Autechre – SIGN

Warp, 2020
idm

(ENGLISH TEXT BELOW)

Nella sfera Autechre molto è affidato al caos, pressoché nulla al caso. E se ora, più che mai, Rob Brown e Sean Booth agiscono in un dominio puramente estetico anziché musicale, tracciando le fitte e inestricabili coordinate dell’elettronica futura, occorre soffermarsi anche sul mutamento degli artwork associati alle loro produzioni. È un aspetto tanto evidente quanto, a mio parere, cruciale per una sommaria decodifica delle ultime fasi di un percorso artistico che si è intenzionalmente reso sempre più criptico e autoriferito.

Laddove il QR Code in scala di grigi di Exai rappresentava forse l’ultimo punto di contatto con gli strumenti dell’homo technologicus, il ‘live batch’ del 2015 (e in seguito quello del 2019) ci proiettava già tra le aguzze geometrie di una Flatlandia acromatica, poi smussata nei motivi squadrati o circolari di elseq 1–5; caratteri rigorosi da sistema binario scandiscono l’intervento totalizzante, idealmente senza ritorno delle NTS Sessions, i cui materiali ritornano poi nel ‘live batch’ del 2020 con più morbide sonorità sintetiche, rappresentate da concrezioni bolliformi in contrasti grigio-neri.
Dunque come non vedere in SIGN e nel suo “nastro di Möbius” arancione una putativa chiusura del cerchio, un provvisorio compromesso tra l’universo conosciuto dell’elettronica e quello ancora inesplorato – estremi saldamente uniti nella trentennale epopea ‘Æ’ –?


Avrebbe verosimilmente potuto risolversi in una sconfitta, trattandosi di un duo che di compromessi non sembra averne mai accettati, sia in studio che nelle occasionali sortite dal vivo. Ma se da un lato l’atterraggio uditivo è quasi certamente il più confortevole dai primi anni Duemila a questa parte, persino qui appare da subito chiaro che le formule non diano risultati univoci, e che anche la presente esplorazione sia di fatto soggetta a oscillazioni e dirottamenti tali da rendere inevidente la mèta prestabilita, tanto meno il fine della missione.
Nella mente dell’ascoltatore si faranno facilmente strada i nomi di decine di altri satelliti che, con traiettorie più o meno incisive, hanno gravitato nella galassia elettronica nel corso di quasi mezzo secolo: ciò significa che la macchina smette temporaneamente di nutrirsi soltanto degli algoritmi rimuginati infinitamente dalla propria intelligenza artificiale, per esporsi invece alle propaggini che nel tempo, direttamente o meno, essa stessa ha contribuito a generare, finendo con l’emularne per approssimazione gli stilemi dominanti. Ma i suoi neuroni-specchio non sono i veicoli di una copia conforme, quanto piuttosto recettori atti a innescare effetti alteranti sugli impulsi originari, contaminati alla radice dalla carica virulenta di glitch e distorsioni digitali.

Tutto ha inizio ancora una volta dal medesimo sussulto, l’informe rigurgito dell’antimateria proiettata nel campo del tangibile, ove si fanno gradualmente strada le prime scie armoniche perforate da grevi tonfi dub. Da qui in poi, per discontinui gradi di separazione, gli Autechre abbandonano il loro regno iperuranico e varcano la soglia dell’immanenza: si passa per la decostruzione a raggi laser del discepolo Oneohtrix Point Never (“F7”, “gr4”), l’effervescente puntillismo di Oval filtrato dalle opprimenti griglie ritmiche dei Pan Sonic (“si00”, “au14”) e pulsazioni sotterranee alla Wolfgang ‘GAS’ Voigt (“psin AM”); e ancora inedite ondate di nostalgia si propagano dai futuri anteriori della synth music ottantiana (“esc desc”, “Metaz form8”) sino alle sponde inquiete di Geogaddi, isola più volte scorta all’orizzonte eppure mai raggiunta, in balìa delle alterne correnti che senza requie sospingono il vascello tra le maglie di uno spazio-tempo collassato su se stesso.

