Quatuor Bozzini – Alvin Lucier: Navigations

Collection QB, 2021
contemporary classical, experimental

(ENGLISH TEXT BELOW)

In questi ultimi anni, finalmente, il pioniere della sound art Alvin Lucier può godersi il meritato privilegio di essere riconosciuto come figura di culto per una nuova generazione di musicisti classici e d’area sperimentale, spontaneamente catalizzati dalle sue intuizioni tanto essenziali quanto pregnanti, rivolte all’ascolto profondo di una vasta e inesplorata fenomenologia sonora.
Contestualmente, dopo decenni di studi empirici sulle proprietà degli oggetti e dei materiali più disparati, è emerso con crescente nitidezza l’interesse del decano statunitense per la strumentazione tradizionale: un aspetto sottolineato in particolar modo nelle pregevoli edizioni della Black Truffle – dall’antologia live Illuminated by the Moon (2018) ai brani per la Ever Present Orchestra (2020) da lui fondata. È in questo stesso solco che si inserisce il nuovo album dell’eccellente Quatuor Bozzini, ideale excursus nelle indagini microtonali e “concrete” di Lucier applicate a un ensemble di soli strumenti ad arco.

Attiva da oltre vent’anni, la formazione canadese si è già notevolmente distinta nel repertorio della scuola newyorkese (Cage, Tenney) come delle odierne propaggini a essa variamente affiliate (Jürg Frey, Linda Catlin Smith, Cassandra Miller), passando per un interessante doppio progetto norvegese a firma di Kim Myhr (Pressing Clouds Passing Crowds) e Ingar Zach (floating layer cake, 2019). Ma è specialmente nel frequente confronto con la poetica di Lucier che si rende indispensabile l’adozione di un approccio teso a trascendere la mera lettura di uno spartito: nelle cinque tappe di Navigations vanno delineandosi forme d’armonia inconsuete ed eterodosse, in dialogo diretto con lo spazio e da esso alimentate, in un radicale ritorno all’essenza del “farsi suono”.


Un flemmatico, impercettibile moto digressivo si dispiega nel cangiante unisono di “Disappearances” (1994): dapprima estremamente nitido e compatto nel plasmare una superficie acustica apparentemente piana, con un controllo straordinario il quartetto scivola alternatamente tra i più minuti intervalli degli strumenti, producendo gli illusori battimenti che si manifestano nello scarto tra frequenze immediatamente adiacenti; un fuggevole senso di vuoto accompagna inoltre i cambi di direzione di ciascun archetto, come cedimenti nella fragile trama di un tessuto sotto effetto di una tensione costante.
Composto lo stesso anno, “Unamuno” consta di ventiquattro riconfigurazioni degli stessi quattro semitoni, replicati vocalmente dai loro stessi artefici: un elemento che accentua il carattere ritualistico – benché rigorosamente oggettivante – dei brani performativi di Lucier, paragonabili alla proiezione di direttrici geometriche destinate a convergere e fondersi in una lucente sintesi di cromie complementari.

La duplice iterazione di “Group Tapper” (2004) ci riporta al primo CD della recente raccolta String Noise (2020), occupato da una paziente “misurazione” spaziale condotta seguendo il riverbero dei colpi d’archetto riflessi dalle nude pareti di una galleria d’arte. L’intreccio di pattern ritmici messo in atto dai Bozzini è tuttavia assai più vivace, finanche nervoso, e li fa transitare eccezionalmente in una sfera di relativa mimesis naturalistica: i corpi in legno ricurvo, percossi in ogni parte dalle dure estremità dei manici, attraversano infatti una gamma di soluzioni timbriche che sembra estendersi dal picchiettìo di alacri uccellini al feroce tumulto della giungla (urbana). Sono, questi, gli episodi più marcatamente teatrali del programma, eseguiti nella distanza fisica e in lento movimento al fine di coniugare i gesti sonori e l’architettura della sala da concerto, quinto “strumento” che, a ben vedere, ricopre un ruolo fondamentale in ciascuna istanza fenomenica concepita da Lucier.

