairy-tale and magical universe. The small bamboo pipes facing upwards release a delicate polyphonic vibration capable of opening the mind to crystal clear horizons, despite their limited acoustic resonance. A rediscovery that has recently interested Tim Hecker among others, as a special published on Bandcamp well exemplifies. 
With an essay short but of great emotional impact, ambient composer Yui Onodera highlights the results of his research on the instrument in five tracks that enhance its intrinsic evocative value by means of vast electronic backgrounds, an ideal synthesis between Hammock’s sacral raptures and the atmospheric densities of Rafael Anton Irisarri. Thus the bare essentiality of the real is projected into a broader expressionist soundscape, detached from meaning and marked by an absolute feeling
An instant cure for the spirit, a jewel offered by the generous sensitivity of Lawrence English and his Room40, the reflection of an insatiable curiosity towards each new sound revelation in the contemporary scene.

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