Kali Malone – Does Spring Hide Its Joy

featuring Stephen O’Malley & Lucy Railton

Ideologic Organ, 2023
drone


(ENGLISH TEXT BELOW)

Tra le file della sperimentazione contemporanea, il necessario e pressoché unanime ritorno alla musica “suonata” è andato di pari passo con l’affermazione di espressività che non fanno più capo a un’autorialità ristretta – la dicotomia compositore/interprete d’ascendenza classica –, ma sembrano piuttosto rientrare nel quadro di una grande opera collettiva, un unisono di forme e intenti nella cui pluralità di voci nessun tratto individuale risulta mai preponderante, ogni elemento concorre alla definizione di un suono che, almeno in apparenza, arrivi ad assumere una vita propria.


Does Spring Hide Its Joy è la pura e incompromissoria essenza di quel cantus firmus, un traguardo artistico che vale a Kali Malone la piena cittadinanza nel pantheon della nuova drone music. Un ulteriore primato anche per la Svezia, lo stesso fertile humus che negli ultimi anni ha visto sorgere prominenti figure femminili come le dirette comprimarie Anna von Hausswolff ed Ellen Arkbro, ma anche Klara Lewis e Maria w Horn, ciascuna portatrice di visioni artistiche solide e di pratiche performative sempre più improntate all’ascolto profondo.

Ma l’esito di questa totalizzante liturgia non può prescindere, per l’appunto, dal contributo di due autorità quali Stephen O’Malley e Lucy Railton, nonché dai precedenti progetti che ne hanno forgiato gli approcci strumentali, qui confluiti in una solenne summa per sintesi elettronica, chitarra elettrica e violoncello. È in particolar modo Cylene, il duo del sacerdote doom statunitense con François Bonnet – oltre ai suoi servigi per il compianto maestro Alvin Lucier –, a informare non tanto il processo quanto l’estremo controllo esercitato sul corpo vibrante del suono: è un tipo di esecuzione che non concede esitazioni o battute d’arresto, tale è la concentrazione necessaria alla metamorfosi in itinere del flusso cromatico, proiezione ulteriore e fantasmatica di un nucleo tonale mai identico a se stesso.

In casi come questo si tende spesso a considerare molto di più gli aspetti estetici, ovvero la forma prescelta del progetto, sottovalutando a un livello implicito le esigenze tecniche che essa comporta. Occorre perciò, una volta di più, sfatare il mito di una musica “semplice”, dalla superficie lineare e di carattere meramente contemplativo: non vi è infatti un solo passaggio in cui il trittico di Malone – e tantopiù la sua versione integrale di tre ore complessive – manchi di configurarsi come un tour de force di ferrea disciplina, così al culmine delle sue dense saturazioni come nei tremuli ‘pianissimo’ che segnano la fuoriuscita dal e il ritorno al silenzio, istanti cruciali nei quali è forse in gioco tutto il senso, la sobria pregnanza dell’opera.

Tre elementi come tre stati materici, dall’impalpabile all’eminentemente tattile, impegnati in un esercizio di commutazione e di mimesi reciproca: una prospettiva cangiante entro la quale i movimenti dell’archetto sulle corde anelano alla trasparenza delle onde sinusoidali, salvo poi rimarcare la propria fragile radice umana, mentre i feedback e gli ipertoni della chitarra, sostenuti e modulati tramite e-bow, ne influenzano la profondità e il soverchiante effetto tridimensionale. Luci e ombre si compenetrano nella riflessività di ogni gesto, trasfigurano lo spazio acustico in maniera tale che il nostro eventuale spostamento fisico ne accentui determinati dettagli o ne dischiuda altri ancora, reali o illusori che siano.

Con Does Spring Hide Its Joy, ascoltare è vedere, e vedere con assoluta chiarezza. La predisposizione a un completo abbandono sensoriale rende le sue trame foriere di rivelazioni subitanee, momenti di pienezza che conferiscono al triplice canto quella “profana sacralità” di cui il nuovo corso della drone music continua a risplendere e prosperare.


In the ranks of contemporary experimentation, the necessary and almost unanimous return to ‘played’ music has gone hand in hand with the affirmation of expressions that no longer refer to a restricted authorship – the composer/performer dichotomy of classical ascendancy – but rather seem to fall within the framework of a great collective oeuvre, a unison of forms and intentions in whose plurality of voices no individual trait is ever predominant, each element contributing to the definition of a sound that, at least in appearance, comes to take on a life of its own.

Does Spring Hide Its Joy is the pure and uncompromising essence of that cantus firmus, an artistic achievement that earns Kali Malone full citizenship in the pantheon of new drone music. A further pride for Sweden, the same fertile humus that in recent years has seen the emergence of prominent female figures such as her direct peers Anna von Hausswolff and Ellen Arkbro, but also Klara Lewis and Maria w Horn, each of them bearers of solid artistic visions and performative practices increasingly focused on deep listening.

But the outcome of this all-absorbing liturgy cannot prescind from the contribution of two authorities such as Stephen O’Malley and Lucy Railton, as well as the previous projects that forged their instrumental approaches, here brought together in a solemn summa for electronic synthesis, electric guitar and cello. It is particularly Cylene, the American doom priest’s duo with François Bonnet – in addition to his services for the late master Alvin Lucier – that informs not so much the process as the extreme control exerted over the vibrating body of sound: it is a type of execution that does not allow for hesitations or setbacks, such is the concentration necessary for the on-going metamorphosis of the chromatic flow, the ulterior and phantasmic projection of a tonal nucleus that is never identical to itself.

In cases such as this there is often a tendency to consider much more the aesthetic aspects, i.e. the chosen form of the project, underestimating at an implicit level the technical requirements it involves. It is therefore necessary, once again, to dispel the myth of “simple” music, with its linear surface and merely contemplative character: there is, in fact, not a single passage in which Malone’s triptych – and all the more so in its full three-hour version – fails to configure itself as a tour de force of iron discipline, as much at the apex of its dense saturations as in the tremulous pianissimo’s that mark the exit from and the return to silence, crucial instants in which the work’s entire meaning, its sober poignancy, is perhaps at stake.


Three elements like three states of matter, from the impalpable to the eminently tactile, engaged in an exercise of commutation and mutual mimesis: a shifting perspective where the drawing of the bow over the strings yearn for the transparency of the sine waves, ultimately emphasizing their own fragile human root, while the feedback and overtones of the guitar, sustained and modulated by e-bow, influence its depth and overwhelming three-dimensional effect. Light and shadow permeate one another in the reflexivity of each gesture, transfiguring the acoustic space in such a way that our eventual physical displacement accentuates certain details or unveils yet others, whether real or illusory.

With Does Spring Hide Its Joy, to listen is to see, and to see with absolute clarity. The predisposition to complete sensory abandon makes its textures harbingers of sudden revelations, moments of plenitude that confers to the threefold chant that “profane sacredness” from which the new course of drone music continues to radiate and flourish.

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