Frederic Rzewski: Speaking Rzewski

Stéphane Ginsburgh

Sub Rosa, 2022
contemporary classical, avantgarde

(ENGLISH TEXT BELOW)

Da dove proviene l’idea – e poi forse l’esigenza, o addirittura l’imperativo morale – dello strumentista parlante? Probabilmente dal rifiuto del rapporto gerarchico tra quest’ultimo e il compositore, che la tradizione classica occidentale ha eletto giudice e tiranno assieme alla non meno temibile figura del direttore d’orchestra; dalla certezza che l’interprete non è soltanto il medium, appunto lo “strumento” di un altrui volere, bensì l’unico vero artefice non di ciò che la musica può essere ma di ciò che è.
Da chiunque venisse eseguita – anche e soprattutto da egli stesso –, l’opera di Frederic Rzewski (1938 – 2021) si è sempre posta in prima persona, sviluppata attorno a menti pensanti ancor prima che musicisti, individui critici disposti a considerare il loro ruolo anche in un’ottica politica, a fare del gesto musicale un atto di concreta resistenza.


Dare voce al pianista significa riconoscerne l’umanità, e con ciò dissolvere l’illusione di una musica “assoluta”, collocata in una dimensione ulteriore rispetto a chi la innesca con la propria corporeità. Ma è anzitutto la risposta a un istinto sovversivo nei confronti della sacralità di cui l’arte è stata insignita nei secoli, una rivincita che spesso può e vuole assumere toni irriverenti e farseschi tra i quali, tuttavia, si affacciano talvolta sprazzi di solenne ed enfatica teatralità.
L’inscindibile legame tra l’estro creativo e il virtuosismo di Rzewski hanno prodotto alcune tra le pagine più innovative nel repertorio pianistico del secondo Novecento, a cominciare dalle celeberrime variazioni sul tema di ‘El pueblo unido…’ (“The People United Will Never Be Defeated!”, 1975), dove in certi adagi il performer già fischiettava frammenti di motivetti, come un vento leggero e soave. Ma non era che un indizio, l’abbozzo di ciò che si sarebbe compiuto nell’epico assolo/monologo “De Profundis” (1992), pietra angolare sulla quale si fonda l’intenso recital del belga Stéphane Ginsburgh, protagonista di numerosi altri progetti a marchio Sub Rosa sin dagli anni Duemila.

Una lettera di Oscar Wilde al compagno di vita Alfred Douglas, scritta negli ultimi mesi di prigionia per il reato di omosessualità, offre a Rzewski lo spunto per la stesura di una suite dalle molteplici e contrastanti sfaccettature emotive, una spirale di tragica autoreferenzialità che conduce alla sublimazione come alla follia; un’introspezione che suona come un grido d’aiuto ma anche di insopprimibile dignità, aspetti complessi dei quali l’interprete è chiamato a dar conto nella sua difficoltosa impresa.
Con i piedi tipicamente piantati a terra, Rzewski ridefinisce così la forma espressiva del lamento: il suo pianista/attore deve fare un’esperienza profonda della partitura e del momento performativo, dove le mani inseguono le parole e viceversa, la bocca ansima, ruggisce, ride, asserisce pianamente oppure declama con enfasi. Nell’arco di mezz’ora il registro narrativo oscilla ossessivamente tra diversi gradi di affettazione, con esiti dapprima grotteschi, infine apertamente esilaranti, pur attraversando diversi passaggi di struggente pathos:

“It is always twilight in one’s cell, as it is always twilight in one’s heart. And in the sphere of thought, no less than in the sphere of time, motion is no more… […] Between myself and the memory of joy lies a gulf no less deep than that between myself and joy in its actuality”.

