Jim O’Rourke – Best that you do this for me

Apartment House

Another Timbre, 2021
contemporary classical, reductionism

(ENGLISH TEXT BELOW)

«Non penso alla “creatività” o all’“espressione” perché credo che accadano spontaneamente, che tu lo voglia o no. Semmai, credo che tentare di essere creativi sia una trappola. Probabilmente sono più motivato dai problemi che da qualunque desiderio di creare.»

Nelle recenti pubblicazioni a firma di Jim O’Rourke torna a porsi insistentemente l’enigma della “sparizione autoriale”, della volontaria fuoriuscita dal quadro espressivo in favore di un’estetica residuale, ormai del tutto svuotata di concettualismi e marcate stilizzazioni. Significa immaginare il fare artistico come un serbatoio esausto, prosciugato dal furore anarchico delle avanguardie storiche e dall’ansia polisemica e decentrante della postmodernità, e di conseguenza lavorare con ciò che rimane, sulla nuda superficie dell’involucro mediale, ove l’interprete agisce come proiettando un’ombra esile ed effimera del suo strumento.


Nonostante le drastiche intenzioni, O’Rourke trova come immediato ed evidente termine di paragone le poetiche riduzioniste del collettivo Wandelweiser e, più in generale, dei nuovi compositori afferenti al catalogo Another Timbre. E d’altronde è lo stesso ensemble Apartment House, interprete eccellente in questo ambito di ricerca, ad avergli commissionato il trio d’archi “Best that you do this for me” (2020): ne tratteggiano le armonie fantasmatiche i membri Mira Benjamin (violino), Bridget Carey (viola) e Anton Lukoszevieze (violoncello), accompagnando il tremulo appoggio degli archetti sulle corde – quasi sempre sordinate – con minuti vocalizzi e fischi; non si percepisce altro, dunque, che i leggeri contorni di uno scenario immoto e impalpabile, sepolto nel buio di una notte atavica dal quale affiora appena un canto di mera esistenza, un’entità sonora al confine tra lo stato embrionale e quello cosciente.

Distribuiti su altrettante pagine, i quarantotto micro-eventi dell’opera si manifestano sulla base delle figure circolari (corrispondenti alle corde degli strumenti) disposte lungo la scarna partitura grafica: un costrutto che si tende a identificare con la contemporaneità ma che, a ben vedere, ha una radice profondamente archetipica, risalente agli albori della notazione stessa; così giungono idealmente a conciliarsi due dimensioni temporali diametralmente opposte, annullandosi in un rituale dal lucore cristallino e fuori dal tempo, memore in particolare dei fragili equilibri cameristici di Antoine Beuger.

I sommessi mormorii e sibili degli esecutori contrappuntano in maniera pressoché simbiotica le rarefazioni degli archi, alternatamente divisi tra armonici naturali e artificiali, linee tonali statiche e nervosi sfregamenti prossimi all’afonia, tutti di durata arbitraria. Sono questi gli elementi primari di una tavolozza originata da un’imperturbabile quiete, i fonemi costitutivi di un pre-linguaggio che nemmeno contempla l’orizzonte della significazione, risolto com’è nella sua ermetica e nondimeno pregna inazione, frutto del totale assorbimento cui si abbandonano i devoti interpreti.

L’esperienza dell’ascolto non è dunque rivolta unicamente al pubblico, bensì diviene una necessaria pratica endogena, propedeutica a un atto compositivo di secondo livello che, con ogni evidenza, non tende a uno sviluppo drammaturgico quanto, piuttosto, all’impercettibile riconfigurazione di uno stesso microcosmo acustico e performativo. La perfetta equanimità delle parti e la ripetizione differente intrinseca alla struttura del brano fanno sì che, nonostante i presupposti oggettivanti e “anti-lirici”, una consonanza pura e primordiale sorga dagli obliati recessi dell’espressione musicale. Non è un lamento, ma il più flebile e universale alito di vita.


«I don’t think about “creativity” or “expression” because I think these happen naturally whether you want them to or not. If anything, I think trying to be creative is a trap. I am probably more motivated by problems than by any desire to create.»

In Jim O’Rourke’s recent publications persistently arises the enigma of the “authorial disappearance”, of the voluntary exit from the expressive framework in favor of a residual aesthetics, by now completely emptied of conceptualisms and marked stylizations. It means imagining artistic making as an exhausted reservoir, drained by the anarchic fury of historical avant-gardes and by the polysemic and decentralized anxiety of postmodernity, and so consequently working with what remains, on the bare surface of the medium’s envelope, where the interpreter acts as if casting a thin and ephemeral shadow of his instrument.

Despite these drastic intentions, O’Rourke finds an immediate and obvious term of comparison in the reductionist poetics of the Wandelweiser collective and, more generally, of the new composers affiliated with the Another Timbre catalogue. And besides, it’s the Apartment House ensemble itself, an excellent interpreter in this field of research, that commissioned him the string trio “Best that you do this for me” (2020): outlining its phantasmatic harmonies are members Mira Benjamin (violin), Bridget Carey (viola) and Anton Lukoszevieze (cello), who accompany the tremulous lay of the bows on the strings – nearly always muted – with minute vocalizations and whistles; one perceives nothing, therefore, other than the light contours of a motionless and impalpable scenery, buried in the darkness of an ancestral night from which a song of mere existence barely emerges, a sonic entity on the border between embryonic and conscious state.

Spread over as many pages, the forty-eight micro-events of the work manifest themselves according to the circular figures (corresponding to the strings of the instruments) arranged along the sparse graphic score: a construct that one tends to identify with contemporaneity but which, on closer inspection, has a profoundly archetypal root, dating back to the dawn of notation itself; thus, two diametrically opposed temporal dimensions are ideally reconciled, annuling themselves within a ritual with a crystalline and timeless glow, particularly remindful of the fragile balance of Antoine Beuger’s chamber pieces.

In an almost symbiotic manner, the subdued hums and hisses of the performers counterpoint the rarefaction of the strings, alternately divided between natural and artificial harmonics, static tonal lines and nervous rubbings close to aphony, all of arbitrary duration. These are the primary elements of a palette originating from an imperturbable stillness, the constitutive phonemes of a pre-language that doesn’t even contemplate the horizon of signification, resolved as it is in its hermetic and nonetheless poignant inaction, the fruit of the total absorption to which the devoted interpreters abandon themselves.

The listening experience, therefore, isn’t aimed solely at the audience, but becomes a necessary endogenous practice, propaedeutic to a second-level act of composition which, evidently, does not tend towards a dramaturgical development, but rather to the imperceptible reconfiguration of the same acoustic and performative microcosm. The perfect equanimity of the parts and the different repetition intrinsic to the structure of the piece ensure that, despite the objectifying and “anti-lyrical” preconditions, a pure and primordial consonance arises from the obliviated recesses of musical expression. It’s not a lament, but the most feeble and universal breath of life.

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