[V.A.] América Invertida

★★★☆☆
Little Butterfly / VampiSoul, 2019
new age, ambient


(ENGLISH TEXT BELOW)

Per modificare radicalmente e istantaneamente la percezione visiva di un dato soggetto basta compiere un semplice gesto: capovolgerlo. Le forme diventano d’un tratto irriconoscibili, la familiarità è compromessa, nuove gerarchie estetiche si instaurano. Quello del pittore uruguayano Joaquín Torres García non era un innocente gioco d’immaginazione artistica, ma un vero e proprio manifesto per la scena creativa nazionale: il disegno del 1943 intitolato “América Invertida”  rispecchiava l’utopico desiderio di spodestare l’egemonia culturale degli Stati Uniti – ma anche del vicino Brasile – e trasformare simbolicamente il Sud in Nord, con tutto il bagaglio valoriale a esso storicamente attribuito. 
Ed è proprio l’orizzonte dell’utopia quello che accomuna la varietà espressiva dell’underground di Montevideo negli anni 80: una scena popolata di figure artistiche adombrate dalla storia ufficiale, eterni outsider e gruppi durati il tempo di un album, emissari inascoltati del verbo new age e dell’ambient music più colorita e trasognata.

Inaugurano la kermesse i Contraviento, che dopo l’epoca “d’oro” si sarebbero riuniti in studio solo nel 2000: “Desencanto”, dall’esordio Tercia (1983), è un etereo e pacificante intarsio di flauti, chitarra classica e delicate percussioni – ritornerà in altre tracce il tamburo candombe, tipico strumento nazionale. Ma trovano spazio anche autori di lungo corso come Jaime Roos, assieme alla vocalist Estela Magnone nell’album Mujer de sal junto a un hombre vuelto carbón (1985): “Tras tus ojos” è il perfetto compromesso tra il folk di una Joni Mitchell e le suadenti fascinazioni melodiche della bossa nova, prima di una coda dove alle parole si sostituiscono versi selvatici, il richiamo di una natura mai veramente al di fuori del panorama. Di simile ispirazione il trio al femminile Travesía, che trasla armonie vocali d’ascendenza country nell’assorto bozzetto introduttivo del loro rarissimo vinile (Ni un minuto más de dolor, 1983).

Possiamo forse azzardare un paragone tra le prime incursioni del Brian Eno solista e il flemmatico synth-pop di Eduardo Darnauchans? Di certo nella sua “De los relojeros” (da Nieblas & Neblinas, 1984) non mancano ‘strategie oblique’, stratificazioni di piste rovesciate o a ritmi variabili, mentre la voce espone il proprio teorema sull’inesistenza del tempo oltre la meccanica degli orologi (“Lleguemos a un acuerdo / el tiempo es una cosa / que pasa y que no existe/ fuera de los relojes”). 
Appena fuori dal decennio il doppio contributo di Hugo Jasa, “Kabumba (La fuerza amenazadora de lo grande)” e la più sgargiante “Y el tiempo pasa (Los ángulos de los labios)” dal suo unico Lp Estados de ánimo (1990), a ben vedere non troppo distanti dal city pop con venature jazz che in quegli stessi anni circolava in Giappone. E che dire della “Llamada Insólita” del settetto fusion La Escuelita? In pratica la risposta easy listening ai tardi Weather Report, con tastiere e basso in primo piano a tracciare i contorni di un uggioso scenario metropolitano.

E poi piccole perle, seduzioni di un fuggevole istante, come il samba “Capítulos” di Mariana Ingold, o la cantilena “El chi-li-ban-dan” di Eduardo Mateo: chiaramente una musica tutta interiore, quest’ultima, una forma gentile di auto-ipnosi che rappresenta soltanto la breve porzione di un viaggio fantastico tra cosmo e microcosmo, dalla danza dei pianeti alla vita segreta di fiori e insetti. Tra esotismo e artigianato elettronico, in “Bombinhas” gli strumenti a fiato etnici di Jorge Cumbo incontrano la replica di un’arpa prodotta dal tastierista Leo Maslíah (En dúplex, 1987), dando vita a uno dei momenti più intimi e affascinanti del lotto.
Da ultimo Fernando Cabrera, attivo ancora oggi nel songwriting nazionale, conclude la raccolta con la lettera aperta “A ustedes” (dall’esordio El viento en la cara, 1984): cori sovrapposti creano il nebbioso sfondo sonoro alla dichiarazione di insignificanza della propria musica – o persino della propria esistenza – di fronte ai potenti e alla vita che scorre sotto i loro palazzi (“Insisto: yo apenas canto este canto / Y es bueno que no exageren / El alcance que tendrá”).

