Weekly Recs | 2020/17

die ANGEL – Utopien I (Karlrecords, 2020)

John Aylward – Angelus [Ecce Ensemble] (New Focus, 2020)

Sarah Feldman – Grids EP (2020)



die ANGEL – Utopien I

Karlrecords, 2020 | dark ambient/drone, electronic


La rilevanza e il prestigio della tedesca Karlrecords si accrescono ulteriormente con la pubblicazione del decimo titolo firmato die ANGEL, progetto collaborativo di lungo corso tra Ilpo Väisänen e Dirk ‘Schneider TM’ Dresselhaus. Dopo i quattro album più noti a marchio Editions Mego – ancora col moniker ridotto Angel – la nuova incarnazione del duo si è avvalsa della partecipazione di Oren Ambarchi per Entropien I (Cosmo Rhythmatic, 2017): ora il chitarrista e sperimentatore elettronico australiano è di nuovo partecipe di un “primo capitolo”, Utopien I, il cui titolo si allinea alle attuali tendenze espressive volte a immaginare nuovi scenari futuri, in alternativa alle sconfortanti temperie socio-politiche che attraversiamo.

E forse non si ascoltava un lato così “descrittivo” del progetto, quasi da colonna sonora, dai tempi di Kalmukia (2008) con la violoncellista Hildur Guðnadóttir, nuova star della musica per il cinema. Da subito i synth di Väisänen disegnano un fondale degno della più inquietante sci-fi (“Epikouros”), un doppio livello sonoro che oscilla tra due tonalità adiacenti nell’intessere un bordone denso e soverchiante.
Il rimestare dell’effettistica di Ambarchi si rende più manifesto nell’ingresso di “Cargo Cult”, sorretta da una greve pulsazione sulla quale si inscrivono a sprazzi le scie distorte delle chitarre, sino all’apice di un climax che sfiora la saturazione noise.
Ulteriormente ansiogena la struttura parcellizzata di “Coup d’État”, caotico acciottolìo di detriti elettronici di vario spessore nell’anticamera dell’ultima claustrofobica visione: al netto dell’ampia profondità prospettica, nel finale esteso “Khormanoupka” rivivono le atmosfere sulfuree dei tardi Pan Sonic, dialogo vivido e istintivo fra strati sonori forgiati nella più cinerea materia grezza.

Per diversi anni soggetto a continue e radicali metamorfosi, oggi die ANGEL sembra deciso a lasciare da parte un certo approccio esplorativo per assumere un’identità dai contorni più netti, benché del tutto estranea a procedimenti standard. Accogliere vecchi e nuovi collaboratori, perpetuando di fatto la natura collettiva del progetto, potrebbe essere la chiave per far sì che la formula si mantenga in continua evoluzione.


The relevance and prestige of the German label Karlrecords is further enhanced with the publication of the tenth title signed die ANGEL, long-standing collaborative project between Ilpo Väisänen and Dirk ‘Schneider TM’ Dresselhaus. After the four best known albums under the Editions Mego imprint – still with the reduced moniker Angel – the duo’s new incarnation availed itself of Oren Ambarchi for Entropien I (Cosmo Rhythmatic, 2017): today the Australian guitarist and electronic experimenter once again takes part in a “first chapter”, Utopien I, whose title aligns with the current expressive tendencies aimed at imagining new future scenarios, as an alternative to the disheartening socio-political situation we’re currently facing.
We probably haven’t heard such a “descriptive” side of the project, almost soundtrack-like, since the days of Kalmukia (2008) with cellist Hildur Guðnadóttir, now a star of film music. Väisänen’s synths immediately design a backdrop worthy of the most disturbing sci-fi (“Epikouros”), a double sound level oscillating between two adjacent tones in weaving a dense and overwhelming drone.
Ambarchi’s stirring with his own effects becomes more manifest at the start of “Cargo Cult”, supported by a heavy pulse on which the distorted trails of the guitars are inscribed in flashes, up to the peak of a climax that comes close to a noise saturation.
Inducing further anxiety, the fragmented structure of “Coup d’État” – a chaotic cobblestone of electronic debris of varying thickness – is the anteroom of the last claustrophobic vision: net of the wide perspective depth, in the extended finale “Khormanoupka” re-live the sulphurous atmospheres of late Pan Sonic, a vivid and instinctive dialogue between sound layers forged in the most cineral raw material. 
Having been subject to continuous and radical metamorphoses for several years, today die ANGEL seems determined to leave aside a certain exploratory approach to take on an identity with clearer contours, although completely alien to standard procedures. Welcoming old and new collaborators, and thus perpetuating the collective nature of the project, could be the key to ensuring that the formula maintains itself in constant evolution.