Da ultimo il brano titolare “Navigations” (1991), precedentemente inciso in studio dal sempre formidabile quartetto Arditti (Mode, 2003): scientemente giocato sull’orlo della dissonanza minima, lo scenario perpetuamente instabile sorretto dal quartetto simula una discesa spiraliforme nelle profondità psicoacustiche, sede di fioche allucinazioni ancora una volta provocate dai cambi di tempo e dalle oscillazioni microtonali in continua interrelazione. Un vero e proprio paradigma dell’estetica quietamente sublimante di Alvin Lucier, irriducibile maestro della sperimentazione contemporanea che, grazie alla passione e sensibilità del quartetto Bozzini, riceve qui uno dei più significativi tributi discografici comparsi in tempi recenti.


Quatuor Bozzini: Isabelle Bozzini, cello; Stéphanie Bozzini, viola; Alissa Cheung, violin; Clemens Merkel, violin

At last, in recent years, sound art pioneer Alvin Lucier can enjoy the deserved privilege of being recognized as a cult figure for a new generation of classical and experimental musicians, spontaneously catalyzed by his intuitions as essential as they are meaningful, aimed at deeply listening to a vast and yet unexplored sound phenomenology.
At the same time, after decades of empirical studies on the properties of the most disparate objects and materials, the interest of the American dean for traditional instrumentation has been emerging with increasing clarity: an aspect emphasized in particular by Black Truffle’s valuable editions – from the live anthology Illuminated by the Moon (2018) to the Works for the Ever Present Orchestra (2020) which he himself founded. In this context is inserted the excellent Quatuor Bozzini’s new album, an ideal excursus into Lucier’s microtonal and “concrete” investigations applied to an ensemble of string instruments only.

Active for over twenty years now, already the Canadian line-up has considerably distinguished itself in the repertoire of the New York school (Cage, Tenney) as well as today’s offshoots variously affiliated with it (Jürg Frey, Linda Catlin Smith, Cassandra Miller), plus an interesting dual Norwegian project by Kim Myhr (Pressing Clouds Passing Crowds, 2018) and Ingar Zach (floating layer cake, 2019). But it is especially in the frequent confrontation with Lucier’s poetics that the adoption of an approach that transcends the mere reading of a score becomes indispensable: over the five stages of Navigations, unusual and heterodox forms of harmony take shape, in direct dialogue with and nourished by spaces, in a radical return to the essence of sound making.

A phlegmatic, imperceptible digressive motion unfolds in the shifting unison of “Disappearances” (1994): at first extremely sharp and compact in shaping an apparently flat acoustic surface, with remarkable control the quartet alternately slides through the tiniest intervals of the instruments, producing the illusory beats that occur in the gap between immediately adjacent frequencies; a fleeting sense of void also accompanies the changes in direction of the bows, like subsidences in the fragile weft of a fabric under the effect of a constant tension.
Composed the same year, “Unamuno” consists of twenty-four reconfigurations of the same four semitones, vocally replicated by their own creators: an element that accentuates the ritualistic, albeit rigorously objectivating character of Lucier’s performative pieces, comparable to the projection of geometric directrices intended to converge and fuse into a lucent synthesis of complementary colors.

The double iteration of “Group Tapper” (2004) brings us back to the first CD of the recent collection String Noise (2020), occupied by a patient “measurement” of space conducted by following the reverberation of the bow strokes reflected by the bare walls of an art gallery. The interweaving of rhythmic patterns put into action by Bozzini is however much more lively, even nervous, as it exceptionally makes them pass through a sphere of relative naturalistic mimesis: the curved wooden bodies, struck on their every part with the hard ends of the bow handles, cross in fact a range of timbral solutions that seemingly extends from the patter of busy birdies to the ferocious tumult of the (urban) jungle. These are the most markedly theatrical episodes of the program, performed at physical distance while slowly moving, in order to conjugate the sound gestures and the architecture of the concert hall, the fifth “instrument” which, on closer inspection, plays a fundamental role in each phenomenal instance conceived by Lucier.

Lastly comes the title piece “Navigations” (1991), previously recorded in the studio by the always formidable Arditti quartet (Mode, 2003): deliberately played out on the verge of minimum dissonance, the perpetually unstable scenario sustained by the quartet simulates a spiraling descent into the psychoacoustic depths, home to faint hallucinations once again caused by the changes of tempo and microtonal oscillations in constant interrelation. A true paradigm of the quietly sublimating aesthetics of Alvin Lucier, an irreducible master of contemporary experimentation who, thanks to the passion and sensitivity of the Bozzini quartet, receives here one of the most substantial discographic tributes released in recent times.

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