All’appuntamento a lungo rimandato con la storia generale dell’elettronica gli Autechre si presentano, a conti fatti, con immutata intransigenza: anziché andare passivamente incontro alla diversità formale ed espressiva delle ramificazioni post-club, il duo ne accentra le energie contrapposte entro una visione – ancora una volta – sovrastante e assoluta, porzione di quell’insieme indefinito del possibile che continua a profilarsi nella loro opera pre- e onnisciente.


In the Autechre sphere, much is entrusted to chaos, almost nothing to chance. And if now, more than ever, Rob Brown and Sean Booth act in a purely aesthetic rather than musical domain, tracing the dense and inextricable coordinates of future electronics, it’s also necessary to dwell on the changes in the artworks associated with their productions. It’s an aspect as evident as, in my opinion, crucial for a summary decoding of the last phases of an artistic path that has intentionally become more and more cryptic and self-referenced.

Whereas Exai’s grayscale QR Code perhaps represented the last point of contact with the tools of the homo technologicus, the 2015 live batch (and later that of 2019) already projected us among the sharp geometries of an achromatic Flatland, subsequently smoothed in the squared and circular motifs of elseq 1–5; the rigorous characters of a binary system punctuate the all-encompassing intervention, ideally without return, of the NTS Sessions, whose materials then return in the 2020 live batch through softer synthetic sounds, represented by bubbly concretions in gray-black contrasts.
So how can we not see in SIGN and its orange “Möbius strip” a putative closing of the circle, a temporary compromise between the known universe of electronics and the yet unexplored one – two extremes tightly fused in the thirty-year ‘Æ’ epic –?

This could very well have resulted in a defeat, being a duo that seems never to have accepted any compromise, both in the studio and in the occasional live performances. But if, on the one hand, the auditory landing is quite surely the most comfortable since the early 2000s, even here it’s immediately apparent that the formulas don’t deliver univocal results, and that the present exploration, too, is in fact subject to oscillations and diversions such as to render unforeseen the ultimate goal, much less the purpose of the mission.
The names of dozens of other satellites that, with more or less incisive trajectories, have been gravitating around the electronic galaxy over the course of nearly half a century will easily make their way into the listener’s mind: this means that the machine has momentarily ceased to feed solely on the algorithms endlessly mulled over by its own artificial intelligence, to instead expose itself to the offshoots which over time, directly or not, it has contributed to generate, ending up emulating their dominant stylistic features by approximation. But its mirror neurons are not the carriers of a carbon copy, but rather receptors capable of triggering altering effects on the original impulses, contaminated at the root by the virulent charge of glitches and digital distortions.

It all begins, once again, with the same jolt, the shapeless regurgitation of antimatter projected into the field of tangibility, where the first harmonic trails, pierced by heavy dub thuds, gradually make their way. From here on, by discontinuous degrees of separation, Autechre abandon their hyperuranic realm and cross the threshold of immanence: we traverse the laser-beam deconstruction of the disciple Oneohtrix Point Never (“F7”, “gr4”), Oval’s effervescent pointillism filtered by the oppressive rhythmic grids of Pan Sonic (“si00”, “au14”) and subterranean pulsations à la Wolfgang ‘GAS’ Voigt (“psin AM”); and again, unprecedented surges of nostalgia radiate from the anterior futures of 80s synth music (“esc desc”, “Metaz form8”) all the way up to the restless shores of Geogaddi, an island several times glimpsed on the horizon yet never reached, at the mercy of the alternating currents that relentlessly propel the vessel between the meshes of a space-time collapsed into itself.

At the long-postponed appointment with the general history of electronics, after all, Autechre show up with unchanged intransigence: instead of passively facing the formal and expressive diversity of post-club ramifications, the duo concentrates their contrasting energies within a vision – once again – overwhelming and absolute, a portion of the indefinite set of possibility that continues to take shape in their pre- and omniscient oeuvre.

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