Axel Dörner & Mazen Kerbaj – Döner Kebab

Al Maslakh, 2022
free impro

(ENGLISH TEXT BELOW)

Per quanti anni – macché, decenni – l’elettronica è stata considerata la frontiera più avanzata dell’espressione sonora, l’orizzonte più foriero di opportunità per sperimentare e contaminare senza limitazioni di sorta? Ancora oggi nessuno immaginerebbe che la sfida più avvincente si gioca invece sul campo della strumentazione acustica, laddove le tecniche estese esplorate dalle avanguardie colte e dalle correnti della musica spontanea hanno portato alla luce una gamma di inflessioni timbriche e subarmoniche inimmaginabili sino a metà Novecento. I trombettisti Axel Dörner e Mazen Kerbaj non sono che i (pen)ultimi in una schiera di veementi riformatori del linguaggio improvvisativo, talmente devoti alla loro appendice strumentale da rivoltarla come un calzino per scovarne le più inusitate proprietà fonetiche.


In un mondo meritocratico l’album a nome Ariha Brass Quartet sarebbe diventato una sorta di instant classic negli ambienti più radicali, così come i volumi di Solo Trumpet compilati da Kerbaj costituirebbero l’enciclopedia e il manifesto a partire dai quali rifondare l’identità stessa della tromba. Allo stesso modo, il primo lavoro in duo di Dörner e Kerbaj rappresenta un’ulteriore tabula rasa dei ruoli che il suddetto ottone ha storicamente ricoperto, laddove i due sperimentatori lo trattano invece come oggetto sonoro alieno e resistente alla benché minima forma di lirismo. 

Le sessioni estese riunite sotto il titolo autoironico Döner Kebab sono paragonabili a impulsivi studi di arte concreta, urgenti e irrefrenabili accumulazioni di micro-eventi acustici quasi mai interrelati, la cui rifrazione nei canali stereo risulta utile – benché non strettamente necessaria – a distinguerne la rispettiva provenienza (il tedesco a sinistra, il libanese a destra). Schegge di avvincente nonsense scintillano nel dinamico primo take, mentre nel secondo si fanno strada anche timide spinte verso un irrealizzabile unisono, tentativi di comunanza idiomatica che riaffermano la necessaria indipendenza tra le parti, unico viatico alla coniazione di un autentico “esperanto” performativo fatto di saliva e mani sudate.

La sobria crudezza di queste due sequenze è controbilanciata dalla susseguente traslazione nella dimensione elettronica/acusmatica: in “Ayran” (la tradizionale bevanda allo yogurt servita col kebab) si realizza un prototipo tutto nuovo, un suono di tromba in realtà aumentata, proiettato in ogni direzione e ulteriormente mistificato nella sua natura timbrica; un gioco di specchi caotico e rombante teso a elevare lo strumento oltre la sua nuda e lucente fisicità, tramutandolo in argento vivo con il dono apparente di un’ubiquità non sollecitata, libero in misura tale da disconoscere persino i propri artefici.

For how many years – no, decades – have electronics been considered the most advanced frontier of sound expression, the horizon richer in opportunities to experiment and contaminate without any sort of limitations? Even today, no one would imagine that the most exciting challenge is instead being played in the field of acoustic instrumentation, where the extensive techniques explored both by classical avant-gardes and spontaneous music currents have brought to light a range of timbral and subharmonic inflections unimaginable until the mid-twentieth century. Trumpeters Axel Dörner and Mazen Kerbaj are but the (second to) last in a group of vehement reformers of the improvisational language, devoted to their instrumental appendage to the point of turning it inside out like a sock in order to seek its most unusual phonetic properties.

In a meritocratic world, the Ariha Brass Quartet album would have become a sort of instant classic in the most radical circles, just as the Solo Trumpet volumes compiled by Kerbaj would constitute the encyclopedia and manifesto from which to re-establish the very identity of the trumpet. Similarly, Dörner and Kerbaj’s first duo work represents a further clean slate of the roles that said brass has historically covered, whereas the two experimentalists instead treat it as an alien sound object resistant to even the slightest form of lyricism.

The extended sessions gathered under the self-mocking title Döner Kebab may be compared to impulsive studies of concrete art, urgent and irrepressible accumulations of acoustic micro-events almost never related to one another, whose refraction in the stereo channels is useful – although not strictly necessary – for distinguishing their respective origin (the German on the left, the Lebanese on the right). Shards of compelling nonsense sparkle in the dynamic first take, while on the second one a few mild pushes towards an unrealizable unison also make their way, attempts at idiomatic communion that reaffirm the necessary independence between the parts, the only viatic for the coining of an authentic performative “Esperanto” made out of saliva and sweaty palms.

The restrained rawness of these two sequences is counterbalanced by the subsequent translation into the electronic/acousmatic dimension: on “Ayran” (the yogurt drink traditionally served with kebab) an entirely new prototype is created, a trumpet sound in augmented reality, projected in every direction and further mystified in its timbral nature; a chaotic and roaring game of mirrors aimed at elevating the instrument beyond its bare, shiny physicality, transforming it into quicksilver with the apparent gift of unsolicited ubiquity, free to such an extent as to disavow even its own makers.

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