Melaine Dalibert – Cheminant

★★★☆☆
Elsewhere, 2019

artwork by David Sylvian

Nel pieno del Secolo breve, mentre le avanguardie colte europee battevano gli impervi sentieri del serialismo, la scuola newyorkese andava ricercando con crescente libertà una dimensione trascendente del suono, del tempo e dello spazio che esso abita. Poteva trattarsi di un luogo fisico “trasfigurato”, come la Dream House di La Monte Young e Marian Zazeela, oppure, come nelle lunghe composizioni di Morton Feldman, di un non-luogo totalmente immaginario, un orizzonte mentale che si realizza soltanto attraverso una fragile e inconsueta tessitura di note e silenzi.

Sinora le quiete suite del pianista francese Melaine Dalibert hanno assecondato la necessità di rinfondere il giusto peso a ciascun tasto, ciascun accordo inanellato in sequenze estese atte a smarrire la percezione temporale e considerare i singoli fenomeni acustici nella loro forma nuda e primigenia. Dopo l’esordio su Another Timbre (Ressac) e la pubblicazione inaugurale dell’etichetta Elsewhere (Musique pour le lever du jour), Dalibert prosegue con quest’ultima e raduna in Cheminant cinque brani – alcuni dei quali identificabili come “studi” – dallo stile più vario, benché tutti immancabilmente legati alla cifra minimalista che caratterizza tutto il suo operato.

L’autoesplicativa “Music In An Octave” – dedicata a David Sylvian, anche qui responsabile del progetto grafico – è un esercizio di espressività entro i margini ridotti di un’unica ottava: come una natura morta che si tinge di luci, ombre e cromie nuove a ogni ora del giorno, così gli accordi combinati sui tasti adiacenti tratteggiano una figura sonora immota eppure sempre cangiante, i cui contorni si dissolvono nell’arco di pochi secondi per poi riaccendersi in una loro variazione quasi impercettibile, volta unicamente a sottolinearne la quieta presenza.

Con tutt’altra vivacità la mano destra disegna i rapidi riflessi acquatici di “Percolations” – con dedica a Yuko Zama, fondatrice di Elsewhere – il cui mulinare spiraliforme si sviluppa anch’esso attorno all’innesto di un’unica tonalità maggiore, sulla scorta dei processi additivi tipici del primo Philip Glass e dei brani per piano solo di John Adams (“Phrygian Gates”, “China Gates”). Di analoga ispirazione anche il conclusivo “Étude II” che, per mezzo del medesimo pulsante martellare, ottiene dense e luminose accumulazioni di risonanze, memori della “Strumming Music” di Charlemagne Palestine.

È rivolta al compositore statunitense Peter Garland la breve “From Zero To Infinity”, adagio in regolare 4/4 nel quale si insinuano dissonanze talmente lievi da ispirare un senso di impalpabile inquietudine al di sotto della superficie “geometrica” del brano.
Infine il fulcro della pubblicazione cui dà il titolo, dedicata al collega pianista Reinier Van Houdt: alla maniera puntillistica del tardo Feldman, la suite “Cheminant” intesse ieratiche quartine ascendenti, ognuna delle quali si differenzia dalla precedente per una sola nota, oltre che per l’ordine della sequenza e i suoi intervalli; venti minuti che godono dell’equilibrio perfetto di una formula matematica – laddove la commutazione degli elementi mantiene intatto il risultato – e assieme della sublime levità di un haiku giapponese, poesia di una realtà e di un sentire còlti nei loro tratti più puri ed essenziali.

È in brani come questo che la discreta rivoluzione di Melaine Dalibert continua a manifestarsi in maniera cristallina: musica “semplice” nella teoria ma insidiosa nella pratica, in quanto richiede disciplina e dedizione assolute per ciascun gesto sonoro, microcellula di un quadro potenzialmente infinito che lascia soltanto all’ascoltatore il privilegio dell’abbandono, quasi dell’annullamento in una dimensione tonale ammantata di eburneo splendore.


La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


In the middle of the 20th century, while the cultured European avant-garde beat the impervious paths of serialism, the New York School was searching with increasing freedom for a transcendent dimension of sound, time and the space that it inhabits. It could have been a “transfigured” physical place, like the Dream House by La Monte Young and Marian Zazeela, or, as in Morton Feldman’s long compositions, a totally imaginary non-place, a mental horizon manifesting itself through just a fragile and unusual weaving of notes and silences.

So far, the quiet suites of the French pianist Melaine Dalibert have expressed the need to re-instate the right weight on each key, each chord ringed in extended sequences designed to lose the temporal perception and consider the individual acoustic phenomena in their bare and primitive form. After his debut on Another Timbre (Ressac) and the inaugural publication of the Elsewhere label (Musique pour le lever du jour), Dalibert continues with the latter and gathers five works in Cheminant – some of which can be identified as “studies” – with a more varied style, although all inevitably linked to the minimalist imprint that characterizes all his work.

The self-explanatory “Music In An Octave” – ​​dedicated to David Sylvian, once again also responsible for the graphic design – is an exercise in expressiveness within the limited margins of a single octave: like a still life is tinged with lights, shadows and colors always new at each time of day, so the combined chords on the adjacent keys outline a motionless yet ever-changing sound figure, whose contours dissolve within a few seconds and then revive themselves in an almost imperceptible variation, aimed only at emphasizing its quiet presence.

With a completely different vivacity, the right hand draws the rapid aquatic reflections of “Percolations” – with a dedication to Yuko Zama, founder of Elsewhere – whose spiraling mill also develops around the grafting of a single major key, an inheritance of the additive processes typical of early Philip Glass and John Adams’ piano pieces (“Phrygian Gates”, “China Gates”). Of a similar inspiration is the final “Étude II” which, by means of the same pulse-like hammering of the keys, obtains dense and luminous accumulations of resonances, remindful of Charlemagne Palestine’s “Strumming Music”.

The short “From Zero To Infinity” is dedicated to the American composer Peter Garland, a regular 4/4 in which dissonances insinuate themselves so slight as to inspire a sense of impalpable restlessness beneath the “geometric” surface of the piece.
At the end comes the fulcrum of the publication to which it gives its title, dedicated to the pianist Reinier Van Houdt: in the pointillistic manner of the late Feldman, the “Cheminant” suite weaves hieratic ascending quatrains, each of which differs from the previous one for a single note, as well as for the order of the sequence and its intervals; twenty minutes that enjoy the perfect balance of a mathematical formula – where the commutation of the elements keeps the result intact – together with the sublime lightness of a Japanese haiku, the poetic form of a reality and a feeling captured in their purest and most essential features.

It’s in passages like this that the discreet revolution of Melaine Dalibert continues to manifest itself in a crystalline way: music “simple” in theory but insidious in practice, as it requires absolute discipline and dedication for each sound gesture, microcell of a potentially infinite picture that leaves only to the listener the privilege of abandonment, almost of the annulment within a tonal dimension mantled in ivory splendor.

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