Con la compilation in vinile América Invertida la joint venture ispanica tra le etichette Little Butterfly e VampiSoul sottrae all’oblio una sintetica ma significativa selezione di brani che, ognuno a proprio modo, sanno meravigliare e incuriosire, invitano a scavare negli archivi del web per conoscere le storie e magari acquistare le ultime introvabili copie di questi coraggiosi musicisti indipendenti, custodi dei tesori nascosti nel ‘Sud del Sud’.


To radically and instantly modify the visual perception of a given subject, just make a simple gesture: turn it upside down. The forms suddenly become unrecognizable, familiarity is compromised, new aesthetic hierarchies are established. That of Uruguayan painter Joaquín Torres García wasn’t just an innocent game of artistic imagination, but a true manifesto for the national creative scene: the 1943 drawing entitled “América Invertida” reflected the utopian desire to oust the cultural hegemony of the United States – but also that of neighboring Brazil – and symbolically transform the South into North, with all the historical values ​​attributed to it.
And it is precisely the horizon of utopia that unites the expressive variety of Montevideo’s underground in the 80s: a scene populated by artistic figures overshadowed by official history, eternal outsiders and groups lasting for the time of an album, unheard emissaries of the new age word as well as the most colorful and dreamy ambient music.

Inaugurating the kermesse are Contraviento, which after the “golden age” would have met again in the studio only in 2000: “Desencanto”, from their debut album Tercia (1983), is an ethereal and pacifying inlay of flutes, classical guitar and delicate percussions – the candombe drum, a typical national instrument, will return in other tracks as well. But also long-term authors find space, like Jaime Roos, together with vocalist Estela Magnone in the album Mujer de sal junto a un hombre vuelto carbón (1985): “Tras tus ojos” is the perfect compromise between Joni-Mitchell-like folk and the persuasive melodic fascinations of bossa nova, before a coda where words are replaced by wildlife cries, the calling of a nature never really outside of the landscape. The female trio Travesía is similarly inspired, translating vocal harmonies of country ancestry into the absorbing introductory sketch of their very rare vinyl (Ni un minute más de dolor, 1983).

Can we possibly hazard a comparison between Brian Eno’s first solo forays and Eduardo Darnauchans‘ phlegmatic synth-pop? Certainly in his “De los relojeros” (from Nieblas & Neblinas, 1984) there’s no shortage of ‘oblique strategies’, stratifications of tracks in reverse or with variable rhythms, while the voice exposes its theorem on the nonexistence of time beyond the mechanics of watches (“Lleguemos a un acuerdo / el tiempo es un cosa / que pasa y que no existe / fuera de los relojes”).
Just outside of the decade falls Hugo Jasa’s double contribution, “Kabumba (La fuerza amenazadora de lo grande)” and the more gaudy “Y el tiempo pasa (Los ángulos de los labios)” from his only Lp Estados de ánimo (1990), on closer inspection not too far from the jazz-veined city pop that circulated in Japan in those same years. And what about the “Llamada Insólita” of the fusion septet La Escuelita? Practically the easy listening response to late Weather Report, with keyboards and bass in the foreground to trace the contours of a gloomy metropolitan scenery.

Then there’s a few small pearls, seductions of a fleeting moment, like the samba “Capítulos” by Mariana Ingold, or the chant “El chi-li-ban-dan” by Eduardo Mateo: the latter clearly being an entirely internal music, a gentle kind of self-hypnosis which represents only the short portion of a fantastic journey between cosmos and microcosm, from the dance of the planets to the secret life of flowers and insects. Between exoticism and electronic craftsmanship, in “Bombinhas” the ethnic wind instruments of Jorge Cumbo meet the replica of a harp produced by keyboardist Leo Maslíah (En dúplex, 1987), giving life to one of the most intimate and fascinating moments of the lot.
Lastly Fernando Cabrera, still active in the national songwriting scene, concludes the collection with the open letter “A ustedes” (from his debut El viento en la cara, 1984): overlapping choirs create the misty sonic background for a declaration of insignificance of his music – even of his own existence – in the face of powerful people and the lives flowing outside of their buildings (“Insisto: yo apenas canto este canto / Y es bueno que no exageren / El alcance que tendrá”).

With the vinyl compilation América Invertida the Hispanic joint venture between the labels Little Butterfly and VampiSoul saves from oblivion a succint but significant selection of songs which, each in their own way, manage to amaze and intrigue, inviting you to dig in the archives of the web to learn about their stories and maybe buy the latest unfindable copies of these brave independent musicians, keepers of the hidden treasures from ‘South of the South’.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...