Reinhold Friedl – KRAFFT

Ensemble 2e2m & zeitkratzer

zeitkratzer / Bocian, 2020
contemporary classical, chamber noise

(ENGLISH TEXT BELOW)

Un atteggiamento di costante sfida può indurci a indietreggiare, a mantenere le distanze rispetto a situazioni perturbanti, oppure spingerci al confronto per scoprire chi l’avrà vinta sull’altro. Di certo non sarà un insaziabile avanguardista come Reinhold Friedl a venirci incontro con sortite musicali accomodanti o atte a consolidare le nostre certezze e predilezioni: sia come compositore originale che come “arrangiatore” di derive sonore estreme – dall’harsh noise di Metal Machine Music e dei Whitehouse alla caotica selva free jazz di Muhal Richard Abrams – il pianista sperimentale e direttore dell’ensemble zeitkratzer non intraprende alcun progetto che non rappresenti un passo in avanti nella definizione di una personale estetica del ‘klang’ assoluto, finanche a discapito di un ascolto “piacevole”.

Ma nello squassante universo creativo di Friedl, marchiato a fuoco dal sonorismo del compianto Krzysztof Penderecki, non vi è tanto un irriverente impulso a épater le bourgeois quanto la sincera volontà di demolire qualsiasi convenzione per addentrarsi liberamente negli inesplorati sentieri di una musica concreta strumentale avulsa dall’espressività come dagli stringenti concettualismi del secondo Novecento. Un approccio già del tutto evidente nell’integrale dei quartetti d’archi (Alamuse, 2017) interpretati dai formidabili Diotima, e che si radicalizza ulteriormente nel brano esteso “KRAFFT” per orchestra (2016), in realtà affidato a due ensemble concomitanti, ossia gli stessi zeitkratzer e i francesi 2e2m, sotto la direzione di Pierre Roullier.

Ed è infatti un altro brutale trionfo della forma sul significato, l’artificiosa plasmazione di un organismo sonoro dall’intrinseca carica drammatica, un respiro agonizzante che lo sospinge nel suo incedere gravoso e inesorabile. L’ingresso improvviso di questo leviatano si manifesta attraverso la reiterazione di un ‘fortissimo’ unisono, paragonabile a un disco inceppatosi su un apice wagneriano. Un tragico e iper-saturo fotogramma che, a intervalli pressoché regolari, si dissolve per un attimo e ritorna a farsi ostinatamente pressante: non è il Destino che bussa alla porta, quanto semmai le fitte lancinanti di un malessere totalizzante e inspiegabile, senza apparente intenzione di placarsi. 

Reinhold Friedl

Eppure, le singole cellule politonali che alimentano il marasma orchestrale non sono blocchi indistinti né geometricamente esatti: legni, ottoni, archi e percussioni convergono ogni volta in dissonanze dalle strutture sempre nuove, con alterne prevalenze di certi timbri sugli altri. Ma quella che inizialmente si impone come una presenza acustica impossibile da ignorare, nella seconda e terza parte va invece affievolendosi, o meglio si “comprime” entro un volume complessivamente inferiore, benché pregno della stessa angosciosa inquietudine.
Tra le nebbie di questo scenario transitorio si accentuano gli acuti di archi e fiati, tratteggiando una possibile controparte stridente delle ‘simmetrie storpie’ di Morton Feldman, sino al poderoso reinsorgere dell’ultimo movimento: le pause collettive si accorciano, i grumi di suono si fanno sempre più viscosi, laddove improvvise macchie e aculei aggettanti perforano il tessuto in pieno tumulto, preda di una furia autodistruttiva forzosamente soppressa prima che raggiunga il punto di collasso.

