Park Jiha – The Gleam

Glitterbeat, 2022
drone folk

(ENGLISH TEXT BELOW)

Sono per definizione le immagini a plasmare il nostro immaginario, così come informano, in modo vieppiù pervasivo, la nostra stessa comprensione della realtà circostante. Al cospetto di un artwork come questo, l’ascoltatore odierno potrebbe facilmente associarlo a un prodotto dai caratteri post-umani, a un’estetica sonora che abbia ormai rinnegato qualsiasi ascendenza biomorfa.
Invece, dietro questa sorta di shō in versione steampunk (denominato saenghwang) si annida una visione musicale legata alla tradizione coreana ancor più che alle tendenze contemporanee, e con ciò egualmente priva di compromessi formali. Acuti laceranti e ruvidezze materiche attraversano continuamente i vividi soundscape disegnati dai singolari strumenti che Park Jiha ha adottato nella creazione del suo terzo album, totalmente proiettato in una dimensione di isolazionismo e vibrante trascendenza.


Compimento espressivo di immediata e profonda fascinazione, The Gleam si manifesta in una cornucopia di tonalità eterogenee ma complementari, timbri di fiati e percussioni che paiono risuonare tra le arcate di un tempio dell’anima. Lo stratificarsi delle varie sorgenti acustiche non nasconde di certo la natura artificiosa del processo di composizione in studio, eppure ne coniuga le parti con una pregnanza tale da crederle nondimeno sprigionate da un unico pneuma carico di vissuto interiore. 

L’eco malinconica del canto di Jiha si dipana lungo una gamma di intensità variabili, dalle ariose meditazioni che inaugurano e concludono l’opera ai momenti culminanti d’afflato più marcatamente lirico (“A Day In…”, “The Way of Spiritual Breath”), sequenze che anche nell’occasionale, esplicito riferimento alla sfera cinematografica (il classico del muto “Sunrise: A Song of Two Humans”) non si collocano mai in un orizzonte meramente atmosferico, quanto piuttosto in un perpetuo stato di cosciente contemplazione, in sé bastevole a ispirare ed emanare un rinnovato senso di stupore dell’Essere, sfiorando a tratti vette emozionali debordanti.

Nel solco di una sacralità sempre più assoluta – di radice quasi panica – che riunisce diverse branche della nuova composizione entro un unico zeitgeist, l’incantamento indotto dalle armonie ataviche e sognanti di Park Jiha risponde a una sete mai del tutto placata per ciò che si cela oltre il velo della realtà tangibile, l’ineffabile essenza che sin da principio la musica ha tentato di incarnare o promesso di rivelarci. The Gleam è un insperato, abbagliante varco su questi e altri inestinguibili misteri.

Images, by definition, shape our imagery while also informing, in an increasingly pervasive way, our own understanding of the surrounding reality. In the presence of an artwork like this one, today’s listener might easily relate it to a product with post-human features, to a sound aesthetic that has by now renounced any biomorphic ancestry.
Instead, behind this steampunk-like shō (called saenghwang) lies a musical vision much more closely linked to the Korean tradition than to contemporary currents, and thus equally devoid of formal compromises. Lacerating trebles and material roughness perpetually cross the vivid soundscapes drawn by the singular instruments that Park Jiha adopted in the creation of her third album, entirely projected into a dimension of isolationism and vibrant transcendence.

An expressive achievement of immediate and profound fascination, The Gleam manifests itself in a cornucopia of heterogeneous but complementary tones, wind and percussion timbres that seem to resonate between the arches of a temple of the soul. The stratification of the various acoustic sources certainly does not conceal the artificial nature of the composition process in the studio, and yet combines all of its parts with such poignancy as to believe them nonetheless originated by a same pneuma charged with inner experience.

The melancholy echo of Jiha’s song unfolds through a range of variable intensities, from the airy meditations that inaugurate and conclude the work to the culminating moments of a more markedly lyrical afflatus (“A Day In…”, “The Way of Spiritual Breath”), sequences that even in the occasional, explicit reference to the cinematographic sphere (the silent classic “Sunrise: A Song of Two Humans”) are never set in a merely atmospheric horizon, but rather in a perpetual state of conscious contemplation, in itself sufficient to inspire and emanate a renewed sense of wonder of Being, reaching at times nearly overflowing emotional peaks.

In the wake of an ever more absolute sacrality – of an almost Panic root – which brings together different branches of new composition within a single zeitgeist, the enchantment induced by Park Jiha’s atavistic and dreamlike harmonies responds to a never fully quenched thirst for what’s beyond the veil of tangible reality, the ineffable essence that music, from its very beginning, has tried to embody or promised to reveal. The Gleam is an unexpected, dazzling gateway to these and other inextinguishable mysteries.

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