Bryce Hackford – Cloud Holding

Futura Resistenza, 2022
experimental electronic, sound art

(ENGLISH TEXT BELOW)

È diventato fin troppo facile – oseremmo dire scontato – produrre musica completamente “artificiale”, ricorrendo esclusivamente a software non soltanto autosufficienti, ma in grado di replicare, come in uno speculare mondo sommerso, l’intera gamma della strumentazione acustica. Assai meno banale, soprattutto dopo decenni in cui ci siamo vieppiù abituati ai linguaggi della musica elettronica, è riuscire a trasmettere efficacemente la sensazione dell’artificialità, l’irriducibile, straniante divario tra vivente e inanimato.
Nel caso del quinto LP del polistrumentista newyorkese Bryce Hackford, la chiave di tale forma espressiva si rivela nell’attuazione di un procedimento inverso, manipolando fonti tratte da una performance collettiva quel tanto che basta a farle sembrare aliene o, in certi casi, del tutto irreali.

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Vilhelm Bromander – aurora

Warm Winters Ltd, 2022
minimalism, chamber music

(ENGLISH TEXT BELOW)

In un panorama di trasversale riavvicinamento a forme e ispirazioni di matrice arcaica – quando non primitiva –, certi musicisti attingono all’idea di un’armonia aurea dimenticata, pienamente risolta nel suo limpido equilibrio tonale; altri, analogamente, tendono a sfrondare le loro partiture da qualsiasi riferimento individualistico, ricercando anche nell’interpretazione una sorta di “oggettività” esente da forzature artificiose.
Il contrabbassista e compositore svedese Vilhelm Bromander sembra contemplare una terza via, un parziale compromesso che tuttavia non rinunci al carattere di imperfetta umanità che accompagna sin dalle origini la creazione musicale, venuta alla luce per tentativi di graduale e sempre crescente raffinatezza.

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Pan Daijing – Tissues

PAN, 2022
choral, drone, experimental electronic

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Disse John Cage che «i dischi rovinano il paesaggio», vale a dire tradiscono o addirittura snaturano l’essenza dell’accadimento sonoro così come esso si dà nell’immediato (non-mediato). Un punto di vista radicale e per certi versi inconfutabile, ma che in rapporto all’ascolto privato, differito nel tempo, può essere facilmente capovolto: così anche il “paesaggio”, l’insieme dei fondamenti concettuali, tecnici e performativi, molto spesso distoglie l’attenzione da ciò che si sperimenta a un livello puramente uditivo, persino una volta che l’opera musicale sia stata fissata definitivamente su un supporto fisico o digitale.

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Éliane Radigue – Occam Ocean 4

Shiiin, 2022
drone, microtonal

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Nessuno dei capitoli pubblicati nella serie ‘Occam Ocean’ può davvero rivelarsi ridondante, né tantomeno superfluo: ogni nuova uscita approfondisce e arricchisce di nuovi aspetti fenomenici la ricerca condotta da Éliane Radigue nel dominio strumentale, avventura iniziata all’alba del nuovo millennio con il definitivo abbandono del sintetizzatore ARP 2500, sino ad allora il suo mezzo d’espressione esclusivo.
Il metodo è ormai collaudato ma non immutabile, poiché è il mutamento la sua stessa ragion d’essere e di proliferare: ogni nuovo adepto accolto nella casa della decana francese diviene la partitura vivente di un’immagine legata all’acqua – da lui o lei soltanto tramandabili a futuri interpreti –, un catalizzatore di energie elementali riversate nella voce singolare del proprio strumento.

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Christina Giannone – Zone 7

Room40, 2022
dark ambient, drone

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Cosa hanno in comune la preghiera, lo yoga e l’ascolto puro? Sono tre modi possibili – diversi ma equivalenti – di essere pienamente dentro e al di fuori di sé al contempo, tentativi di avvicinamento a una più profonda percezione di ciò che siamo e di ciò che ci circonda, persino al di là della comune concezione del bene e del male. Come musicofili sappiamo e vogliamo ascoltare tanto, forse tutto, ma ben di rado affiora la cosciente volontà di ascoltarsi.

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