Alex Cunningham – Rivaled

Void Castle, 2021
harsh noise, avantgarde, free impro

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La mia passione per la sfera sperimentale nasceva assieme alla fascinazione per gli estremi: porte spalancate dalle devianze hardcore e gli imperscrutabili ermetismi della cosmogonia zorniana, dagli stridori disumani di Diamanda Galás e dall’impeto nichilista di Merzbow; arrivare a solcare la vertigine del suono totale rimette in prospettiva ogni ascolto precedente, attivando nuovi livelli percettivi cui il consumo musicale passivo non potrebbe in alcun modo dare accesso.
Vi è una forma d’estasi inaspettata, serendipitosa, nel trasformare il gesto sonoro in un simulacro letteralmente “amplificato”, fuor di proporzione, o nel ricavare dal nulla un’alterità timbrica sino a prima inimmaginabile. Su queste due polarità, tra distorsione elettrica e puro ‘sonorismo’ acustico, si gioca l’ultimo progetto del violinista americano Alex Cunningham, votato al più categorico rifiuto della maniera accademica in favore di un espressionismo radicale e, in ultima istanza, trascendente.

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Spyros Polychronopoulos / Thanos Polymeneas-Liontiris / Iakovos Pavlopoulos – Widdershins

Room40, 2021
free improvisation, experimental

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La Grecia continua ad affermarsi, tra le altre discipline, come nuovo avamposto della musica spontanea e di certe radicali sperimentazioni “morfologiche”: un anno fa era il quintetto misto di The Depths Above a coniare l’ermetico idioma di un ritualismo biomorfo, aprendo le porte all’eterotopia di un viaggio “alle latitudini dell’impossibile”. Un’indagine ipoteticamente rivolta a un orizzonte atavico o post-apocalittico, ma che a ben vedere anelava già a un’espressività fuori dal tempo e dalla storia, esito di una tabula rasa senza ritorno.
È su questo stesso terreno che potrebbero giocarsi le avanguardie del terzo millennio: una volta che le strutture tonali, la complessità della fenomenologia timbrica e la spazialità sono state fronteggiate e travalicate, rimane ancora molto (o persino tutto) da fare sul fronte temporale, mettendo in discussione l’intrinseca “orizzontalità” dell’esecuzione e della riproduzione sonora; l’utopia musicale definitiva, in sostanza, sarebbe quella di un’autentica compresenza “verticale” di piani temporali, scissa dalla consequenzialità della percezione uditiva.

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Disquiet

Christof Kurzmann / Sofia Jernberg / Martin Brandlmayr / Joe Williamson

Trost, 2021
experimental, free impro

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Non ho mai nutrito particolare interesse per le espressioni artistiche di chiara impronta politica: e specialmente in rapporto alla forma musicale, poiché molto spesso l’ansia di trasmettere un determinato pensiero impone alcuni paletti che finiscono per compromettere l’ispirazione originaria, lo sviluppo drammaturgico e, di fatto, la qualità complessiva dell’esito. Ciò è valevole sia nel caso di un approccio “cronachistico”, apparentemente imparziale, che in quello della lotta e della denuncia esplicita, due facce di uno stesso equivoco sintetizzabile con la leggendaria massima del produttore cinematografico Samuel Goldwyn (e in seguito parafrasata da David Lynch): “Se vuoi mandare un messaggio, spedisci un telegramma”. Anche nell’affrontare questioni d’interesse pubblico, insomma, non si deve aver paura di scegliere la strada dell’astrazione, del riferimento obliquo e del paradosso: l’arte non manca di trasmettere, nelle forme più inattese ed efficaci, il senso delle cose del mondo.

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Christian Kobi – Hidden Place of Return

Cubus, 2021
free improvisation

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Per tutti quanti il 2021 vuole – e dovrà – essere l’anno del ricongiungimento, il tempo della riconquista di ciò che chiamavamo normalità, pur sapendo che non lo era affatto. È stata la solitudine vera e duramente vissuta a porre ogni cosa in una nuova prospettiva, indubbiamente distorta e viziata, instillandoci il desiderio di tornare indietro e di riacclimatarci con un’instabilità perversamente confortevole. L’artista sperimentale, invece, sembra quasi trovarsi più a suo agio con l’ignoto che gli si para di fronte, e persino l’attimo presente gli sta troppo stretto, così che l’immobilità forzata equivale alla soppressione di qualunque prospettiva, l’attesa l’unica e inadeguata forma di esorcismo a disposizione.

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morosphinx – vilvoorde

wabi-sabi tapes, 2020
free impro

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Certi musicisti – e specialmente i leoni della vecchia guardia – approcciano una sessione improvvisata come se fino a quel momento si fossero imposti una sorta di mutismo volontario, per poi rigettare in un sol colpo tutta la loro veemenza e obliqua espressività di fronte al pubblico; un integralismo che sembra concepire la performance come una sorta di guerra lampo, perpetuamente e drammaticamente in medias res anche nei suoi momenti più lirici.
All’estremo opposto stanno coloro che, invece, parrebbero intenti a rifondare ogni volta un intero universo dal nulla, muovendo lentamente da un inquieto, “impossibile” silenzio per poi plasmare poco a poco le presenze sonore che popoleranno il loro Creato. Penso anche ai film di Alice Rohrwacher, che per scelta poetica (in parte forse inconscia) cominciano sempre nel buio della notte, come se ogni racconto fosse una nuova, primigenia venuta al mondo.

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