Rune Grammofon: I Like to Sleep || Master Oogway

I Like to Sleep – Daymare (2020)

Master Oogway – Earth and Other Worlds (2020)


I Like to Sleep – Daymare

★★★☆☆
Rune Grammofon, 2020
avant-jazz/rock

Appassionati delle formazioni inusuali, fatevi avanti. Nello spirito della scoperta e di una linea editoriale altamente selezionata, Rune Grammofon porta alla ribalta un nuovo combo avant-jazz/rock straripante di entusiasmo giovanile. Tre strumentisti norvegesi di 22 anni, I Like to Sleep esordivano tre anni fa con Bedmonster (All Good Clean Records, 2017), in seguito al quale hanno vinto il premio Jazzintro 2018 del Norsk Jazzforum come ‘migliori musicisti jazz dell’anno’.

Non a caso provenienti da Trondheim – tra le fucine creative più fervide della Scandinavia – Amund Storløkken Åse, Nicolas Leirtrø e Øyvind Leite sono rispettivamente vibrafono, chitarra baritona e batteria di questa singolare formula che, pur nel continuo rimando tematico a un’inquieta dimensione letargica (Daymare), mantiene l’ascoltatore sull’attenti con un dinamismo costante e in continuo mutamento.

Un approccio ritmico tendenzialmente gravoso, di marca quasi stoner, rimanda agli illustri compagni d’etichetta della Fire! Orchestra, benché la formazione a tre permetta un’agilità impareggiabile tra le varie preminenze dell’interplay. Il contrasto tra le ruvide squadrature della sezione ritmica e le melliflue progressioni del vibrafono potrebbero facilmente essere un parto della mente di John Zorn – un ideale compendio di Moonchild e The Dreamers.

L’ingresso atmosferico in punta di piedi, dove i tasti del vibrafono vengono sfiorati con l’archetto, indugia lungamente su un build-up che poi deflagra nel primo riff assassino, sul quale Storløkken Åse sfoga progressioni che si accumulano in risonanza come coltri fumogene. L’intera tracklist finirà per dividersi tra momenti in cui viene assecondata la sospensione onirica, con gesti lenti ma decisi (“Playing With Fire”), e altri di “libera tutti” dove il riflusso dell’energia sin lì pazientemente trattenuta alfine erompe in un’estasi galvanizzante, parziale o collettiva che sia (“Circles”, “Braintrain”).

L’equilibrio tra le parti viene ridefinito a ogni buona occasione, rimescolando volentieri fra intricati tempi dispari (“Daymare”) e sviando in territori impervi al confine col tech-metal – in tal senso vi troverete a fare headbanging più spesso di quanto immaginiate. E benché una volta innescato il meccanismo non riservi più di tante sorprese, la concitazione del trio è tale da tenere sulle spine fino al quarantesimo minuto, dopo il quale resta soltanto un incoraggiante margine di evoluzione per una formazione già alquanto promettente.

Listen on Spotify


Fans of unusual formations, come forward. In the spirit of discovery and a highly selected editorial line, Rune Grammofon brings to the fore a new avant-jazz/rock combo overflowing with youthful enthusiasm. Formed by three 22-year-old Norwegian instrumentalists, I Like to Sleep made their debut three years ago with Bedmonster (All Good Clean Records, 2017), following which they won Norsk Jazzforum’s award ‘Jazzintro’ as ‘Young Jazz Musicians of the Year’ 2018.
Unsurprisingly hailing from Trondheim – among the most fervent creative hubs in Scandinavia – Amund Storløkken Åse, Nicolas Leirtrø and Øyvind Leite are respectively vibraphone, baritone guitar and drums of this singular formula which, despite the continuous thematic reference to a restless lethargic dimension (Daymare), keeps listeners attentive with a constant and ever-changing dynamism.
A tendentially heavy rhythmic approach, bordering on stoner, refers to the illustrious label mates of the Fire! Orchestra, although the trio line-up allows for unparalleled agility through the varying prominences of the interplay. The contrast between the rough squarings of the rhythm section and the mellifluous progressions of the vibraphone could easily be one of John Zorn’s brainchildren – an ideal compendium of Moonchild and The Dreamers.
The atmospheric entrance on tiptoe, with bowed vibraphone keys, lingers for a while on a build-up which then deflagrates in the first killer riff, on which Storløkken Åse vents progressions that accumulate in resonance like curtains of smoke. The entire tracklist will end up being divided between moments indulging into an oneiric suspension, with slow but decisive gestures (“Playing With Fire”), and “oxen free” ones where the reflux of the energy patiently held back at last erupts in a galvanizing ecstasy, be it partial or collective (“Circles”, “Braintrain”).
The balance between the parties is redefined at every good chance, willingly scrambling through intricate time signatures (“Daymare”) and diverting to impervious territories at the edge of tech-metal – in this sense you’ll probably find yourself headbanging more often than you imagine. Although once triggered the mechanism doesn’t reserve so many surprises, the excitement of the trio is such as to keep you on your toes until the fortieth minute, after which there remains only an encouraging margin of evolution for an already quite promising band.


