Ftarri etc. | September 2022


♢ Tetuzi Akiyama / Ryotaro Miyasaka – Odd Jobs Are the High Road of Work (Ftarri, 2022)
♢ Seijiro Murayama – To listen To As far As possible (Hitorri, 2022)
♢ Magnus Granberg – How Lonely Sits the City? (version for quartet) (Meenna, 2022)


Tetuzi Akiyama / Ryotaro Miyasaka
Odd Jobs Are the High Road of Work

Ftarri, 2022
free impro


Dimenticate il lowercase, il contegno formale e il senso della misura: questo duo d’improvvisazione disconferma l’identità principale dello Ftarri di Tokyo, solitamente teatro di dialoghi assai meno viscerali – benché parimenti radicali. Lo stesso Tetuzi Akiyama, tra i profeti originari dell’onkyo, si concede qui una libera uscita di inattesa brutalità: la chitarra elettrica amplificata, filtrata in un distorsore ultra-fuzzy, arriva a surclassare in massa persino gli effetti dello sciamano Keiji Haino, saltando a pié pari verso soverchianti derive doom metal; senonché a regnare sovrano è sempre il feedback, le frequenze tagliate con l’accetta nelle intermittenze tra caos e vuoto pneumatico, in una risoluta e tormentosa azione scultorea sul rumore copiosamente generato.

Tanto anomalo quanto azzeccato, la controparte percussiva offerta da Ryotaro Miyasaka è un tinnire e sfregare nervoso di metalli, legnetti e oggetti privi di tonalità che eroicamente si fanno strada nella furia cieca di Akiyama, proseguono indefessamente nel loro muto soliloquio, conquistandosi qua e là alcuni momenti di discreta preminenza poetica. Una lotta impari sulla carta che soltanto nella pratica appassionata dei due sperimentatori si rivela essere invece una complice alleanza, un lampo di creatività assoluta che non dipende dalla potenza dei gesti o dei volumi, bensì dall’attitudine rigorosa con cui – anche su lunghissime durate – viene mantenuto il controllo della performance, in un costante e vertiginoso carpe diem avulso da sviluppi drammatici precostituiti, poiché drammatico è il suo stesso divenire nella fluida mobilità del presente.


Forget lowercase, formal restraint and sense of proportion: this improvisational duo disconfirms the main identity of Tokyo’s Ftarri, usually the scene of far less visceral, though equally radical dialogue. Tetuzi Akiyama himself, being one of the original prophets of onkyo, indulges here in free-for-all of unexpected brutality: The amplified electric guitar, filtered through an ultra-fuzzy distortion, even outclasses in mass the effects of shaman Keiji Haino, jumping with both feet towards overpowering doom metal drifts; however, feedback always reigns supreme, the frequencies axe-chopped in the intermittences between chaos and pneumatic vacuum, in a resolute and tormenting sculptural action on the copiously generated noise.

As anomalous as it is apt, the percussive counterpart offered by Ryotaro Miyasaka is a nervous tinkling and rubbing of metals, wood and toneless objects that heroically make their way through Akiyama’s blind fury, indefatigably continuing their mute soliloquy, here and there achieving moments of discreet poetic prominence. An unequal battle on paper that only in the passionate practice of the two experimentalists turns out to be a knowing alliance, a flash of absolute creativity that does not depend on the strength of gestures or volumes, but instead on the rigorous attitude with which – even over very long durations – the control of the performance is maintained, in a constant and vertiginous carpe diem free from pre-constituted dramatic developments, since dramatic is its own becoming in the fluid mobility of the present.


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Seijiro Murayama
To listen To As far As possible

Hitorri, 2022
free impro


Con pochi strumenti, generare interi mondi sonori: ecco cosa distingue un abile performer da un autentico maestro come Seijiro Murayama, figura nevralgica della libera improvvisazione giapponese (e non solo), o meglio ancora della “musica spontanea”. Da anni residente in Francia – patria di un altro contemporaneo gigante delle percussioni come Lê Quan Ninh –, Murayama ha conquistato una disinvoltura espressiva tale da adattarsi a qualunque ambiente e ad ogni genere di accompagnamento, contribuendo con generosità a progetti che tuttavia non potrebbero mai limitare la ricchezza e l’alterità del suo apporto creativo.

Registrati nel gennaio 2022 a Ljubljana, in Slovenia, i sette take qui raccolti costituiscono un esaustivo viaggio nella varietà della sua eccentrica arte sonora: un discorso che si inserisce rispettosamente e si integra nei luoghi, sfruttando le risonanze naturali ma anche accogliendo le presenze umane e animali circostanti, nella consapevolezza che la musica non si dà come risultante di un esperimento in laboratorio ma sempre della vita vissuta; perciò anche le rare pause e gli ipotetici ‘pianissimo’ si intridono del loro contesto foriero di accadimenti, una sottotraccia di indeterminazione per l’azione imperturbabile del performer, che con gesti sapienti tramuta i più comuni piatti di bronzo e tamburi in corpi “parlanti”, superfici ataviche entro le quali si celano profondità acustiche mai del tutto sondate.

Un battito primordiale – oltre a vocalizzi afoni di raggelante incorporeità – che sembra reinventare ogni volta la musica stessa: ecco la potenza rivelatoria dell’arte improvvisativa di Seijiro Murayama. To listen To As far As possible va senza dubbio annoverata tra le sue prove più estreme e totalizzanti, il riflesso abbacinante di una Weltanschauung che origina dall’individualità ma si traduce istintivamente in un canto universale.


