morosphinx – vilvoorde

wabi-sabi tapes, 2020
free impro

(ENGLISH TEXT BELOW)

Certi musicisti – e specialmente i leoni della vecchia guardia – approcciano una sessione improvvisata come se fino a quel momento si fossero imposti una sorta di mutismo volontario, per poi rigettare in un sol colpo tutta la loro veemenza e obliqua espressività di fronte al pubblico; un integralismo che sembra concepire la performance come una sorta di guerra lampo, perpetuamente e drammaticamente in medias res anche nei suoi momenti più lirici.
All’estremo opposto stanno coloro che, invece, parrebbero intenti a rifondare ogni volta un intero universo dal nulla, muovendo lentamente da un inquieto, “impossibile” silenzio per poi plasmare poco a poco le presenze sonore che popoleranno il loro Creato. Penso anche ai film di Alice Rohrwacher, che per scelta poetica (in parte forse inconscia) cominciano sempre nel buio della notte, come se ogni racconto fosse una nuova, primigenia venuta al mondo.

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Antoine Beuger – Jankélévitch Sextets

Apartment House

Another Timbre, 2020
contemporary classical, reductionism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Con la sincera umiltà che contraddistingue gli artisti illuminati ma coi piedi per terra, Antoine Beuger parla della sua principale serie di brani da camera senza alcun infingimento: benché titolate in onore a varie figure illustri dell’arte e del pensiero europeo tra Medioevo e Novecento, si tratta infatti di opere scevre non soltanto da qualsiasi concettualismo, ma finanche da una marcata stilizzazione formale che ne comprometta l’accessibilità. Sono semplici partiture concepite per formazioni che variano da due a venti strumentisti e che, originando dalla stessa elementare modalità espressiva, sono volte a sondare il graduale mutamento delle pratiche relazionali e degli esiti armonici all’aumentare degli interpreti coinvolti.

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Éric La Casa – Installations

Swarming, 2020
sound art, field recordings

(ENGLISH TEXT BELOW)

Il grado di separazione, il tassello mancante tra la materia grezza e l’opera d’arte è la progettualità, la ricontestualizzazione ragionata degli elementi prescelti secondo intuito o necessità. Classicamente si è trattato di pigmenti o di sostanze come l’argilla e il marmo, a partire dai quali produrre un’interpretazione più o meno fedele del reale, o finanche una sua reinvenzione ex novo. Una sfida meno immediata, e senz’altro più problematica, risiede nel relazionarsi in maniera creativa a forme che si presentano già, in qualche modo, come un simulacro della realtà, un “brano” dell’esperienza sensoriale catturato tramite un medium tecnologico.
Laddove lo scopo non è quello di documentare e archiviare determinate fenomenologie, infatti, si aprono le porte a tutt’altro terreno d’indagine: il campionamento sonoro diviene una forzosa sintesi e sinestesia a partire da cui mettere in discussione l’intero portato percettivo e trasformarlo, per quanto possibile, in espressione autonoma e personale.

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Magnus Granberg ‎– Come Down to Earth Where Sorrow Dwelleth

Revised version for sho, koto, prepared piano and electronics

Meenna, 2020
contemporary classical, eai

(ENGLISH TEXT BELOW)

Pochi mesi fa, all’uscita della prima registrazione di “Come Down to Earth Where Sorrow Dwelleth”, venne fatta una breve menzione del suo specifico adattamento in occasione del primo viaggio di Magnus Granberg in Giappone. Un legame già consolidato con i rodati sperimentatori Toshimaru Nakamura e Ko Ishikawa – membri dell’ensemble Skogen fondato dal compositore svedese – lo ha infatti condotto nel tempio dell’avanguardia radicale e della libera improvvisazione a Tokyo: le mura del locale underground Ftarri hanno così accolto il debutto di un inedito quartetto elettroacustico, impegnato in un’eccentrica rilettura della partitura precedentemente affidata all’ensemble da camera Ordinary Affects.

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Ø ‎– Kiteet

Sähkö, 2020
glitch, reductionism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Scavare negli archivi non dovrebbe mai essere una manovra di ripiego, quanto piuttosto l’opportunità di rintracciare storie perdute, incomplete o dimenticate attraverso un’appassionata ricostruzione filologica. Dopo una sequenza di album postumi (Reat, Lydspor One & Two, The Heat Equation) volti a chiudere il cerchio sulle ultime produzioni del compianto Mika Vainio – opere autonome e commissioni che ne attestano ulteriormente la statura artistica – valeva senz’altro la pena di riportare alla luce un capitolo emblematico della sua carriera agli esordi, prova straordinariamente precoce del suo distintivo immaginario sonoro. Kiteet [‘Cristalli’] ci racconta di un’epoca in cui le diverse traiettorie dell’utopia e dell’avanguardia estetica potevano ancora incrociarsi fertilmente, dando vita a progetti multidisciplinari innovativi fondati su una visione comune dall’assoluta coerenza concettuale.

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