Alvin Lucier – String Noise

Black Truffle, 2020
experimental

(ENGLISH TEXT BELOW)

L’intera visione artistica di Alvin Lucier si può dividere tra interventi di “sconsacrazione” e nobilitazione, vòlti a trasmutare il già noto – il classico – in qualcosa di inedito, e a far sì che i più umili materiali divengano il tramite per una rivelazione acustica che non necessariamente dipende dall’azione umana. La passione del decano statunitense per le più nascoste fenomenologie del suono può arrivare a tal punto da disconoscere e reinventare la natura di ogni oggetto o strumento, persino uno carico di tradizione e canoni universali come il violino.
E d’altronde, allo stesso modo in cui una parola sembra slegarsi dal suo significato nel momento in cui la ripetiamo senza sosta per un centinaio di volte, così anche posare un violino su un tavolo e osservarlo a lungo, in silenzio, può farcelo apparire come un semplice manufatto in legno e corde, passibile di qualsiasi esperimento atto a produrre suono.


Il modus operandi predominante di Lucier ha sempre reso onore allo spazio fisico, la relazione col quale risulta ineludibile persino nel momento in cui parliamo o ci muoviamo, e a maggior ragione in qualunque istanza di creazione sonora. È un dato che tendiamo a dimenticare, e che per Lucier è invece la prima e fondamentale variante con la quale confrontarsi e stabilire un dialogo.
Ecco allora che il violino risale al grado zero della sua funzione implicita, del tutto precedente alla nascita di qualsiasi stile musicale: una pura cassa di risonanza da percuotere o far vibrare, affinché lo spazio stesso si riveli uno strumento dalle proprietà singolari e verificabili. 

La declinazione più elementare di questa indagine si esplica in “Tapper” (2004): utilizzando il manico dell’archetto, un singolo performer picchietta a intervalli regolari sulla superficie in legno del violino, nel mentre spostandosi lentamente in ogni parte della stanza. Situato al centro o camminando a ridosso delle pareti, rivolto verso di esse o al soffitto, un gesto immutabile assume sfumature differenti per mezzo della sua risonanza, ombra acustica che attraversa e “mappa” le superfici del Drawing Center di New York. Per certi versi simile alla rabdomanzia, nella pratica della ecolocazione ogni ritrovamento ha lo stesso valore documentario, e nessuna proiezione nello spazio può essere tralasciata prima che la ricognizione possa considerarsi compiuta. 

Decisamente più stratificato lo spettro fenomenologico di “Love Song” (2016), un pas de deux pre-musicale che vede due performer unirsi a distanza attraverso un filo collegato tra i ponti dei loro violini. Eseguendo la sola nota di Mi su una corda percorsa a vuoto, senza il controllo delle dita sulla vibrazione, si genera uno stridore le cui qualità psicoacustiche si rivelano a seconda della pressione esercitata con l’archetto.
A ciò si aggiungono nuovamente le risonanze dello spazio fisico, esplorato dal duo con un lento moto circolare, ma anche la tensione variabile del conduttore che lega i due strumenti, a sua volta una sorgente acustica subordinata al gesto primario dei violinisti. “Love Song” unisce così l’ipnosi di una tonalità grezza e acuta al tracciamento di un’orbita che ne moltiplica le ricadute sonore, solo in parte percepibili dalla prospettiva distaccata della registrazione. 

Quindici anni dopo “Tapper”, il brano per uno o più violini “Halo” (2019) chiude simbolicamente il cerchio attuando la stessa perlustrazione con un tono sostenuto: in questa circostanza l’area d’indagine è l’abitazione dello stesso Lucier, decisamente meno soggetta a riflessi acustici rispetto a uno spazio espositivo dai padiglioni più ampi e privi di arredamento. Nel corso di 34 minuti il performer itinerante si sofferma dapprima su una nota di La, poi sul Sol, infine su entrambe al contempo: un’esile armonia, quest’ultima, che irradia le mura domestiche con un primordiale accenno di musicalità, la radice originaria da cui tutte le altre storie hanno potuto idealmente diramarsi. 

