Lee Patterson / Samo Kutin – The Universal Veil That Hangs Together Like a Skin

Inexhaustible Editions / Edition FriForma, 2020
drone, experimental

(ENGLISH TEXT BELOW)

Soltanto un approccio autenticamente sperimentale agli strumenti musicali e, più in generale, ai mezzi di produzione sonora può consentirci di superare o addirittura eludere la loro identità universalmente riconosciuta, la memoria esperienziale e sinestetica ad essi connessa. Ed è solo dopo aver instaurato un simile rapporto di ingenua e ingegnosa curiosità che il documento audio può tornare a essere autenticamente un dispositivo acusmatico, la sede di una completa e insondabile astrazione volta a sfilacciare quanto più possibile ogni legame con la mìmesis del reale.


La sessione improvvisata di Lee Patterson e Samo Kutin, in tal senso, è un formidabile atto di dissimulazione sonora, l’intransigente esercizio di una tabula rasa espressiva i cui elementi discreti, quand’anche rintracciabili in natura, difficilmente potrebbero riprodursi se non nell’incontro serendipitoso ed epifanico della manipolazione sperimentale. Punto di vantaggio dell’inedito duo anglo-sloveno è senz’altro l’utilizzo di una strumentazione inusuale ed eterodossa che nel tempo ne ha rispettivamente forgiato le cifre distintive.
Patterson, poeta dell’inudibile, indaga il potenziale acustico dei luoghi e degli oggetti che li abitano, sfruttando un’ampia gamma di microfoni a contatto, idrofoni e congegni amplificati sui quali agisce manualmente o a fiato. Samo Kutin ha invece smembrato il corpo in legno della ghironda (hurdy-gurdy) per trasformarla, di pari passo con l’azionamento della manovella, in una tavola di preparazioni e interazioni materiche sempre nuove.

Un tale assetto può dunque dischiudere infinite declinazioni esecutive e al contempo, una volta filtrato nel supporto audio, trattenere il segreto della loro concreta origine, sgombrando il campo dell’immaginazione all’ascoltatore più o meno edotto sui presupposti pratici dell’incisione. Ciò detto, molta parte delle vigorose risonanze è probabilmente riconducibile al cordofono di Kutin che, tra ruvidi attriti metallici e delicate giustapposizioni di altri apparati, è in grado di abbracciare una varietà timbrica che da un vibrante canto monodico si estende fino allo stridore più lacerante.
Pur con un potenziale così stimolante a portata di mano, il duo mantiene un coerente equilibrio stilistico, relazionandosi al livello di una drone music ricca di spontanee inflessioni microtonali, affannosi sussulti e sinistri clangori industriali: un campionario di fugaci presenze e venature acustiche in filigrana a uno scenario amorfo ma incredibilmente tangibile, complici gli acciottolii, frinimenti e ribollimenti con cui Patterson tratteggia la propria eccentrica sintesi elementale.

The Universal Veil That Hangs Together Like a Skin è un sottile e penetrante impeto di alterità sonora, l’esito visionario e felicemente inclassificabile di un connubio fondato sulla capacità e sensibilità di un ascolto che oltrepassa la realtà contingente per sintonizzarsi sulle instabili frequenze del possibile. È a partire da queste coordinate che, al termine del periodo di gloria dell’elettronica pura, si procede a rifondare l’arte del soundscaping.


Lee Patterson / Samo Kutin

Only an authentically experimental approach to musical instruments and, more generally, to the means of sound production can allow us to overcome or even elude their universally recognized identity, the experiential and synaesthetic memory connected to them. And it’s only after having established such a relationship of ingenuous and ingenious curiosity that the audio document can authentically return to be an acousmatic device, the place of a complete and unfathomable abstraction aimed at fraying, as far as possible, any tie with the mimesis of the real.

In this sense, the improvised session by Lee Patterson and Samo Kutin is a formidable act of sonic dissimulation, the intransigent exercise of an expressive tabula rasa whose discrete elements, even if detectable in nature, could hardly be reproduced except in its serendipitous and epiphanic encounter through experimental manipulation. The advantage of the unprecedented English-Slovenian duo is undoubtedly the use of an uncommon and heterodox instrumentation which over time has respectively forged their distinctive features.
Patterson, poet of the inaudible, investigates the acoustic potential of places and the objects that inhabit them, using a wide range of contact microphones, hydrophones, and amplified devices on which he acts manually or by breath. Kutin, on the other hand, has dismembered the wooden body of the hurdy-gurdy to transform it, in parallel with the operation of the crank, into a working table of ever-new preparations and material interactions.

This sort of framework can therefore disclose infinite executional variations while, once filtered into the audio medium, retaining the secret of their concrete origin, clearing the field of imagination for the listener who may be more or less informed about the recording’s practical preconditions. That said, much of the vigorous resonance is probably attributable to Kutin’s chordophone which, amidst rough metallic frictions and delicate juxtapositions of other apparatuses, is able to embrace a timbral variety that extends from a vibrant monodic chant to the most piercing screeching.
Even with such a stimulating potential at hand, the duo maintains a coherent stylistic balance, relating on the level of a drone music rich in spontaneous microtonal inflections, labored heaves and sinister industrial clangs: a sample of fleeting presences and acoustic veinings in filigree to an amorphous but incredibly tangible scenario, aided by the cobbling, chirping and bubbling through which Patterson outlines his own eccentric elemental synthesis.

The Universal Veil That Hangs Together Like a Skin is a subtle and penetrating surge of sonic otherness, the visionary and happily unclassifiable outcome of an alliance based on the ability and sensitivity of listening beyond contingent reality to tune in to the unstable frequencies of the possible. It is starting from these coordinates that, at the end of the golden age of pure electronics, the art of soundscaping may be re-founded.

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