With just a few instruments, to generate entire worlds of sound: this is what distinguishes a skilful performer from an authentic master such as Seijiro Murayama, a pivotal figure of (not only) Japanese free improvisation, or better still of ‘spontaneous music’. A resident of France for many years – the homeland of another contemporary percussion giant such as Lê Quan Ninh –, Murayama has conquered an expressive ease that allows him to adapt to any environment and to any kind of accompaniment, contributing generously to projects that nevertheless couldn’t possibly limit the richness and otherness of his creative input.

Recorded in January 2022 in Ljubljana, Slovenia, the seven takes collected here constitute an exhaustive journey through the variety of his eccentric sound art: a discourse that respectfully blends itself into places, exploiting natural resonances but also welcoming the surrounding human and animal presences, in the awareness that music is not the result of a lab experiment but always of lived life; therefore, even the rare pauses and the hypothetical pianissimos are imbued with their eventful context, an undercurrent of indetermination for the imperturbable action of the performer, who with wise gestures turns the most common bronze cymbals and drums into “speaking” bodies, atavistic surfaces within which  never fully probed acoustic depths are concealed.

A primordial beat – together with aphonic vocalisations of eerie incorporeity – that seems to each time reinvent music itself: this is the revelatory power of Seijiro Murayama’s improvisational art. To listen To As far As possible should undoubtedly be counted among his most extreme and totalising outings, the dazzling reflection of a Weltanschauung that originates from individuality but instinctively translates into a universal chant.


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Magnus Granberg
How Lonely Sits the City? (version for quartet)

Meenna, 2022
contemporary classical, chamber music


Sempre grazie all’etichetta Meenna, nel 2020, avevamo già potuto godere di una doppia prospettiva sulle composizioni da camera dello svedese Magnus Granberg: da quintetto “classico” a quartetto elettroacustico, la partitura di “Come Down to Earth Where Sorrow Dwelleth” assumeva caratteri notevolmente divergenti, proiettando l’originario “interiore scrutare” sul filo del silenzio – e qui mi cito da solo – in un orizzonte sonoro più nitido e contrastato, sorretto dal dialogo “impossibile” tra la pienezza timbrica delle sorgenti acustiche e gli ermetici contrappunti atonali della no input mixing board di Toshimaru Nakamura.

Avviene qualcosa di analogo con la presente versione di “How Lonely Sits the City?”, brano per settetto misto edita lo scorso febbraio da Another Timbre: l’esecuzione da parte dell’immancabile ensemble Skogen, di cui Granberg è membro e direttore, viene qui ridotta a un dialogo tra soli cordofoni; un quartetto dall’interazione serrata e quasi urgente, mosso da una tensione costante ancorché destinata all’irresolutezza. 
Già di per sé il ridimensionamento dell’organico consente alla regia audio di “stringere l’inquadratura”, di avvicinarsi al cuore dell’azione musicale senza dover in seguito sacrificare alcun dettaglio al missaggio finale. Proseguendo nella metafora, si può dire che questa interpretazione costituisca la messa a fuoco di uno scenario in principio brumoso, elusivo, qui come rievocato nei suoi tratti eidetici fondamentali, il fragile scheletro che ne sorregge la difforme struttura.

A rimanere immutata è invece la dinamica di rimbalzo tra le parti, il gioco di specchi che non restituiscono mai un’immagine del tutto fedele ma solo vagamente somigliante. Così i rintocchi dell’arpa inseguono da vicino le punteggiature del pianoforte preparato, violino e violoncello tracciano figure sfuggenti con l’archetto per poi mescolarsi alle altre voci nei pizzicati; un vorticare controllato di atomi che non lascia spazio a coloriture o complementi atmosferici, rivelando in tal modo l’altra faccia – non meno enigmatica e fascinatoria – della poetica riduzionista di Magnus Granberg.

Personnel: Eva Lindal, violin; Leo Svensson Sander, cello; Stina Hellberg Agback, harp; Magnus Granberg, prepared piano


Even then thanks to the Meenna label, in 2020, we had the chance to enjoy a double perspective on the chamber compositions of Sweden’s Magnus Granberg: from “classical” quintet to electroacoustic quartet, the score of “Come Down to Earth Where Sorrow Dwelleth” took on remarkably divergent characters, projecting the original “inner scanning” on the edge of silence – and here I quote myself – into a sharper and more contrasted sonic horizon, sustained by the “impossible” dialogue between the timbral fullness of the acoustic sources and the hermetic, atonal counterpoints of Toshimaru Nakamura’s no-input mixing board.

Something similar happens with the present version of “How Lonely Sits the City?”, a piece for mixed septet published last February by Another Timbre: the performance by the unfailing Skogen ensemble, of which Granberg is both member and conductor, is here reduced to a dialogue between chordophones only; a quartet marked by a tight and almost urgent interaction, moved by a constant tension even if destined to irresolution.
Already in itself, the downsizing of the ensemble allows the audio direction to “zoom in”, to get closer to the heart of the musical action without afterwards having to sacrifice any detail to the final mix. Continuing in the metaphor, one could say that this interpretation constitutes the focusing of a previously misty, elusive scenario, here as if evoked in its fundamental eidetic traits, the fragile skeleton that supports its uneven structure.

What remains unchanged, however, is the bouncing dynamics between the parts, the play of mirrors that never give back an entirely faithful image but only a vaguely resembling one. Thus the strokes of the harp closely follow the punctuations of the prepared piano, the violin and cello trace fleeting figures with their bows to then blend with the other voices in the pizzicati; a controlled whirling of atoms that leaves no room for colouring or atmospheric complements, thus revealing the other face – no less enigmatic and fascinating – of Magnus Granberg’s reductionist poetics.

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