I tre lunghi études eseguiti dal duo String Noise – Conrad Harris e Pauline Kim Harris, per i quali inoltre sono stati concepiti – vanno a integrare ulteriormente la serie di pubblicazioni a marchio Black Truffle dedicata all’opera recente di Alvin Lucier, di gran lunga la più importante e devota ricognizione dai tempi della Lovely Music, Ltd. di Robert Ashley. Un doveroso omaggio verso un pioniere che, quasi alla soglia dei novant’anni, non cessa di interrogarsi sull’essenza profonda di ogni accadimento sonoro.


Alvin Lucier’s entire artistic vision can be divided between acts of “deconsecration” and ennobling, aimed at transmuting the already known – the classic – into something unprecedented, and ensuring that the most humble materials become the means for an acoustic revelation which does not necessarily depend on human action. The American dean’s passion for the most hidden phenomenologies of sound can go so far as to disregard and reinvent the nature of each object or instrument, even one rich in tradition and universal canons such as the violin.
Furthermore, in the same way that a word seems to disconnect from its meaning when we repeat it relentlessly for a hundred times, so also placing a violin on a table and observing it for a long time, in silence, can make it look like a simple piece of wood and strings, liable to any experiment in order to produce sound. 

Lucier’s predominant modus operandi has always honored physical space, the relationship with which is unavoidable even when we speak or move, and even more so in any instance of sound creation. It’s a fact that we tend to forget, and which for Lucier is instead the first and fundamental variant with which to confront and establish a dialogue. 
Here we see the violin going back to the zero degree of its implicit function, totally previous to the birth of any musical style: a pure sounding board to hit or make vibrate, so that the space itself turns out to be an instrument with singular and verifiable properties.

The most elementary declination of this investigation is expressed in “Tapper” (2004): using the handle of his bow, a single performer taps at regular intervals on the wooden surface of the violin, while moving slowly through every part of the room. Placed in the center or walking close to the walls, facing them or to the ceiling, an immutable gesture takes on different shades by means of its resonance, an acoustic shadow that crosses and “maps” the surfaces of the Drawing Center in New York. In some ways similar to dowsing, in the practice of echolocation each find has the same documentary value, and no projection in space can be left out before the reconnaissance can be considered complete. 

A definitely more stratified phenomenological spectrum surfaces in “Love Song” (2016), a pre-musical pas de deux that sees two performers joined at a distance through a wire connected between the bridges of their violins. By performing a single E note on the empty string, without the control of the fingers on the vibration, a stridor is generated whose psychoacoustic qualities are revealed depending on the pressure exerted with the bow. Adding up to this are the resonances of the physical space, explored by the duo with a slow circular motion, but also the variable tension of the conductor binding the two instruments, an acoustic source in itself subordinated to the primary gesture of the violinists. “Love Song” thus combines the hypnosis of a raw and acute tonality with the tracing of an orbit that multiplies its sound effects, only partially perceptible from the detached perspective of the recording. 

Fifteen years after “Tapper”, the piece for one or more violins “Halo” (2019) symbolically closes the circle by implementing the same survey with a sustained tone: in this circumstance the area of investigation is Lucier’s own home, far less subject to acoustic reflections than an exhibition space with larger pavilions and devoid of furniture. Over the course of 34 minutes the itinerant performer focuses first on a note of A, then on G, and finally on both at the same time: a subtle harmony, the latter, which radiates the domestic walls with a primordial hint of musicality, the original root from which all the other histories ideally branched out. 

The three long études performed by the String Noise duo – Conrad Harris and Pauline Kim Harris, for which they were also conceived – further integrate the series of publications by Black Truffle dedicated to the recent works of Alvin Lucier, by far the most important and devoted recognition since the days of Robert Ashley’s Lovely Music, Ltd. A dutiful tribute to a pioneer who, almost on the threshold of ninety, does not cease to question the profound essence of every sonic event.

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