Master Oogway – Earth and Other Worlds

★★★★☆
Rune Grammofon, 2020
avant-jazz, fusion

Un altro rampante quartetto norvegese trova spazio nel catalogo Rune Grammofon dopo aver debuttato nel 2018 con Clean Feed – prolifico marchio portoghese che negli ultimi anni ha regalato autentici gioielli di avanguardia jazz e libera improvvisazione.
D’età compresa tra 23 e 26 anni, i portentosi Master OogwayHåvard Nordberg Funderud (chitarra), Karl Erik E. Horndalsveen (basso), Lauritz Lyster Skeidsvoll (sassofono) e Martin Mellem (batteria) – sfoggiano un’alchimia invidiabile e la disinvoltura stilistica tipica delle nuove generazioni nell’unire sensibilità culturalmente e temporalmente distanti tra loro.

Con Earth and Other Worlds l’epopea jazz-fusion della Mahavishnu Orchestra incontra il ribollente underground newyorchese degli Electric Masada in un amalgama che, guidato dai vertiginosi arabeschi di chitarra e sax, alterna passaggi dall’alto tasso tecnico a parentesi di lirica malinconia (“Other Earths”) o a passo rallentato (“Other Worlds”). Temi portanti robusti come inni nazionali fungono da trampolino per slanci di sovraeccitata ibridazione degni dell’indimenticata sottocultura ‘Rock In Opposition’ (“Garmonbozia”).
Gli assoli da pelle d’oca del sax tengono miracolosamente unita la spiritualità di Coltrane e l’asciutto atonalismo di Brötzmann, mentre la sezione ritmica si diletta in shift temporali e acrobatici fill di batteria, sino all’ultima epica cavalcata “Er Vi Framme Snart?”, sunto e culmine di un’intesa esecutiva prodigiosa, tanto precoce quanto già pienamente compiuta.

Album solido e coinvolgente dall’inizio alla fine, Earth and Other Worlds non pecca di sterile sensazionalismo in quanto la misura della preparazione tecnica non straborda mai rispetto a un’espressività che rimane strenuamente collettiva anziché di tanti singoli. Master Oogway è il tipico gruppo che, se riuscirà a farsi strada al di fuori dei confini nazionali, non dovremo perderci per nessuna ragione.

Listen on Spotify

Another rampant Norwegian quartet finds its way in the Rune Grammofon catalog after debuting in 2018 with Clean Feed – a prolific Portuguese brand that in recent years has offered a few authentic jewels of avant-garde jazz and free improvisation.
Aged between 23 and 26, the portentous Master OogwayHåvard Nordberg Funderud (guitar), Karl Erik E. Horndalsveen (bass), Lauritz Lyster Skeidsvoll (saxophone) and Martin Mellem (drums) – exhibit an enviable alchemy and the stylistic ease typical of the new generations in combining culturally and temporally distant sensibilities. 
With Earth and Other Worlds the jazz-fusion epic of Mahavishnu Orchestra meets the seething New York underground of Electric Masada in an amalgam which, guided by the dizzying arabesques of guitar and sax, alternates highly technical passages and parentheses of lyrical melancholy (“Other Earths”) or at a slower pace (“Other Worlds”). Main themes robust as national anthems act as a springboard for outbursts of overexcited hybridization, worthy of the unforgotten ‘Rock In Opposition’ subculture (“Garmonbozia”).
The goosebump-inducing sax solos miraculously unite Coltrane’s spirituality and Brötzmann‘s dry atonalism, while the rhythmic section delights in temporal shifts and acrobatic drum fills, up to the last epic ride “Er Vi Framme Snart?”, the summary and culmination of a prodigious executive chemistry, precocious while already fully accomplished.
A solid and engaging album from start to finish, Earth and Other Worlds isn’t guilty of sterile sensationalism as the level of technical skill never overshadows an expressiveness that remains strenuously collective instead of a sum of individuals. Master Oogway is the typical band that, once discovered beyond national borders, we shouldn’t miss under any circumstance.

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