Magnus Granberg ‎– Come Down to Earth Where Sorrow Dwelleth

Revised version for sho, koto, prepared piano and electronics

Meenna, 2020
contemporary classical, eai

(ENGLISH TEXT BELOW)

Pochi mesi fa, all’uscita della prima registrazione di “Come Down to Earth Where Sorrow Dwelleth”, venne fatta una breve menzione del suo specifico adattamento in occasione del primo viaggio di Magnus Granberg in Giappone. Un legame già consolidato con i rodati sperimentatori Toshimaru Nakamura e Ko Ishikawa – membri dell’ensemble Skogen fondato dal compositore svedese – lo ha infatti condotto nel tempio dell’avanguardia radicale e della libera improvvisazione a Tokyo: le mura del locale underground Ftarri hanno così accolto il debutto di un inedito quartetto elettroacustico, impegnato in un’eccentrica rilettura della partitura precedentemente affidata all’ensemble da camera Ordinary Affects.


L’atmosfera degli eventi ospitati a Ftarri è inconfondibile, ricca di umile inventiva sonora, sottilmente ipnotica nel suo paziente dispiegamento performativo: sempre quest’anno ne hanno dato ulteriore prova due affascinanti documenti live (See You At Ftarri, The Ftarri Night, Meenna, 2020) nei quali emerge lo spirito di spontanea collaborazione e l’affiatamento della cerchia sperimentale giapponese, radunata in piccoli spazi ove coltivare forme sempre nuove di alterità sonora.
E in un certo senso sono gli strumenti propri della suddetta scena a caratterizzarla in maniera così distintiva, nella combinazione di elementi al crocevia tra revisionismo della tradizione e neo-poetica tecnologica. Ciò che John Cage attinse dalle filosofie dell’Oriente per abbattere i confini (vecchi e nuovi) della composizione occidentale, oggi ritorna per moto inverso nell’ingegno para-musicale di questi artisti straordinari, discepoli dell’alea e dell’incidente fortuito, totalmente proiettati a generare l’attimo presente del suono.

Non sorprende, dunque, che l’esito di questa seconda esecuzione diverga così tanto dall’originale: l’inusuale formazione per shō (Ishikawa), koto a 20 corde (Miki Maruta), piano preparato (Granberg) e no-input mixing board (Nakamura) disegna un orizzonte sonoro più nitido e contrastato, reso unico dal dialogo “impossibile” tra la pienezza timbrica delle sorgenti acustiche e gli ermetici contrappunti atonali dell’elettronica.
Così quelle che furono le esili armonie di archi, chitarra elettrica e vibrafono, si tramutano ora in una rarefatta trama di accenti percussivi e pizzicati dall’incedere cullante e nondimeno insicuro, segnatamente orientaleggiante; tra di essi si espandono e ritraggono i toni sostenuti, come di organetto, dello shō e il campionario di ronzii, fischi e crepitii improvvisi sapientemente dosati da Nakamura, inventore e maestro del suo apparecchio autoriferito, suonato “in negativo”.

Quasi fosse una versione compatta di “Let Pass My Weary Guiltless Ghost” (Another Timbre, 2020), in questa suite l’immaginario di Granberg torna ad aprirsi più decisamente all’eterogeneità interna e all’indeterminazione, accettando di sottoporre la partitura iniziale a un garbato ma drastico stravolgimento, tale da dissimularne la matrice scritta sino a realizzare una completa mimesi con le sessioni di musica spontanea che abitano i luoghi nascosti dello sperimentalismo giapponese. Un compimento espressivo che arricchisce entrambe le parti sublimando in un soundscape di natura ineffabile, umano e trascendente al tempo stesso.


A few months ago, when the premiere recording of “Come Down to Earth Where Sorrow Dwelleth” was released, a brief mention was made about its specific adaptation on the occasion of Magnus Granberg’s first trip to Japan. An already consolidated bond with seasoned experimenters Toshimaru Nakamura and Ko Ishikawa – members of the Skogen ensemble founded by the Swedish composer – in fact led him to the temple of radical avant-garde and free improvisation in Tokyo: the underground venue Ftarri thus hosted the debut of an unprecedented electroacoustic quartet, engaged in an eccentric reinterpretation of the score previously entrusted to the Ordinary Affects chamber ensemble.

The atmosphere of the events held at Ftarri is unmistakable, full of humble sonic inventiveness, subtly hypnotic in its patient performative unfolding: further proof of this was given earlier this year by two fascinating live documents (See You At Ftarri, The Ftarri Night, Meenna, 2020) in which emerges the spirit of spontaneous collaboration and the harmony of the Japanese experimental circle, gathered in small spaces where to cultivate ever new forms of sound alterity.
And in a way it’s the very own instruments of this scene that characterize it in such a distinctive way, through the combination of elements at the crossroads between revisionism of tradition and technological neo-poetics. What John Cage drew from Eastern philosophies in order to break down the boundaries (old and new) of Western composition, today returns by inverse motion in the para-musical ingenuity of these extraordinary artists, disciples of the aleatory and the fortuitous accident, totally projected to generate the present moment of sound.

It doesn’t come as a surprise, then, that the outcome of this second performance diverges so much from the original: the unusual line-up of shō (Ishikawa), 20-string koto (Miki Maruta), prepared piano (Granberg) and no-input mixing board (Nakamura) delineates a more stark and contrasted sonic horizon, rendered unique by the “impossible” dialogue between the timbral fullness of the acoustic sources and the hermetic, atonal counterpoints of the electronics.
So those that were the slender harmonies of strings, electric guitar and vibraphone, are now turned into a rarefied weave of percussive and plucked accents with a lulling and nevertheless uncertain pace, with a notably oriental feel; between them expand and retract the sustained, accordion-like tones of the shō and the palette of hums, hissings and sudden crackles skilfully dosed by Nakamura, inventor and master of his self-referenced device, played “in negative”.

Almost as if it were a compact version of “Let Pass My Weary Guiltless Ghost” (Another Timbre, 2020), in this suite Granberg’s imagination returns more decisively to open itself to internal heterogeneity and indeterminacy, allowing the initial score to be gently but drastically capsized, such as to conceal the written matrix to the point of achieving a complete mimesis with the sessions of spontaneous music that inhabit the hidden places of Japanese experimentalism. An expressive fulfillment enriching both parties by sublimating in a soundscape of an ineffable nature, humane and transcendent at the same time.

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