John Aylward – Angelus

Ecce Ensemble
New Focus, 2020 | contemporary classical


L’enigmatica opera “Angelus Novus” di Paul Klee non cessa di ispirare riflessioni e ulteriori interpretazioni artistiche – tra le più recenti un brano degli Ulver nel loro tragico excursus storico The Assassination of Julius Caesar. Il compositore statunitense John Aylward ricollega la figura allegorica immaginata dal pittore tedesco all’esperienza di sua madre come rifugiata della Seconda Guerra Mondiale, che assieme a testi di filosofi e scrittori del Novecento costituiscono l’ampio e suggestivo corpus teorico alla base del monodramma “Angelus”, definito dall’autore come un “trattato sull’esperienza umana”. 

Inevitabilmente il pensiero torna ai più celebri kammerspiel di Schoenberg, “Erwartung” e “Pierrot Lunaire”: ma la rigorosa tensione formale del maestro austriaco, all’epoca l’avamposto primario di una profonda rivoluzione estetica, si dipana qui in una disinvoltura tipicamente contemporanea tra stili e figure melodiche quantomai variegate. 
Un ruolo fondamentale, ovviamente, spetta ai formidabili interpreti dell’Ecce Ensemble, del quale Aylward è anche co-direttore artistico. Su tutti spicca di gran lunga la talentuosa Nina Guo: dotata di un incredibile eclettismo, la cantante scioglie lo sprechgesang in infinite sfumature di teatralità, passando in un istante da un freddo e impassibile recitato al più vertiginoso gorgheggio lirico, sino alla coloritura onomatopeica in stretto dialogo con le tecniche estese di fiati e archi – oltre alla Seconda Scuola Viennese, infatti, gli echi di Salvatore Sciarrino sono fra i più ricorrenti. 

Ogni movimento è informato da estratti di autori differenti: tra questi Nietzsche, Schopenhauer, D.H. Lawrence, Jung, Mann e ovviamente Walter Benjamin, in vita proprietario dell’opera di Klee e autore del saggio dallo stesso titolo. Pur seguendo a grandi linee il mood dei testi riportati, il commento strumentale non si richiude mai in una mera imitazione: è anzi esso stesso a plasmare il tono dei versi in maniera imprevedibile, distorcendo la prospettiva anche con momentanee, guizzanti emersioni di singole voci sull’insieme.

Impossibile risolvere la densità tematica ed espressiva di “Angelus” in un solo ascolto: in poco più di quaranta minuti John Aylward riesce a condensare con assoluta originalità le innovazioni linguistiche evolutesi nel corso di oltre cent’anni di avanguardie, senza con questo ricorrere a sterili colpi di scena o esagerazioni atte soltanto a épater le bourgeois. Con la complicità di un ensemble preciso e affiatato, il giovane compositore trova qui un rarissimo equilibrio fra il decadentismo fin de siècle degli ultimi Romantici e l’irrefrenabile esuberanza della contemporaneità.


Ecce Ensemble: Nina Guo, voice; Emi Ferguson, flutes; Hassan Anderson, oboe; Barret Ham, clarinets; Pala Garcia, violin; John Popham, cello; Sam Budish, percussion; Jean-Philippe Wurtz, conductor


