Melaine Dalibert – Cheminant

Elsewhere, 2019
contemporary classical, minimalism

artwork by David Sylvian

Nel pieno del Secolo breve, mentre le avanguardie colte europee battevano gli impervi sentieri del serialismo, la scuola newyorkese andava ricercando con crescente libertà una dimensione trascendente del suono, del tempo e dello spazio che esso abita. Poteva trattarsi di un luogo fisico “trasfigurato”, come la Dream House di La Monte Young e Marian Zazeela, oppure, come nelle lunghe composizioni di Morton Feldman, di un non-luogo totalmente immaginario, un orizzonte mentale che si realizza soltanto attraverso una fragile e inconsueta tessitura di note e silenzi.

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Melaine Dalibert – Musique pour le lever du jour

Elsewhere, 2018
contemporary classical, minimalism

artwork by David Sylvian

Sono sempre più convinto che il minimalismo non sia definibile come uno stile o una facile etichetta: è anzitutto forma mentis e per diretta conseguenza modus operandi, atti a ridefinire il tempo dell’esistenza e dell’arte viste come entità indissolubili. È questo aspetto a rendere tanto ricca una musica essenziale come quella del pianista e compositore bretone Melaine Dalibert, che nell’arco di un anno ha infatti trovato dimora presso due etichette indipendenti d’altro profilo: l’inglese Another Timbre (Ressac, 2017) e ora la neonata Elsewhere a cura di Yuko Zama – produttrice e designer da sempre coinvolta nei progetti della statunitense Erstwhile, diretta dal compagno Jon Abbey. L’artwork di questo secondo numero di catalogo è a firma di David Sylvian, estimatore dell’avanguardia radicale da esse rappresentata, e cui ormai afferisce lui stesso nei suoi sporadici progetti musicali.

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Melaine Dalibert – Ressac

Another Timbre, 2017
contemporary classical, minimalism


La musica contemporanea mi ha trasmesso l’ossessione del tempo: quello perduto e ritrovato della nostalgia, quello che ci manca (o come direbbe Enrico Ghezzi, quello a cui manchiamo), quello che sentiamo la necessità di mettere a frutto, di rendere “compiuto”. Sono sempre più attratto da una musica – in molti non la chiamerebbero nemmeno tale – che faccia un utilizzo del tempo spropositato, fuori dal comune e forse addirittura fuor di ragione, perché vi riconosco l’utopica volontà di sostituirlo, duplicarlo, abbracciarne l’immateriale estensione.

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Michael Vincent Waller – Moments

Unseen Worlds, 2019
modern classical

Cover Photography: Phill Niblock © 2013

Due anni dopo l’esordio discografico per la Recital di Sean McCann, il giovane compositore statunitense Michael Vincent Waller raccoglie un altro corpus di brani per pianoforte o vibrafono – in gran parte datati al 2018 – per fare ingresso nel catalogo della onorata Unseen Worlds, editrice tra le altre cose di importanti reissue in ambito elettronico e sperimentale “vintage” (da Laurie Spiegel a Carl Stone, da Lubomyr Melnyk a “Blue” Gene Tyranny).
Moments non riserva sorprese in merito allo stile compositivo di Waller, che si conferma perfettamente bilanciato tra la pregnanza sonora della New York School sessantiana e la più recente sensibilità neoclassica.

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John Tilbury / Keith Rowe / Kjell Bjørgeengen – Sissel

Sofa, 2018
free improvisation

cover art by Kjell Bjørgeengen

Da quindici anni a questa parte sono stati ben pochi gli incontri in studio fra Keith Rowe e John Tilbury, veterani dell’avanguardistica esperienza AMM, collettivo inglese che dalla fine degli anni 60 ha dato forma e sostanza all’arte della libera improvvisazione musicale. Chitarra elettrica e pianoforte della formazione, la loro discreta e intransigente impronta sonora rimane tuttora inconfondibile ovunque essa si manifesti.

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