The Necks – Three

★★★☆☆
Fish of Milk / RēR / Northern Spy, 2020
avant-jazz


(ENGLISH TEXT BELOW)

Tre (Three) come equilibrio che non ammette alcuna eccezione, da più di trent’anni. Tre brani per spingersi tre passi avanti, trascorsa oramai l’epoca delle serafiche trance da camera, sospinti da quel minimalismo formale ed emozionale che li ha resi una delle più eccentriche formazioni del nuovo jazz d’avanguardia.
Più il tempo passa, infatti, e più i Necks si riscoprono inclini alla sperimentazione: idealmente da Vertigo (2015) in poi gli schemi d’interazione si sono scompaginati, il metronomo è andato fuor di sesto, si sono fatti strada nuovi gradi di concitazione nel dialogo tra le parti. Il risultato è che oggi qualunque metamorfosi potrebbe attenderci al varco e nondimeno sapremo riconoscere sempre, infallibilmente, l’impronta di Abrahams / Buck / Swanton.

Il modo migliore per disattendere le aspettative è negare la formula del crescendo e attaccare in medias res: come una subitanea e accecante visione, “Bloom” sprigiona un vortice di percussioni tenuto in vita da Tony Buck per venti minuti ininterrotti, un totem sonoro attorno al quale i cantabili del pianoforte e i riff circolari del basso alimentano l’inebriante densità già attuata in Unfold (2017) e nelle più recenti sessioni con gli Swans (Leaving Meaning, 2019). Un abbandono estatico ma anche gioioso alla trazione ritmica e alla più spontanea semplicità melodica, vicino in spirito alle suite mantriche di Pharoah Sanders o di Terry Riley.

Dedicata al defunto frontman del gruppo punk australiano The Celibate Rifles, il secondo brano inverte del tutto il mood e vede il trio avvolgersi in una rarefazione misterica: “Lovelock” è un cerimoniale tenebroso e scevro da forze motrici, sostanzialmente affrancato dagli stilemi jazz per sconfinare quasi nell’astrazione della classica contemporanea. Le progressioni d’ascendenza feldmaniana di Chris Abrahams e l’archettare fantasmatico del contrabbasso di Lloyd Swanton sono la quieta resistenza a un florilegio di soluzioni percussive, dal tintinnio tonale dei chimes al perturbante rullare dei tamburi, gesti di matrice quasi pittorica che vanno a comporre un soundscape inquieto e irrisolto, votato più alla risonanza e alla suggestione volatile che a un processo di accumulazione regolare.

Col terzo e ultimo brano arriviamo a una delle declinazioni più sorprendente, non soltanto di questo album: “Further” è davvero un invito a guardare oltre e, sebbene non ci siano indicazioni esplicite sull’ispirazione soggiacente al brano, a un anno dalla scomparsa di Mark Hollis risulta difficile non associare gli accordi minori di organo elettrico e la vibrante ariosità della batteria alle avanscoperte sonore dei tardi Talk Talk.
Quell’orizzonte idilliaco che la band inglese arrivò a sfiorare per tramite di una scrittura sofferta e a lungo meditata, nella sessione in studio dei Necks torna a manifestarsi senza passaggi intermedi, scostando il velo di sacrale intangibilità per lasciar risplendere in pienezza un tripudio di colore e calore strumentale. È questo, più che mai, un puro viaggio emozionale che significativamente si spegne in dissolvenza, come a lasciare nella mente uno spiraglio di quella luce sovrumana in cui ora – ne siamo certi – Hollis si è rifugiato per l’eternità.

Three as a balance that admits no exceptions, for more than thirty years now. Three tracks to go three steps forward, now that seems to have passed the era of seraphic chamber trances, driven by that formal and emotional minimalism that has made them one of the most eccentric formations of the new jazz avant-garde. 
The more time passes, in fact, the more the Necks find themselves prone to experimentation: ideally from Vertigo (2015) onwards the interaction patterns have been disrupted, the metronome has gone crazy, new degrees of excitement have made their way in the dialogue between the parties. As a result, nowadays, any metamorphosis could await behind the corner and nevertheless we will always, infallibly, be able to recognize the imprint of Abrahams / Buck / Swanton.

The best way to disregard expectations is to deny the formula of crescendo and attack in medias res: like a sudden and blinding vision, “Bloom” unleashes a percussion vortex kept alive by Tony Buck for twenty uninterrupted minutes, a sound totem around which the cantabili of the piano and the circular riffs of the bass nurture the intoxicating density already carried out in Unfold (2017) and in the most recent sessions with Swans (Leaving Meaning, 2019). An ecstatic but also joyful abandonment to rhythmic traction and the most spontaneous melodic simplicity, close in spirit to the mantric suites of Pharoah Sanders or Terry Riley.

Dedicated to the late frontman of the Australian punk group The Celibate Rifles, the second piece turns the mood completely upside down and sees the trio envelop themselves in a mystic rarefaction: “Lovelock” is a ceremonial both dark and devoid of driving force, basically released from jazz-related styling cues to almost trespass in the abstraction of contemporary classical. Chris Abrahams’ progressions of Feldmanian ancestry and the phantasmal bow of Lloyd Swanton’s double bass are the quiet resistance to a flourishing of percussive solutions, from the tonal tinkling of the chimes to the perturbing drum rolls, gestures of an almost pictorial matrix that go on to compose a restless and unresolved soundscape, devoted more to resonance and volatile suggestions than to a process of steady accumulation.

With the third and last piece we come to one of the most surprising declinations, not only with respect to this album: “Further” really is an invitation to look beyond and, although there are no explicit indications on the inspiration underlying it, one year after Mark Hollis’ death it would be hard not to associate the minor chords of the electric organ and the vibrating airiness of the drums with the sonic discoveries of late Talk Talk.
That idyllic horizon the English band verged on by means of a pained and long-pondered writing, in the Necks’ studio session returns to manifest itself without intermediate steps, moving aside the veil of sacred intangibility to let a blaze of instrumental color and warmth shine in fullness. This is, more than ever, a pure emotional journey that significantly ends in a fade-out, as if to leave in our minds a glimpse of that superhuman light in which now – we are sure – Hollis has taken refuge for eternity.

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