Disquiet

Christof Kurzmann / Sofia Jernberg / Martin Brandlmayr / Joe Williamson

Trost, 2021
experimental, free impro

(ENGLISH TEXT BELOW)

Non ho mai nutrito particolare interesse per le espressioni artistiche di chiara impronta politica: e specialmente in rapporto alla forma musicale, poiché molto spesso l’ansia di trasmettere un determinato pensiero impone alcuni paletti che finiscono per compromettere l’ispirazione originaria, lo sviluppo drammaturgico e, di fatto, la qualità complessiva dell’esito. Ciò è valevole sia nel caso di un approccio “cronachistico”, apparentemente imparziale, che in quello della lotta e della denuncia esplicita, due facce di uno stesso equivoco sintetizzabile con la leggendaria massima del produttore cinematografico Samuel Goldwyn (e in seguito parafrasata da David Lynch): “Se vuoi mandare un messaggio, spedisci un telegramma”. Anche nell’affrontare questioni d’interesse pubblico, insomma, non si deve aver paura di scegliere la strada dell’astrazione, del riferimento obliquo e del paradosso: l’arte non manca di trasmettere, nelle forme più inattese ed efficaci, il senso delle cose del mondo.

Una via possibile – e invero quasi sempre proficua – è quella della condivisione: “collettivizzare” è in effetti la risposta più sensata nel mettere al centro del discorso artistico un problema che nasce già come sovraindividuale, esistente unicamente in rapporto all’altro da sé. E d’altronde nell’agenda europea ricorre sempre il tema dell’Altro, l’immigrato che fugge in cerca di un diritto all’esistenza e alla dignità che gli sono state negate in patria. La vita a costo della morte.
L’accoglienza viene professata ai piani alti, ma si concretizza nelle azioni della gente comune. Tra questi, nel comune austriaco di Nickelsdorf, c’è Hans Falb con la sua Jazzgalerie: un autentico luogo d’incontro che, come racconta Guy Peters nelle note di copertina, “ha sempre rispettato la voce di altre culture e minoranze, non solo programmando musica derivante da quelle ‘tradizioni’, ma anche con azioni dal basso, come quelle a sostegno dei rifugiati che d’un tratto hanno cominciato ad attraversare l’Europa”.


È in tale virtuoso contesto che nel luglio del 2018, su impulso dell’amico e musicista sperimentale Christof Kurzmann, si realizza l’inedito quartetto austro-svedese Disquiet: assieme a Sofia Jernberg (voce), Martin Brandlmayr (batteria) e Joe Williamson (contrabbasso), sul palco del 39° Konfrontationen Festival prende forma un rito performativo volto a sovvertire la narratologia del dramma migratorio, mettendo a frutto il sommo privilegio di cui quelle persone in viaggio non possono godere: una voce, libera di esprimersi e di essere ascoltata.
Un evidente schieramento, dunque, che pur non trascura l’intuizione visionaria, la licenza poetica, l’ebbrezza del dialogo improvvisato. Soltanto nei primi minuti affiora l’unica concessione a un realismo puramente documentale: un estratto dal discorso furibondo di Guy Verhofstadt al Parlamento Europeo, tenuto poche settimane prima della performance, nel quale risuona il diretto j’accuse verso il Cancelliere Sebastian Kurz e gli altri rappresentanti della destra populista e xenofoba: Matteo Salvini, Viktor Orbán e Horst Seehofer.

«Controllate le cifre prima di diffondere la paura nelle popolazioni e nell’opinione pubblica. Le traversate nel Mediterraneo nel 2015 sono state più di un milione, scese a 360.000 nel 2016. 170.000 nel 2017 e ora, nei primi sei mesi dell’anno, 45.000 traversate del Mediterraneo, pari allo 0,07% dell’intero flusso migratorio esistente nel mondo – 68 milioni in totale. Allora, di cosa stiamo parlando? A mio parere, non stiamo parlando di un afflusso improvviso di persone che attraversano il Mediterraneo, stiamo parlando di una decisione politica […] Signor Cancelliere, il problema in Europa è che l’unico consenso che il Consiglio e i primi ministri, lei e i suoi amici potete trovare è: “Non nel mio cortile”. […] Non parlate di migranti, stiamo parlando di una crisi politica sulle spalle dei migranti.»

