Muhal Richard Abrams – Celestial Birds

Karlrecords, 2020 | compilation
20th century electronic, avantgarde


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Nell’epoca di maggior recessione dell’industria discografica tradizionale, mantenere in vita un’etichetta è già di per sé un atto di virtuosismo: ma prodigarsi nella riedizione di opere rare destinate a una nicchia ristretta è indice di passione e di nobiltà intellettuale fuori dal comune, sprezzanti del concreto rischio economico che si paventa a ogni passo. Con questo modus operandi la Karlrecords di Thomas Herbst si è guadagnata un prestigio assoluto nel circuito indipendente, in particolare con la serie ‘Perihel’ a cura di Reinhold Friedl, fondatore e direttore artistico dell’ensemble zeitkratzer. 
Se le recenti ristampe definitive dei capolavori elettronici di Iannis Xenakis – “La Légende d’Eer” e “Persepolis” – potevano ancora raggiungere un pubblico relativamente più trasversale, la presente compilation dedicata al pioniere afroamericano Muhal Richard Abrams (1930 – 2017) equivale a una scommessa tanto onerosa quanto necessaria a riequilibrare la storia ufficiale dell’avanguardia musicale statunitense.

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Weekly Recs | 2020/8

Nyx Nótt – Aux pieds de la nuit (2020)

Ancient Infinity Orchestra – Solar Seasons (2020)

Jim Denley / Christian Marien; Pierre-Yves Martel / Matthias Müller – Dis-Drill (2020)

Manfred Werder / Taku Sugimoto (2020)

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The Necks – Three

Fish of Milk / RēR / Northern Spy, 2020
avant-jazz


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Tre (Three) come equilibrio che non ammette alcuna eccezione, da più di trent’anni. Tre brani per spingersi tre passi avanti, trascorsa oramai l’epoca delle serafiche trance da camera, sospinti da quel minimalismo formale ed emozionale che li ha resi una delle più eccentriche formazioni del nuovo jazz d’avanguardia.
Più il tempo passa, infatti, e più i Necks si riscoprono inclini alla sperimentazione: idealmente da Vertigo (2015) in poi gli schemi d’interazione si sono scompaginati, il metronomo è andato fuor di sesto, si sono fatti strada nuovi gradi di concitazione nel dialogo tra le parti. Il risultato è che oggi qualunque metamorfosi potrebbe attenderci al varco e nondimeno sapremo riconoscere sempre, infallibilmente, l’impronta di Abrahams / Buck / Swanton.

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Anastassis Philippakopoulos – Piano Works [Melaine Dalibert]

Elsewhere, 2020
contemporary classical, minimalism


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“Prima di suonare due note, impara a suonare una nota… E non suonare una nota a meno che tu abbia una ragione per suonarla.” Se questa inestimabile massima offerta da Mark Hollis valesse per ogni musicista, a maggior ragione ciò dovrebbe essere vero per chi pratica la riduzione come unica estetica possibile, in direzione contraria all’ipertrofia esperienziale del mondo.
Nell’ambito del minimalismo più radicale ogni cellula sonora ha un peso specifico superiore alla media: ecco perché le brevi partiture di Anastassis Philippakopoulos emanano un’aura così semplice e potente, laddove la risonanza naturale – lo spazio bianco del pentagramma – ha un valore paritario rispetto alle note, delle quali raccoglie e assomma le ombre e le dissolve nell’aria.

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