La performance dal vivo qui documentata, tenutasi in occasione del Festival Extension presso la chiesa di Saint-Merry a Parigi, si conclude con un subitaneo ed entusiastico applauso: un fatto per certi versi sorprendente, data la violenza e l’intransigenza formale dell’opera di Friedl, ma che in ultima analisi evidenzia il portato adrenalinico – e, perché no, il potere trasformativo – di un così tangibile corpo sonoro, temibile e sublimante emanazione di una mente creativa impossibile da ostacolare.


zeitkratzer: Frank Gratkowski, clarinets; Elena Kakaliagou, french horn; Hilary Jeffery, trombone; Reinhold Friedl, piano; Maurice de Martin, percussion; Lisa Marie Landgraf, violin; Burkhard Schlothauer, violin; Elisabeth Coudoux, cello; Ulrich Phillipp, double bass

ensemble 2e2m: Pierre-Stéphane Meugé, saxophone; Laurent Bômont, trumpet; Tancrède Cymerman, tuba; Véronique Briel, piano; Vincent Limouzin, percussion; Laure Boissinot, violin; Didier Aschour, guitar; Benjamin Garnier, cello; Tanguy Menez, double bass

Pierre Roullier, conductor


An attitude of constant challenge may lead us to retreat, to keep our distance from perturbing situations, or may otherwise push us to confrontation in order to find out who will win over the other. Certainly it won’t be an insatiable avant-gardist like Reinhold Friedl who will greet us with accommodating musical sorties, aimed at consolidating our certainties and preferences: both as an original composer and as an “arranger” of extreme sonic drifts – from the harsh noise of Metal Machine Music and Whitehouse to Muhal Richard Abrams’ chaotic free-jazz wilderness – the experimental pianist and director of the zeitkratzer ensemble never undertakes any project that won’t represent a step forward in defining his own aesthetics of an absolute ‘klang’, even at the expense of a “pleasant” listening.

But in Friedl’s turbulent creative universe, fire-marked by the sonorism of the late Krzysztof Penderecki, there’s not so much an irreverent impulse to épater le bourgeois as the sincere will to demolish any convention in order to freely wander the unexplored paths of a concrete instrumental music detached from expressiveness as from the stringent conceptualisms of the second half of the twentieth century. An approach already evident in the complete string quartets album (Alamuse, 2017) interpreted by the formidable Diotima, and which is further radicalized in the extended piece “KRAFFT” for orchestra (2016), actually entrusted to two concomitant ensembles, namely zeitkratzer themselves and the French 2e2m, conducted by Pierre Roullier.

And indeed, it is another brutal triumph of form over meaning, the artificial molding of a sound organism with an intrinsic dramatic charge, an agonizing breath propelling its heavy and inexorable pace. The sudden entry of this leviathan manifests itself through the reiteration of a fortissimo unison, comparable to a record stuck on a Wagnerian climax. A tragic and hyper-saturated frame that, at almost regular intervals, dissolves for a moment just to get back being obstinately urgent: it’s not Fate knocking at the door, but rather the throbbing pangs of an all-encompassing and inexplicable malaise, with no apparent intention to subside.

And yet, the single polytonal cells that feed the orchestral maelstrom are neither indistinct nor geometrically exact blocks: woodwinds, brass, strings and percussions converge each time in always newly structured dissonances, with the alternating prevalence of certain timbres over the others. But what initially imposes itself as an acoustic presence impossible to ignore, in the second and third part instead fades, or rather is “compressed” into an overall lower volume, although swollen with the same anguished restlessness.
Among the mists of this transitory scenario, the high notes of strings and winds are accentuated, outlining a possible strident counterpart to Morton Feldman’s ‘crippled symmetries’, up to the massive resurgence of the last movement: the collective pauses get shorter, the clots of sound become increasingly viscous while sudden blemishes and protruding spikes pierce the fabric in full turmoil, prey to a self-destructive fury forcibly suppressed before it reaches the point of collapse.

The live performance here documented, held on the occasion of the Extension Festival at the Saint-Merry church in Paris, ends with a sudden and enthusiastic applause: a somewhat surprising fact, given the violence and formal intransigence of Friedl’s piece, but which ultimately highlights the adrenalinic effect – and, why not, the transformative power – of so tangible a sound body, the fearsome and sublimating emanation of a creative mind impossible to hinder.

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