Paul Klee’s enigmatic work “Angelus Novus” never ceases to inspire reflections and further artistic interpretations – among the most recent ones is a track by Ulver contained in their tragic historical excursus The Assassination of Julius Caesar. The American composer John Aylward reconnects the allegorical figure imagined by the German painter to his own mother’s experience as a Second World War refugee, which together with texts by philosophers and writers of the twentieth century constitute the ample and suggestive theoretical corpus at the base of the monodrama “Angelus”, defined by its author as a “treatise on the human experience”.
Inevitably, thoughts return to Schoenberg’s most famous kammerspielen, “Erwartung” and “Pierrot Lunaire”: but the rigorous formal tension of the Austrian master, at the time the primary outpost of a profound aesthetic revolution, unfolds here in a typically contemporary ease between extremely varied styles and melodic figures.
A fundamental role is obviously attributed to the formidable interpreters of the Ecce Ensemble, of which Aylward is also the artistic co-director. The talented Nina Guo stands out above all: endowed with an incredible eclecticism, the singer melts the sprechgesang in infinite shades of theatricality, moving in a matter of instants from a cold and impassive recitation to the most dizzying lyrical warbling, up to the onomatopoeic coloring in close dialogue with the extended techniques of the winds and strings – apart from the Second Viennese School, in fact, the echoes of Salvatore Sciarrino are some of the most recurrent. 
Each movement is informed by extracts from different authors: among them Nietzsche, Schopenhauer, D.H. Lawrence, Jung, Mann and obviously Walter Benjamin, in his lifetime the owner of Klee’s work as well as the author of the essay of the same title. While following in broad lines the mood of the presented texts, the instrumental comment never closes itself into a mere imitation: indeed it shapes itself the tone of the verses in an unpredictable way, distorting the perspective also with momentary, flickering emersions of single voices on the whole.
It’s impossible to deplete the thematic and expressive density of “Angelus” in a single listening: in just over forty minutes John Aylward manages to condense with absolute originality the linguistic innovations that have evolved over more than a hundred years of avant-gardes, while never resorting to sterile twists and turns nor to exaggerations suitable only for épater le bourgeois. With the complicity of a precise and close-knit ensemble, the young composer finds here a very rare balance between the fin de siècle decadentism of the last Romantics and the irrepressible exuberance of the contemporary.


Sarah Feldman – Grids EP

self-released, 2020 | ambient/electronic, minimalism


All’inizio, forse complice una parziale distrazione, non mi sono reso conto di quale fosse l’aspetto misteriosamente accattivante di queste brevi tracce di Sarah Feldman, giovane compositrice sperimentale del Québec. Ho poi scoperto che è soltanto una questione di distanza, in ogni senso: ascoltato da una stanza all’altra, o senza farci troppo caso, la musica di Grids suona semplicemente come una conciliante ambient minimalista, realizzata con pochi mezzi e senza particolare ambizione. Occorre invece avvicinarsi per accorgersi di come i pattern ritmici e tonali siano tutti rigorosamente fuor di sesto, “dislocati” in una polifonia vivace e tutt’altro che elementare. 

Mettendo a frutto la sua esperienza come batterista, e gli studi in ambito elettroacustico e compositivo, Feldman confeziona quattro brani di appena tre minuti come piccoli giochi a incastro apparentemente irrisolvibili: gli shift percussivi alla Steve Reich e il carezzevole puntillismo dei sintetizzatori concorrono a un piacevole disorientamento sensoriale, come se stessimo passeggiando lungo un nastro di Moebius e, intorno a noi, un paesaggio stilizzato si riconfigurasse seguendo formule di geometria piana (“S/A”, “E/A”) o un processo evolutivo più liquido e ineffabile (“I/R”, “I/C”).

E tuttavia, anche in assenza di un centro di gravità, nessun tratto sonoro sembra occupare il posto sbagliato: un curioso fenomeno percettivo che apre la strada a nuovi potenziali ambiti di ricerca, teoremi musicali che forse persino la lunga tradizione minimal non ha del tutto esaurito. È facilmente questo il sentiero che l’autrice di Montréal potrà intraprendere cimentandosi in un primo full-lenght che ci auguriamo non si faccia attendere troppo.


At first, perhaps due to a partial distraction, I didn’t realize what was the mysteriously captivating aspect of these short tracks by Sarah Feldman, a young experimental composer from Québec. Later I discovered that it’s only a matter of distance, in every sense: listened from one room to the other, or without paying too much attention to it, the music of Grids music simply sounds like a conciliatory minimal-ambient, created with few means and without particular ambition. Instead, closing in is necessary to realize how the rhythmic and tonal patterns are all rigorously out of balance, “dislocated” in a vibrant and anything but elementary polyphony.
Putting to use her experience as a drummer, as well as her studies in the fields of electroacoustic music and composition, Feldman crafts four pieces of just three minutes like little, seemingly unsolvable interlocking toys: the percussive shifts à la Steve Reich and the caressing pointillism of the synthesizers contribute to a pleasant sensory disorientation, as if we were walking along a Moebius strip while all around us a stylized landscape reconfigured itself following formulas of flat geometry (“S/A”, “E/A”) or a more liquid and ineffable evolutionary process (“I/R”, “I/C”).
And yet, even in the absence of a center of gravity, no sound trait seems to occupy the wrong place: a curious perceptual phenomenon paving the way to new potential areas of research, musical theorems that perhaps even the long-standing legacy of minimalism hasn’t fully exhausted. This will easily be the path followed by the author based in Montréal when venturing into a first full-length that hopefully will soon come to life.

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