Eppure l’intrusione onomatopeica non deriva soltanto dall’indole demistificatoria del maestro americano, ma fa anche esplicito riferimento all’inconscia abitudine che accomuna molti grandi pianisti di ieri e di oggi – da Glenn Gould a Keith Jarrett e Tigran Hamasyan –, ossia la sottolineatura vocale di certi attacchi, accenti e progressioni; così come, invece, gli accademici alle prime armi vengono incoraggiati a fare durante le esercitazioni domestiche, sillabando e scandendo metronomicamente le battute del pentagramma.
Ma il tic nervoso non è che il primo sintomo di un malessere che può persino sfociare nell’alienazione e nell’ermetica chiusura in sé stessi: al culmine del brano il coperchio si abbassa sulla tastiera, le dita tamburellano sul nudo legno e il pianista arriva a schiaffeggiarsi, a grattarsi la testa e la faccia, imitando versi animaleschi e lallazioni infantili; una discesa nel maelstrom della mente come anelito alla libertà che in essa sempre risiede, nonostante la solitudine e la sofferenza che il mondo può arrecarle.

Con l’altrettanto esteso “America: A Poem” (2020) – di poco precedente la scomparsa nel giugno 2021 – si passa dalla dissacrazione come espediente formale all’insolenza in quanto attitudine necessaria, l’unica risposta possibile all’insensatezza che domina l’attuale scenario socio-politico statunitense. Frammentaria e incoerente la partitura, stizzito e volgare sino all’eccesso il linguaggio: un anti-manifesto dai risvolti scatologici (con tanto di peti e conati di vomito), assolutamente serio nel ritratte l’esasperazione di chi si è ormai giocato tutte le carte ma non ha potuto modificare le sorti disastrose della civiltà occidentale. Nessun accenno a certe melodie colorite, alla maniera sovietica, manca da ultimo di risolversi in una funerea litania, nel sommesso incedere di tonalità minori cui soltanto le salaci imprecazioni del pianista – ultima risorsa del pensiero razionale – fanno da necessario contrappunto dialettico.

È infine dedicato allo stesso Ginsburgh il compendio filosofico in cinque parti “Dear Diary” (2014): una sintesi decisamente più lucida di quell’amara delusione che sembra pervadere gli ultimi anni di vita di Rzewski, intento qui a risalire alle radici della prevaricazione umana, dall’invocazione filo-marxista di “Stuporman” al racconto del progressivo annientamento del Creato a opera di Adamo, passando per l’eccidio dei Filistei per mano di Sansone. Furiose stoccate inframmezzano il dialogo esistenziale tra l’alunna vessata dall’insegnante e sua madre, mentre sono poche ma decisive punteggiature a costellare la pagina di diario del finale, custode di tutte le inquietudini che possono o meno trovare espressione nella scrittura musicale (“You are my voice, thanks to you I exist”). Una nota di arrendevole romanticismo che mette in luce la nascosta fragilità di un animo altrimenti sempre vigile e militante, la cui rinuncia a qualsiasi compromesso, sia ideologico che estetico, ha tracciato un segno indelebile nell’avanguardia contemporanea.

Where does the idea – and then perhaps the need, or even the moral imperative – of the speaking instrumentalist come from? Probably from the rejection of the hierarchical relationship between the latter and the composer, which the Western classical tradition has elected judge and tyrant along with the no less fearsome figure of the conductor; from the conviction that the interpreter is not merely the medium, indeed the “instrument” of someone else’s will, and is instead the only actual maker not of what music can be but of what it is.Whoever performed it – also and especially himself –, the work of Frederic Rzewski (1938 – 2021) has always been declined to the first person, developed around thinking minds even before being musicians, critical individuals willing to consider their role also from a political point of view, to turn the musical gesture into an act of concrete resistance.

Giving a voice to the pianist means recognizing his humanity, and thereby dissolving the illusion of an “absolute” music, placed in a dimension beyond those who provoke it with their own corporeality. But it is first of all the response to a subversive instinct towards the sacredness that art has been bestowed over the centuries, a revenge that can and often will take on irreverent and farcical tones among which, however, glimpses of solemn and emphatic theatricality will sometimes surface.
The inseparable bond between Rzewski’s creative flair and his virtuosity have produced some of the most innovative pages in the piano repertoire of the second half of the 20th century, starting with the renowned variations on the theme of ‘El pueblo unido…’ (“The People United Will Never Be Defeated!”, 1975), where in certain adagios the performer did already whistle fragments of tunes, like a soft and gentle breeze. But it was only a clue, the outline of what would be later accomplished in the epic solo/monologue “De Profundis” (1992), the cornerstone on which is based the intense recital of Belgium’s Stéphane Ginsburgh, the protagonist of numerous other projects under the Sub Rosa label since the 2000s.

