Jon Balke – Discourses

ECM, 2020
modern classical, free jazz

(ENGLISH TEXT BELOW)

Non ci si può illudere che le questioni pubbliche e private rimangano del tutto separate dalla creazione artistica – a meno di compiere uno sforzo meta-linguistico tale da simulare il riferirsi del medium unicamente a se stesso. Nell’era digitale, poi, il brusio di fondo si è reso tanto impalpabile quanto frastornante, soppiantando la conoscenza con un’ipertrofica e ubiqua ‘informazione’ che sembra voler colonizzare ogni ambito della nostra esistenza.
Più faticosamente che mai, dunque, la mente creativa deve farsi strada nella fitta selva della quotidianità per raggiungere la concentrazione necessaria a incanalare le proprie capacità nella giusta direzione. Oppure deve fare del brusio il proprio complice: e in un periodo storico nel quale infuria la vacuità del dibattito politico, Jon Balke riscopre e traduce in musica la nobile (e obliata) arte della retorica.

“Animale sociale” come quasi tutti nella scena jazz norvegese, il versatile pianista ha riservato pochi momenti alla propria voce individuale, e già nel precedente album solista Warp (ECM, 2016) le sue divagazioni strumentali si intersecavano con frammenti estranei, “immagini sonore” derivate da registrazioni in presa diretta, in seguito giustapposte nel missaggio al fine di circondare il pianoforte – anch’esso sottilmente rimaneggiato – con un mutevole soundscape semi-naturale. L’ambiente, insomma, si rendeva l’interlocutore indiretto della scrittura musicale spontanea di Balke, in un primo approccio esplorativo che con maggior consapevolezza si compie anche in Discourses.
“Mentre nel 2019 il clima politico si inaspriva, con discorsi sempre più polarizzati, la mancanza di dialogo mi ha indirizzato verso i termini che costituiscono i titoli delle singole tracce”. L’infimo livello di confronto umano nel mondo esteriore porta Balke ad accogliere in sé un tribunale d’opinione immaginario nel quale si mescolano continuamente lo spartito e il flusso di coscienza, la riverenza al classico e la spinta verso la (post)modernità.

Esposizione della tesi e sua confutazione: in fondo anche i “preludio e fuga” di Bach inscenavano una sorta di disputa stilistica che l’autore intratteneva con se stesso, per il gusto di tornare sui suoi passi e conferire un esito differente al proprio aureo teorema. Un’attitudine simile informa il carattere fluido e plurale di Discourses, dove turbinosi saliscendi senza il sustain pedal (il brano iniziale e gli ‘arguments’) vengono successivamente ripresi con relativa cautela, smussando certi angoli appuntiti, come a lasciare il margine per un parziale cambio d’avviso (“the suspension”, “the mutuality”), sino a concludersi con tre espliciti “ripensamenti” (‘afterthought’).
Ma non si tratta soltanto di una prova di versatilità melodica: tra impromptu, assorti romanticismi fin de siècle (“the facilitator”, “the container”) e luminosi impressionismi (“the how”) si dipana infatti anche un più raffinato gioco sintattico di accenti, incisi, punti esclamativi (“the certainties”) e interrogativi (“the why”), deviazioni subitanee che se da un lato enfatizzano il brio di certi slanci dialettici, dall’altro seminano tracce di ambivalenza nei passaggi più meditabondi.

Oltre a ciò, come accennato in apertura, vanno considerati i livelli secondari dell’espressione musicale di Jon Balke, non meno significativi nell’economia generale dell’opera. Benché in Warp la fusione di elementi interni ed esterni all’esecuzione fosse quasi simbiotica, entro di essa si generavano contrasti sonori che ampliavano considerevolmente la qualità descrittiva dell’album. Nel caso di Discourses, invece, i dettagli aggiuntivi vengono fatti scivolare sottotraccia, come ombre che velano appena il ‘discorso’ principale con ulteriori, discrete sfumature d’incertezza.
Partendo da proprie registrazioni di tastiere e violoncello, Balke ha processato le tracce con software di sound editing a tal punto da comprometterne l’identità d’origine, ottenendo ribollii elettronici e percussivi difficilmente attribuibili con assoluta certezza a un singolo strumento. Nelle parole dell’autore, tali estratti si presentano “più simili ai riflessi della stanza, o se vogliamo del mondo, e il pianoforte, con la sua ricchezza timbrica, assume di per sé una maggiore risonanza”. La distanza fisica o un volume di riproduzione moderato potrebbero celarvi la quantità e la pervasività di tali dettagli, messi a punto in fase di produzione assieme al deus ex machina Manfred Eicher.