L’inquietudine attraversa i toni sommessi e ondivaghi del basso, i ritmi spezzati e politimbrici delle percussioni, e soprattutto i gorgheggi strozzati, senza parole, di Sofia Jernberg, campionessa di un’espressività subliminale, in lenta transizione verso una tonalità tanto elementare quanto toccante. Poi l’ingresso del cantato fragilmente naif di Kurzmann, che introduce la chiave di volta dell’intera esibizione: un processo di “risemantizzazione” di testi musicali preesistenti alla luce dell’incipit dialettico, che ha significativamente inizio con “S.O.S.” degli ABBA, in massima rappresentanza della Svezia (Where are those happy days, they seem so hard to find / I try to reach for you but you have closed your mind / Whatever happened to our love? I wish I understood).
In seguito è l’inno di propaganda nazista “Festung Europa” [Fortezza Europa] a mescolarsi spontaneamente all’ossessivo leitmotiv dei Kraftwerk (“Europa Endlos” [Europa senza fine], primo brano del capolavoro Trans Europa Express), in un tragico e sardonico perpetuarsi di antìfrasi che mettono a nudo le contraddizioni del Consiglio per gli Affari esteri. Con ciò si apre, inoltre, la fase di maggior concitazione strumentale ed elettronica, dove il quartetto assume connotati come di Supersilent sclerotici, insorgendo con veemenza in un interplay sconnesso e liberatorio.

Un secondo atto più ermetico e riflessivo prende spunto da “Think Small” degli indie-rocker neozelandesi Tall Dwarfs, che all’infuriare delle temperie umane contrappongono un invito alla dissociazione mentale e all’umiltà (And it won’t matter if I’m strong or weak / I want to close my eyes / I want to close my mind / Like life is nothing at all / I will think small). Contestualmente l’attimo presente si sfalda e lo scenario sonoro si rarefà, tra lievi stridori d’archetto sulle corde e sui piatti; Kurzmann elabora loop e disperde solleticanti segnali radio nella stereofonia, mentre gli altri strumenti riconquistano a fatica un’elementare integrità formale.
Tra lunghe pause e imperscrutabili solipsismi, finalmente l’ensemble si riassesta su due note portanti che conducono a una sorta di “momento Fire! Orchestra”, nella quale sia Jernberg che Williamson hanno militato: qui le voci di Kurzmann e Jernberg intonano all’unisono “A Song for Beggars”, poesia di Joe McPhee contenuta nel libretto dell’album The Brass City (1999) in collaborazione con Jeb Bishop; ecco dunque il compromesso tra arte e protesta, l’orizzonte utopico e la catarsi performativa ricercate con mirabile inventiva dal progetto Disquiet.

This song won’t feed the starving,
nor will conferences on hunger,
with a fortune spent on TALKING.
Nor will it house the homeless,
or quench the thirst of millions
who will die for lack of water,
While the Vampires drink THEIR blood.
[…]
But,
the weak, the Earth inherits;
and the sick and disillusioned,
and the wounded and the shattered,
and the hopeless without vision,
and the lost without direction,
helpless, lonely,
and the sad!
[…]
NO MORE LEADERS!
NO MORE IDOLS!
ONLY BEGGARS!


I never had any particular interest in artistic expressions of a clear political character: and this especially in relation to the musical form, since very often the anxiety to convey a given idea imposes certain limits which end up compromising the original inspiration, the dramaturgical development and, effectively, the overall quality of the outcome. This is valid both in the case of an apparently impartial “chronicle” as well as that of struggle and explicit denunciation, two sides of a same equivocation that can be summarized with the legendary maxim by film producer Samuel Goldwyn (later paraphrased by David Lynch): “If you’ve got a message, send a telegram”. In short, even in dealing with issues of public interest one should not be afraid to venture the path of abstraction, oblique reference and paradox: art does not fail to convey, in the most unexpected and effective forms, the sense of things of the world.

A possible way – and indeed a nearly always profitable one – is that of commonality: “collectivizing” is in fact the most sensible answer in placing a problem that already arises as super-individual, existing only in relation to others, at the center of the artistic discourse. Furthermore, the theme of the Other is always recurring in the European agenda, the immigrant fleeing to seek a right to existence and dignity that was denied to him in his native land. Life at the cost of death.
Hospitality is professed in high places, but is expressed in the actions of ordinary people. One of them, hailing from the Austrian town of Nickelsdorf, is Hans Falb with his Jazzgalerie: an authentic place of meeting which, as Guy Peters writes in the liner notes, “has always respected the voice of other cultures and minorities, not only by programming music stemming from those ‘traditions’, but also by grassroots actions, like those to support the refugees that were suddenly crossing into Europe”.