A letter from Oscar Wilde to his life partner Alfred Douglas, written in the last months of imprisonment for the crime of homosexuality, offers Rzewski the starting point for the drafting of a suite with multiple and contrasting emotional facets, a spiral of tragic self-reference that leads to sublimation as to madness; an introspection that sounds like a cry for help but also one of irrepressible dignity, complex aspects which the interpreter has to take into account in his difficult undertaking.
With his feet typically planted on the ground, Rzewski thus redefines the expressive form of lamentation: his pianist/actor must have a profound experience of the score and the performative moment, where the hands chase after the words and vice versa, the mouth gasps, roars, laughs, asserts softly or declaims with emphasis. In the space of a half hour, the narrative register obsessively oscillates between different degrees of affectation, with results grotesque at first, and finally overtly hilarious, all the while still encountering several passages of poignant pathos:

“It is always twilight in one’s cell, as it is always twilight in one’s heart. And in the sphere of thought, no less than in the sphere of time, motion is no more… […] Between myself and the memory of joy lies a gulf no less deep than that between myself and joy in its actuality”.

Yet, the onomatopoeic intrusion does not derive only from the demystifying attitude of the American master, but also makes explicit reference to the unconscious habit common to many great pianists of yesterday and today – from Glenn Gould to Keith Jarrett and Tigran Hamasyan –, namely the vocal underlining of certain attacks, accents and progressions; while novice academics are in fact encouraged to do so during home rehearsals, spelling out and articulating metronomically the bars of the staff.
But the nervous twitch is just the first symptom of a malaise that may even lead to alienation and a hermetic closure in oneself: at the climax of the piece the lid lowers on the keyboard, the fingers drum on the bare wood and the pianist goes as far as to slap himself, to scratch his head and face, imitating animal sounds and childlike babblings; a descent into the maelstrom of the mind as a yearning for the freedom that always lies in it, despite the loneliness and suffering that the world may bring upon it.

With the equally extensive “America: A Poem” (2020) – shortly preceding his passing in June 2021 – we move from desecration as a formal expedient to insolence as a necessary attitude, the only possible answer to the senselessness that dominates the current social-political climate in the US. The score is fragmentary and incoherent, the language piqued and vulgar to the point of excess: an anti-manifesto with scatological implications (complete with farts and retching), entirely serious in portraying the exasperation of one who has now played all his cards but didn’t manage to change the disastrous fate of Western civilization. Any hint to certain colorful melodies, in the Soviet manner, is ultimately bound to resolve into a funereal litany, in the subdued pace of minor tones to which only the salacious imprecations of the pianist – the last resort of rational thought – act as a necessary dialectical counterpoint.

Finally, the five-part philosophical compendium “Dear Diary” (2014) is dedicated to Ginsburgh himself: a decidedly more lucid synthesis of the bitter disappointment that seems to pervade the last years of Rzewski’s life, intent here on tracing back to the roots of human abuse, from the pro-Marxist invocation of “Stuporman” to the tale of Adam’s gradual annihilation of Creation, passing through the slaughter of the Philistines at the hands of Samson. Furious thrusts intersperse the existential dialogue between a student harassed by a teacher and her mother, while few but decisive punctuations complement the diary page of the finale, guardian of all the anxieties that may or may not be expressed in musical writing (“You are my voice, thanks to you I exist”). A note of yielding romanticism that brings to light the hidden fragility of an otherwise always alert and militant soul, whose renunciation of any compromise, both ideological and aesthetic, has left an indelible mark in contemporary avantgarde.

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