Imprevedibile connubio di ragione e istinto, il dialogo interiore di Jon Balke non deborda mai in forme troppo esuberanti, mantenendosi stabilmente entro i confini del mood arioso e garbato che rappresenta il trademark più riconoscibile dell’odierna ECM. Anche in Discourses, tuttavia, non manca di manifestarsi quell’indole da fuoriclasse che ha guidato la maturazione espressiva del pianista norvegese nel corso di trent’anni, un temperamento che persino tra le file di un nutrito ensemble riesce sempre a distinguersi nella sua peculiare e sfuggente poetica.


We cannot delude ourselves that public and private issues remain completely separated from artistic creation – unless a meta-linguistic effort is made such as to simulate the medium’s referring solely to itself. Furthermore, in the digital age the underlying buzz has become as impalpable as deafening, supplanting knowledge with a hypertrophic and ubiquitous ‘information’ that seemingly wants to colonize every area of our existence. 
Now more painstakingly than ever, therefore, the creative mind has to make its way through the thick maze of everyday life to reach the level of concentration necessary to channel its skills in the right direction. Otherwise it should make the buzz his accomplice: and in a historical period where the vacuity of the political debate rages, Jon Balke rediscovers and translates into music the noble (and forgotten) art of rhetoric.

A “social animal” like almost everyone in the Norwegian jazz scene, the versatile pianist has reserved only a few moments to his individual voice, and already in the previous solo album Warp (ECM, 2016) his instrumental digressions intersected with extraneous fragments, “sound images” derived from field recordings, later juxtaposed in the mix in order to surround the piano – also subtly reworked – with a mutable semi-natural soundscape. In short, the environment became the indirect interlocutor of Balke’s spontaneous musical writing, in a first exploratory approach that with greater awareness is also taken in Discourses.
“As the political climate hardened in 2019 with more and more polarised speech, the lack of dialogue pointed me towards the terms that constitute the titles for the individual tracks.” The lowest level of human confrontation in the external world leads Balke to welcome within himself an imaginary court of opinion in which the score and the stream of consciousness, a reverence to the classic and the drive towards (post)modernity are constantly mixed.

Presentation of the thesis and refutation of the same: after all even Bach’s “preludes and fugues” staged a sort of stylistic dispute that the author entertained with himself, for the sake of retracing his steps and giving a different outcome to his golden theorem. A similar attitude informs the fluid and plural character of Discourses, in which the whirling ups and downs without the sustain pedal (the initial piece and the ‘arguments’) are subsequently resumed with relative caution, smoothing a few sharp corners, as if to make room for a partial change of mind (“the suspension”, “the mutuality”), to the point of ultimately reaching three explicit “afterthoughts”.
But this isn’t just a test of melodic versatility: among impromptus, absorbed fin de siècle romanticisms (“the facilitator”, “the container”) and luminous impressionisms (“the how”), in fact, also takes place a more refined syntactic game of accents, parentheses, exclamation (“the certainties”) and question marks (“the why”), sudden deviations that if on the one hand emphasize the panache of certain dialectical leaps, on the other they scatter traces of ambivalence in the most meditative passages.

In addition to this, as mentioned above, we should consider the secondary levels of Jon Balke’s musical expression, no less significant in the general economy of the work. Although in Warp the fusion of elements internal and external to the performance was almost symbiotic, sound contrasts were born within it which considerably expanded the descriptive quality of the album. In the case of Discourses, however, the additional details tend to slide undercurrent, like shadows that barely veil the main ‘speech’ with additional, discreet nuances of uncertainty.
Starting from keyboard and cello recordings made by himself, Balke processed these tracks with sound editing softwares to the point of compromising their original identity, obtaining electronic and percussive bubblings which are difficult to attribute with absolute certainty to a single instrument. In the author’s words, these extracts seem “more like reflections from the room, or from the world if you like, and the piano, with its timbral richness is more resonant in itself”. Physical distance or a moderate playing volume could conceal the quantity and pervasiveness of these details, developed together with the deus ex machina Manfred Eicher during production.

An unpredictable combination of reason and instinct, Jon Balke’s inner dialogue never overflows in too exuberant forms, remaining stably within the confines of the airy and gentle mood that represents the most recognizable trademark of today’s ECM. Discourses, too, however, doesn’t fail to reveal that top-class character which has guided the expressive maturation of the Norwegian pianist over the course of thirty years, a temperament that even among the ranks of a large ensemble always manages to stand out with its peculiar and elusive poetics.

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