Claudio Ambrosini – Chamber Music

Sonia Visentin, Ex Novo Ensemble

Kairos, 2020
contemporary classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

“Sento la musica come energia. […] E ‘energia’, naturalmente, non è solo la forza; c’è energia nelle cose più dolci, nelle carezze, nei silenzi.”

Parole che pronunciate da un autore qualsiasi potrebbero suonare affettate o patetiche, nel caso del maestro italiano Claudio Ambrosini (*1948) rappresentano la sintesi più pertinente ed efficace immaginabile per la sua arte. Leone d’Oro alla Biennale Musica nel 2007 e fondatore dell’Ex Novo Ensemble – nome che racchiude in sé il colpo di spugna operato dalla sua scrittura musicale – è egli stesso a definirsi un fauve, richiamandosi non soltanto alla vividezza cromatica e alle innovative soluzioni formali della corrente pittorica francese, ma più in generale a un eccentrico universo espressivo che sembra capovolgere la superficie del visibile al fine di rivelare, giust’appunto, il sòstrato di energie che pervade e alimenta l’esistenza stessa.

Sinora apparso una sola volta tra le file del prestigioso catalogo Kairos, nel 2016, per il “Song Book for Guitar” eseguito dal virtuoso Alberto Mesirca, ora Ambrosini viene debitamente celebrato con un più esauriente portrait album dedicato alla sua produzione da camera. Ma benché l’ensemble da lui diretto sia ancora in piena attività, avendo già superato il traguardo del quarantennale, a dire il vero le registrazioni qui raccolte risalgono ormai a molti anni fa (1988, 1997, 1999), e di conseguenza il repertorio interessato: proprio per questo, tuttavia, le eccelse interpretazioni sembrano cogliere il carattere mercuriale e affilato di ciascun brano appena a pochi istanti dal suo concepimento, come rifiutandone un’eccessiva decantazione in favore di un’esecuzione altrettanto irruenta e priva di esitazioni.

Non a caso amico e pressoché coetaneo del visionario autodidatta Salvatore Sciarrino, tra i primi a confidare nel suo brillante talento, Ambrosini ne appare come una sorta di alter ego allucinato – o addirittura lisergico – votato a un azionismo sfuggente ed elettromorfo, tendenzialmente avulso da concessioni mimetiche. Ciò nondimeno rifuggendo il puro concettualismo, per attingere invece a ogni sorta di ispirazione letteraria (dallo Stil Novo di Dante e di Guido Cavalcanti alla poesia contemporanea di Virgilio Guidi), mitologica (Icaro, Euridice), pittorica e meta-musicale (Henri Rousseau e Debussy), elementi di una personale, vorticosa cosmogonia artistica ove classicismo e modernità si compenetrano indissolubilmente.

Autentico manifesto estetico, “De vulgari eloquentia” (1984) è un formidabile tour de force collettivo che incarna con assoluta pregnanza lo spirito irrequieto e proteiforme dell’avanguardista veneziano: stoccate dirompenti e flirt agghiaccianti, quasi diabolici, con le dinamiche tra ‘piano’ e ‘pianissimo’, in un ipertrofico florilegio di crude dissonanze; è la drastica traslazione dal linguaggio dell’accademia a quello del suono “brado”, non del tutto delimitabile entro gli stretti confini della notazione e consegnato, piuttosto, alla trasformante immediatezza del gesto.
Ma sono anche e soprattutto i singoli strumenti a invitare Ambrosini all’estro più sfrenato, divertito e serissimo al tempo stesso, in un trionfo di tecniche estese e convolute fantasie atonali: dapprima nel vertiginoso assolo di violino “Icaros” (1981, eseguito da Carlo Lazari), tra rimbalzi e bariolages fulminei, ipertoni ed effetti di sordina spettrali(sti), capriccio degno delle sfide impossibili di Ferneyhough; poi col flautista Daniele Ruggieri in “A guisa di un arcier presto soriano” (1981), distillato dello sperimentalismo post-darmstadtiano di Severino Gazzelloni; poi l’umbratile clarinetto di Davide Teodoro in “Rousseau, le Douanier: “Follia d’Orlando”” (1983), occupato per metà dal silenzio assoluto dell’inesprimibile; e non ultimo il “Rondò di forza” (1981) del pianista Aldo Orvieto, scrosciante e disordinata folie che affastella cluster durissimi, arpeggi e trilli saettanti, nel segno di un barocchismo deviante che non ammette significati né significanti.

Decisamente più subdoli e rifiniti, invece, i restanti trio: su tutti il “Prélude a l’après-midi d’un fauve” (1994) per flauto, violino e pianoforte, eco lamentosa e stizzita di un tardo romanticismo che, muovendo da un’apparente citazione en passant del preludio wagneriano per eccellenza, si produce alfine in un euforico colpo di coda con improvvisi saliscendi umorali, estremo barlume di un glorioso splendore ormai vòlto al declino.
Su coordinate analoghe, benché virate in scala di grigi, si consuma il sinistro notturno per pianoforte, violoncello e clarinetto/voce senza parole,  ““Oh mia Euridice…” a fragment” (1981), un monodramma in miniatura che sembra anticipare l’epos elettroacustico di Alvin Lucier incentrato sul medesimo mito greco.
Da ultimo l’assorta elevazione di “Tutti parlano”, scritta nel 1970 dal summenzionato Guidi e messa in musica nel 1993: accompagnando l’enfatico lirismo del soprano Sonia Visentin, flauto e violoncello tracciano le direttrici di una spinta verticale che dal convulso chiacchiericcio del mondo anela al “silenzio che parla l’eterno”; un accento di inconsueto pathos espressivo che lascia intravedere il cuore pulsante di quell’energia atavica, pre-musicale, che anima l’alterità creativa di Claudio Ambrosini.


