Quatuor Bozzini – Éliane Radigue: Occam Delta XV

Collection QB, 2023
drone, microtonal


(ENGLISH TEXT BELOW)

Le numerose e articolate declinazioni strumentali confluite nella serie ‘Occam Ocean’ rappresentano l’inesausto esercizio di un perpetuo divenire sonoro, della sua incarnazione sino al sopraggiungere di un illuminato oblio. In assenza di partiture fissate su carta, l’interprete ne diviene il custode tanto quanto, e forse ancor più dell’ideatrice originaria, l’agente e il medium di una visione che si dà soltanto nella fragile transitorietà del tempo presente.
Ha dunque un’importanza relativa che “Occam Delta XV” (2018) sia di fatto il primo quartetto d’archi nel catalogo di Éliane Radigue, poiché in tale contesto l’ordine gerarchico d’ascendenza classica – dal solista all’orchestra – si appiana ed assolutizza in un canto la cui profondità non dipende dal dispiego strumentale ma dalla rigorosa disciplina, sia tecnica che mentale, cui Radigue ha infallibilmente condotto ciascuno dei suoi collaboratori.


Una sfida di per sé insidiosa della quale l’interprete deve farsi partecipe e responsabile nella massima misura, in quanto l’opera non si esegue ma si compie, si realizza ogni volta in un evento isolato sull’orlo dell’inesistenza, il suono come un’onda che lambisce la riva del tempo e si dissolve nella seguente. Una rara sensibilità che pochi ensemble hanno dimostrato con la stessa coerenza e dedizione del Quatuor Bozzini, dedicatario di questa irrinunciabile iterazione del progetto di Radigue, che con la presente registrazione si pone a ideale complemento delle edizioni monografiche tributate ai maestri James Tenney, Phill Niblock, Jürg Frey e Alvin Lucier (Navigations, 2021).

È per un unico, infinitesimale istante che il quartetto della decana francese si interpone agli echi di un romanticismo crepuscolare, sommamente dolceamaro, ed è quello dell’attacco: una simmetria armonica che il prolungarsi del gesto sonoro, per sua natura, è destinato a sfaldare impercettibilmente sin dal principio; non si darebbe vita, né tantomeno musica, in assenza di quel subdolo e sempre relativo fattore di consunzione, e in sua mancanza verrebbe meno anche l’essenza, la ragion d’essere del suono-pensiero di Radigue. Una materia che vibra per effetto della sua stessa deliquescenza, del lento e pressoché inavvertito trascolorare che pure non si risolve mai in sbiadimento, e anzi non si risolve affatto: l’arco del suo manifestarsi è soltanto la porzione di un flusso al quale si potrebbe attingere ad libitum senza mai esaurirlo, un oceano più vasto di quanto il pensiero umano possa tentare di figurarsi.

Così prende corpo il paradosso di un eterno transeunte, la serena accettazione di carattere Zen per la quale ogni aspetto della realtà sensibile ci sfugge sì tra le dita, ma nemmeno va perduto; occorre soltanto, alfine, calarsi in quel presente che ci ha sempre atteso al varco mentre la nostra coscienza oscillava ossessivamente tra storia e avvenire, deviando ansiosa verso altri tempi dei quali, per quanto ci si sforzi, non si otterrà mai una sicura padronanza.
È dunque un evento genuinamente epifanico e trasformante, scoprire che l’alterità risiede nell’immediato, entro un quadro che annulla il concetto di dissonanza e lascia affiorare spontaneamente una prismatica gamma di frequenze subarmoniche. Includere due performance distinte – datate a due giorni consecutivi nel novembre 2021 – è l’unico modo per dimostrare con tutta evidenza che non si tratterà mai davvero dello stesso brano, pur conservando quel placido bagliore nel quale si intravede (e intrasente) il più recondito segreto della Musica.


The numerous and articulated instrumental declinations gathered in the ‘Occam Ocean’ series represent the inexhaustible exercise of a perpetual becoming of sound, of its embodiment until the onset of an enlightened oblivion. In the absence of scores fixed on paper, the performer becomes its custodian as much as, and perhaps even more than, the original creator, the agent and medium of a vision that is only given in the fragile transience of present time.
It is therefore of relative importance that “Occam Delta XV” (2018) is in fact the first string quartet in Éliane Radigue’s catalogue, since in this context the hierarchical order of classical ascendancy – from soloist to orchestra – is flattened out and absolutised in a song whose depth does not depend on instrumental deployment but on the rigorous discipline, both technical and mental, to which Radigue has infallibly led each of her collaborators.

A challenge in itself insidious in which the performer must partake and take responsibility to the utmost extent, since the work is not performed but rather fulfilled, realised each time in an isolated event on the brink of non-existence, the sound like a wave that laps the shore of time and dissolves into the next. A rare sensibility that few ensembles have demonstrated with the same consistency and dedication as the Quatuor Bozzini, dedicatee of this indispensable iteration of Radigue’s project, which with the present recording stands as an ideal complement to the monographic editions in tribute of masters such as James Tenney, Phill Niblock, Jürg Frey, and Alvin Lucier (Navigations, 2021).

It is for a single, infinitesimal instant that the French doyen’s quartet interposes itself between the echoes of a crepuscular, supremely bittersweet romanticism, and it is that of the attack: a harmonic symmetry that the prolongation of the sound gesture, by its very nature, is bound to imperceptibly rupture right from the start; there would be no life, let alone music, in the absence of that insidious and always relative factor of consumption, and in its absence the essence, the raison d’être of Radigue’s sound-thought would also be lost. A matter that vibrates as a result of its own deliquescence, of the slow and almost unnoticed transcoloration that never resolves itself into fading, and indeed doesn’t resolve itself at all: the arc of its manifestation is but a portion of a flow that one could draw on ad libitum without ever exhausting it, an ocean vaster than human thought can attempt to imagine.

Thus the paradox of an eternal transience takes shape, the serene, Zen-based acceptance whereby every aspect of sensible reality slips through our fingers, but is not lost either; it is only necessary, at last, to immerse into the present that has long awaited us while our consciousness obsessively oscillated between history and the future, anxiously deviating towards other times of which, no matter how hard we try, we will never gain a sure grasp.
It is therefore a genuinely epiphanic and transforming event to discover that otherness resides in the immediate, within a framework that erases the concept of dissonance and spontaneously allows a prismatic range of sub-harmonic frequencies to emerge. Including two separate performances – dated on two consecutive days in November 2021 – is the only way to clearly demonstrate that it will never really be the same piece, while retaining that placid glow through which one can glimpse (and overhear) the innermost secret of Music.

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