It’s in this virtuous context that in July 2018, on the initiative of friend and experimental musician Christof Kurzmann, the unprecedented Austro-Swedish quartet Disquiet was conceived: on the stage of the 39th Konfrontationen Festival, together with Sofia Jernberg (vocals), Martin Brandlmayr (drums) and Joe Williamson (double bass), a performative ritual took shape aimed at subverting the narratology around the migratory drama, making the most of the supreme privilege that those traveling people cannot enjoy: a voice, free to express itself and be heard.
A concerted deployment, therefore, that nevertheless doesn’t neglect visionary intuitions, poetic licenses and the thrill of improvised dialogue. Only in the first few minutes does the only concession to a purely documentary realism emerge: an excerpt from Guy Verhofstadt’s furious speech at the European Parliament, given a few weeks before the performance, in which a direct j’accuse resounds towards Chancellor Sebastian Kurz and the other representatives of the populist and xenophobic right-wing: Matteo Salvini, Viktor Orbán and Horst Seehofer.

«Look to the figures before spreading fear into the populations and the public opinion. There were more than one million crossings in the Mediterranean in 2015, that fell to 360.000 in 2016. In 2017, 170.000 and now, in the first six months of the year, 45.000 crossings in the Mediterranean, that’s 0.07% of the whole migration flows that exist worldwide – 68 millions in total. So what are we talking about? In my opinion, we are not talking about a sudden influx of people crossing the Mediterranean, we are talking about a political decision […] Mr. Chancellor, the problem in Europe is the only consensus that the Council, and the Prime Ministers, and you and your friends can agree [on] today is: “Not in my backyard”. […] Don’t talk about migrants, we are talking about a political crisis on the back of migrants.»

The disquiet crosses the subdued and wavering tones of the bass, the broken and polytimbral rhythms of the percussion, and above all the suffocated, wordless warbling of Sofia Jernberg, a champion of subliminal expressiveness, slowly transitioning towards a tonality as elementary as it is touching. Then comes the entrance of Kurzmann’s fragile, naive singing, which introduces the linchpin for the entire performance: a process of “resemantization” of pre-existing music lyrics in light of the dialectical incipit, significantly starting with “S.O.S.” by ABBA, in maximum representation of Sweden (Where are those happy days, they seem so hard to find / I try to reach for you but you have closed your mind / Whatever happened to our love? I wish I understood).
Then it’s the Nazi propaganda hymn “Festung Europa” [Fortress Europe] that spontaneously merges with Kraftwerk’s obsessive leitmotif (“Europa Endlos” [Europe Endless], the first track from their masterpiece Trans Europa Express), in a tragic and sardonic perpetuation of antiphrases that further expose the contradictions of the Council for Foreign Affairs. Thus also begins the phase of greater instrumental and electronic excitement, where the quartet assumes the connotations of a sclerotic Supersilent, rising with vehemence in a disjointed and liberating interplay.

A second, more hermetic and reflective act takes its cue from “Think Small” by New Zealand indie-rockers Tall Dwarfs, who counter the raging of human vicissitudes with an invitation to mental dissociation and humility (And it won’t matter if I’m strong or weak / I want to close my eyes / I want to close my mind / Like life is nothing at all / I will think small). Concurrently, the present moment falls apart and the soundscape becomes rarefied, amidst slight screeching of the bow on the strings and cymbals; Kurzmann processes loops and disperses tickling radio signals in the stereophony, while the other instruments painstakingly regain an elementary formal integrity.
Through long pauses and inscrutable solipsisms, the ensemble finally settles back on two notes that lead to a sort of “Fire! Orchestra moment”, the big band in which both Jernberg and Williamson have taken part: here Kurzmann’s and Jernberg’s voices intone in unison “A Song for Beggars”, a poem by Joe McPhee contained in the booklet of the album The Brass City (1999) in collaboration with Jeb Bishop; hence the compromise between art and protest, the utopian horizon and the performative catharsis sought with admirable inventiveness by the Disquiet project.

This song won’t feed the starving,
nor will conferences on hunger,
with a fortune spent on TALKING.
Nor will it house the homeless,
or quench the thirst of millions
who will die for lack of water,
While the Vampires drink THEIR blood.
[…]
But,
the weak, the Earth inherits;
and the sick and disillusioned,
and the wounded and the shattered,
and the hopeless without vision,
and the lost without direction,
helpless, lonely,
and the sad!
[…]
NO MORE LEADERS!
NO MORE IDOLS!
ONLY BEGGARS!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...