Line-up:
Sonia Visentin, soprano
Ex Novo Ensemble: Daniele Ruggieri, flute; Carlo Lazari, violin, viola; Carlo Teodoro, cello; Davide Teodoro, clarinet; Aldo Orvieto, piano

Listen on Spotify


I feel music as energy. […] And energy, of course, is not just force; there is energy in the sweetest things, in caresses, in silences.

Words that, if uttered by any author, could sound affected or pathetic, in the case of Italian maestro Claudio Ambrosini (*1948) represent the most pertinent and effective synthesis imaginable for his own art. Winner of the Leone d’Oro at the Venice Biennale of Music in 2007 and founder of the Ex Novo Ensemble – whose name embodies the clean slate given by his musical writing – Ambrosini defines himself as a fauve, referring not only to the chromatic vividness and the innovative formal solutions of the French pictorial current, but also, more generally, to an eccentric expressive universe that seems to overturn the surface of the visible in order to reveal, precisely, the substratum of energies that pervades and feeds existence itself.

Having, so far, appeared only once in the prestigious Kairos catalog, in 2016, with the “Song Book for Guitar” performed by the virtuoso Alberto Mesirca, now Ambrosini is being duly celebrated with a more comprehensive portrait album dedicated to his chamber production. But although the ensemble directed by him is still in full swing, having already passed the 40-year milestone, as a matter of fact the recordings collected here date back to many years ago (1988, 1997, 1999), and so does, consequently, the repertoire involved. For this very reason, however, the sublime interpretations seem to grasp the mercurial and sharp-edged character of each piece just a few moments after its conception, as if avoiding an excessive decantation in favor of an equally impetuous and unhesitating execution.

Not coincidentally a friend and almost a peer of the self-taught visionary Salvatore Sciarrino, among the first to trust in his brilliant talent, Ambrosini could be seen as sort of his hallucinated – even lysergic – alter ego, devoted to an elusive and electromorphous actionism, tendentially alien to mimetic concessions. It does, nonetheless, avoid pure conceptualism while drawing instead on all sorts of inspiration, be it literary (from the Stil Novo of Dante and Guido Cavalcanti to the contemporary poetry of Virgilio Guidi), mythological (Icarus, Eurydice), pictorial and meta-musical (Henri Rousseau and Debussy), the elements of a personal, swirling artistic cosmogony where classicism and modernity are indissolubly interwoven.

A genuine aesthetic manifesto, “De vulgari eloquentia” (1984) is a formidable collective tour de force, embodying with absolute poignancy the restless and protean spirit of the Venetian avant-gardist: disruptive thrusts and spine-chilling, almost diabolical flirtations with the dynamics between piano and pianissimo, in a hypertrophic anthologium of crude dissonances, it is the drastic translation from the academic language to that of sound in its “wild state”, not entirely delimitable within the narrow confines of notation and, rather, entrusted to the transforming immediacy of gesture.
But it’s also and especially the individual instruments which invite Ambrosini to a most unbridled creativity, amused and very serious at the same time, in a triumph of extended techniques and convoluted atonal fantasias: first in the dizzying violin solo “Icaros” (1981, performed by Carlo Lazari), between lightning-fast rebounds and bariolages, spectral(istic) overtones and muted effects, a capriccio worthy of Ferneyhough’s impossible challenges; then with flutist Daniele Ruggieri on “A guisa di un arcier presto soriano” [In the guise of a swift Syrian archer] (1981), a distillation of Severino Gazzelloni’s post-Darmstadtian experimentalism; and then Davide Teodoro’s shadowy clarinet on “Rousseau, le Douanier: “Follia d’Orlando”” (1983), half of the piece being occupied by the absolute silence of inexpressibility; and last but not least the “Rondò di forza” (1981) by pianist Aldo Orvieto, a pelting and disorderly folie piling up rock-hard clusters, dashing arpeggios and trills, under the sign of a deviant baroquism that doesn’t allow meanings nor signifiers.

The remaining trios, however, are decidedly more subtle and refined: above all the “Prélude a l’après-midi d’un fauve” (1994) for flute, violin and piano, the plaintive and bitter echo of a late romanticism which, moving from an apparent quotation in passing of the Wagnerian prelude par excellence, lastly produces itself in an euphoric coda with sudden humoral ups and downs, like the terminal glimmer of a glorious splendor now reaching its decline.
On similar coordinates, albeit turned in grayscale, is consumed the sinister nocturne for piano, cello and clarinet/voice without words ““Oh mia Euridice…” a fragment” (1981), a miniature monodrama that seems to anticipate Alvin Lucier’s electroacoustic epos centered on the same Greek myth.
Finally, the absorbed elevation of “Tutti parlano” [Everyone speaks], written in 1970 by the aforementioned Guidi and set to music in 1993: accompanying the emphatic lyricism of soprano Sonia Visentin, flute and cello trace the guidelines of a vertical thrust that from the convulsive chatter of the world yearns for “the silence that speaks of eternity”; an accent of unusual expressive pathos that reveals the beating heart of that atavistic, pre-musical energy that animates Claudio Ambrosini’s creative alterity.

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