Tomoko Sauvage – Fischgeist

Bohemian Drips, 2020
electroacoustic, experimental

(ENGLISH TEXT BELOW)

La rivelazione delle risonanze acustiche ha segnato per sempre gli sviluppi della creazione musicale, dalle sublimi polifonie rinascimentali sino alle avanguardie del secondo Novecento, in particolare nell’ascolto profondo teorizzato da Pauline Oliveros e negli empirismi “oggettivanti” del maestro americano Alvin Lucier. D’altronde, a ben vedere, è una fascinazione atavica e sempre nuova a coglierci ogniqualvolta i suoni che produciamo si riverberano naturalmente: la percezione uditiva sembra moltiplicarsi attorno a noi, i segnali emessi si espandono oltre le nostre capacità fisiche e le nude pareti sembrano parlare la nostra stessa lingua.

Il dialogo con l’immediata proiezione di sé nello spazio circostante continua a ispirare le nuove generazioni di musicisti sperimentali, fortemente ispirati da luoghi come l’Emanuel Vigeland Mausoleum a Oslo, dove la propagazione e il decadimento dei suoni avvengono nell’arco di diversi secondi. Per il suo ultimo progetto, l’artista franco-giapponese Tomoko Sauvage ha scelto un deposito d’acqua risalente all’Ottocento, nel quartiere di Prenzlauer Berg a Berlino, ove ha tenuto una quieta e meditativa sessione live basata, come sempre, sull’utilizzo di ciotole di vetro o porcellana e idrofoni, elementi che costituiscono i suoi “sintetizzatori naturali” attraverso i quali indagare le potenzialità acustiche dell’acqua.


La singolare location della performance – con un tempo di risonanza fino a venti secondi – diviene la sede di un’esplorazione immaginifica ben esemplificata nel titolo Fischgeist, il ‘fantasma di un pesce’ che potrebbe zigzagare tra le colonne di mattoni come in un acquario d’aria umida, senza esprimere altro che la sua diafana presenza sonora.
Solo i primi due brani, infatti, mantengono un seppur lieve grado di suggestione descrittiva, principiando in una genesi granulosa e indistinta (“Deluge”) dove la forma d’altra-vita non si è ancora fatta strada tra le brume che sfociano nella sfera dell’esistenza. È poi in “Metamorphosis” che lo sfregamento delle lisce superfici dei recipienti giunge a evocare i lamenti di esili creature anfibie, la cui eco si tramuta in acute scie percussive simili a quelle di campane tibetane.

Ciò che fa seguito a questi due atti fondanti è un perpetuo vagare di ombre eteree sottratte al silenzio, aurali diffusioni acustiche rese vieppiù sottili sino all’intangibile: il vibrante chiaroscuro astratto di “Kinetosis Study” si disegna per mezzo di feedback oscillanti e profondi ronzii memori della pioniera Éliane Radigue, tra le prime a plasmare con l’elettronica spazi sonori apparentemente sconfinati, soggetti a flessioni microtonali paragonabili a lievi curvature nella materia temporale.
Gli ultimi acromatici rintocchi e strofinii lungo le circonferenze delle coppe d’acqua ci riportano al di fuori della dimensione incorporea creata da Tomoko Sauvage: una transizione che, in senso inverso rispetto al prologo, procede di nuovo da un lucente nitore all’opacità, come se le visioni oniriche al cuore dell’opera fossero – paradossalmente – l’unico porto sicuro in cui rifugiarsi, lontano dalle inquietudini di una realtà nebulosa e disagevole.


The revelation of acoustic resonances has forever marked the development of musical creation, from the sublime polyphonies of the Renaissance to the late twentieth century avant-garde, particularly in the ‘deep listening’ theorized by Pauline Oliveros and in the “objectifying” empiricisms of the American master Alvin Lucier. Besides, on closer inspection, an atavistic and ever-new fascination captures us whenever the sounds we produce reverberate naturally: the auditory perception seems to multiply around us, the emitted signals expand beyond our physical abilities and the bare walls seem to speak the same language as us.

The dialogue with the immediate projection of oneself into the surrounding space continues to inspire the new generations of experimental musicians, strongly inspired by places such as the Emanuel Vigeland Mausoleum in Oslo, where the propagation and decay of sounds occur over the course of several seconds. For her latest project, the French/Japanese artist Tomoko Sauvage has chosen a water tank dating back to the nineteenth century, in Berlin’s Prenzlauer Berg district, where she held a quiet and meditative live session based, as always, on the use of glass or porcelain bowls and hydrophones, elements that constitute her “natural synthesizers” through which to investigate the acoustic potential of water.

The singular location of the performance – with a resonance time of up to twenty seconds – becomes the site of an imaginative exploration well encapsulated in the title Fischgeist, the ‘ghost of fish’ that would zigzag among the brick columns as if in an aquarium of humid air, without expressing anything other than its diaphanous sonic presence.
Only the first two segments, in fact, maintain a slight degree of descriptive suggestion, beginning with a grainy and indistinct genesis (“Deluge”) where the (after)life form hasn’t yet made its way through the mists flowing into the sphere of existence. It is then on “Metamorphosis” that the rubbing on the smooth surfaces of the receptacles comes to evoke the laments of slender amphibious creatures, whose echo is transformed into acute percussive wakes similar to those of Tibetan bells.

Following these two founding acts is a perpetual wandering of ethereal shadows subtracted from silence, aural acoustic diffusions rendered more and more sleek to the point of intangibility: the vibrant abstract chiaroscuro of “Kinetosis Study” draws itself by means of oscillating feedbacks and low hums mindful of the pioneer Éliane Radigue, among the first to mold seemingly boundless sound spaces through electronics, subject to microtonal flexions comparable to slight curvatures in time matter.
The last achromatic strokes and rubs along the circumferences of the water cups take us back outside the incorporeal dimension created by Tomoko Sauvage: a transition that, in the opposite sense of the prologue, proceeds again from a lucent sharpness to opacity, as if the oneiric visions at the heart of the work were – paradoxically – the only safe haven in which to take refuge, far from the restlessness of a nebulous and uneasy reality.

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