Autechre – PLUS

Warp, 2020
idm

(ENGLISH TEXT BELOW)

Anche nella critica musicale il tempo a volte ci dà ragione, altre volte ci spinge a tornare sui nostri passi e riconsiderare certe interpretazioni arbitrarie: di rado, però, questo accade nel giro di due settimane scarse, intervallo che separa la pubblicazione dell’atteso SIGN e l’uscita a sorpresa del suo “gemello” PLUS. Certo, un ritorno così succinto poteva lecitamente apparire strano, dopo i vari formati multipli che si sono avvicendati da elseq (2016) in poi, passando anche per gli imponenti ‘live batch’ resi disponibili in formato digitale: ed ecco difatti un altro album di pari durata, corollario a un corpus di materiali già di per sé denso e non ancora pienamente assorbito.

A essere parzialmente invalidato, più che altro, è il discorso sull’evoluzione iconografica in rapporto ai tratti sonori man mano adottati negli ultimi anni, seguendo un percorso di drastica astrazione e decostruzione del linguaggio post-club. Si era detto che il “nastro” arancione di SIGN potesse rappresentare, per gli Autechre, una chiusura del cerchio stilistica e una concomitante “apertura” ad altre entità facenti capo all’universo elettronico passato e presente. Il complementare – per più versi – PLUS tende a disconfermare questa lettura, tornando a mood e strutture compositive meno accoglienti e decifrabili.


Ne consegue che anche la quantità di considerazioni estetiche e rimandi “ipertestuali” sia decisamente più esigua rispetto all’immediato predecessore: tra certi elementi di scheletrico e nondimeno schizoide hip-hop strumentale (“7FM ic”), occasionali echi dal minimalismo ambient/glitch del più rarefatto Alva Noto (“marhide”) e inesorabili cortocircuiti di sorde pulsazioni techno (il finale “TM1 open”), questa volta la macchina di Rob Brown e Sean Booth partorisce scenari complessivamente più incolori del vivace ed eclettico pastiche di SIGN, addentrandosi – dopo un prologo tipicamente improvviso e magmatico – tra le maglie della stessa selva digitale in cui sono stati forgiati gli ultimi monumentali dispacci marchiati ‘Æ’.
Ne è un’ulteriore conferma la ricomparsa di alcune tracce estese (“ecol4”, “X4”, oltre al pezzo conclusivo), stanze di decompressione in cui rimuginare indefinitamente motivi ritmici attraversati da sparuti filamenti tonali, in un gioco di prospettive cangianti che, diversamente dal figurativismo di stampo cubista, non ambisce a restituire un’immagine nella sua interezza quanto a dimostrare in modo empirico l’esistenza di un orizzonte mentale nel quale le leggi trigonometriche vengono trascese, la forma si piega – ancora una volta – a un travagliato e inesauribile divenire.

Rimane da menzionare la teoria avanzata da alcuni secondo cui, complice la loro durata pressoché speculare, i due album si potrebbero ascoltare anche simultaneamente (plus sign). Un’ipotesi neppure troppo peregrina considerato che, alla prova dei fatti, le griglie ritmiche ne risultano quasi sempre inalterate o tutt’al più rimpolpate, mentre le varie concrezioni materiche circostanti seguono traiettorie che ben si prestano tanto a una rozza sommatoria quanto a un più ponderato remissaggio.
Tuttavia si tratta soltanto di una curiosità, un espediente tramite cui osare immaginare le ulteriori potenziali configurazioni di un flusso “pensante” che, per sua natura, sembra in grado di eludere la fissità del supporto audio. Se non ci attendono altre sorprese nell’immediato futuro, comunque, PLUS potrebbe rappresentare l’anticamera di un nuovo isolamento nella dimensione ermetica e autoriferita che è oggi l’univoco sinonimo della sigla Autechre.


In music criticism, too, time sometimes proves us right, other times it forces us to retrace our steps and reconsider certain arbitrary interpretations: rarely, however, this happens within scarce two weeks, the interval that separates the publication of the eagerly awaited SIGN and the surprise release of its “twin” PLUS. Surely, so succinct a return could have legitimately seemed strange, after the various multiple formats that have alternated from elseq (2016) onwards, while also passing through the impressive live batches made available in digital format: and now here’s indeed another album of almost the same running time, a corollary to a body of materials already dense in itself and not yet fully absorbed.

What is partially invalidated, more than anything else, is the discourse on the iconographic evolution in relation to the sound features gradually adopted in recent years, following a path of drastic abstraction and deconstruction of post-club language. We said that the orange “strip” of SIGN could represent, for Autechre, a stylistic closing of the circle and a concurrent “opening” to other entities belonging to the past and present electronic universe. The complementary – in more than one way – PLUS tends to disconfirm this reading, going back as it does to less welcoming and decipherable moods and compositional structures.

What follows is that also the amount of aesthetic considerations and “hypertextual” references is decidedly smaller compared to the immediate predecessor: between certain elements of skeletal and nonetheless schizoid instrumental hip-hop (“7FM ic”), occasional echoes of the ambient/glitch minimalism of the most rarefied Alva Noto (“marhide”) and inexorable short circuits of dull techno pulses (the final “TM1 open”), this time Rob Brown and Sean Booth’s machine gives birth to overall more colorless scenarios than the lively and eclectic pastiche of SIGN, delving – after a typically abrupt and magmatic prologue – among the meshes of the same digital wilderness in which the latest monumental despatches marked ‘Æ’ were forged.
A further confirmation of this is the reappearance of some extended tracks (“ecol4”, “X4”, in addition to the ending piece), decompression rooms where to indefinitely mull over rhythmic motifs crossed by sparse tonal strands, in a play of changing perspectives that, unlike Cubist figurativism, it doesn’t aim to give back an image in its entirety but rather to empirically demonstrate the existence of a mental horizon in which trigonometric laws are transcended, form once again bends to a troubled and inexhaustible becoming.

It remains to mention the theory brought forward by a few ones according to which, thanks to their almost specular duration, the two albums could also be heard simultaneously (‘plus sign’). Not too farfetched a hypothesis considering that, as proven by facts, the rhythmic grids are almost always unaffected or at most replenished, while the different surrounding materic concretions follow trajectories that lend themselves well both to a rough summation and a more considered remixing.
The latter, however, attests itself as just a curiosity, an expedient by which to dare imagining the further potential configurations of a “thinking” flow which, by its very nature, seems able to elude the fixity of the audio support. If no more surprises await us in the near future, though, PLUS could represent the antechamber of a new seclusion in the hermetic and self-referenced dimension that today is the univocal synonym with Autechre.

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