[V.A.] La Materia Verbal: Antología de la Poesía Sonora Peruana

Buh Records, 2022
sound poetry, experimental


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Spesse volte finisco per ritornare, per vie maestre o laterali, sulle sponde del Finnegans Wake joyciano: il magma ribollente della storia umana che infuria e si rapprende nella parola, segno iper-significante al quale è sacrificata la consecutio temporum dell’intreccio narrativo. Dopo l’opera-mondo di Ulisse, ecco l’opera-universo, imbevuta di scritti antichi come del volgo moderno e di tutto ciò che vi trascorre in mezzo, collassati tra le correnti di un riverrun in grado di fagocitare e rimettere in forma neologica l’intero scibile umano.

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Avram & Dumitrescu – Sacrum et Profanum

Hyperion Ensemble

Edition Modern, 2022
avantgarde, spectralism


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Ascoltando l’opera dei grandi maestri dello spettralismo rumeno, molto spesso si stenta a credere che utilizzino gli stessi mezzi degli altri compositori: parlare di un’estetica visionaria, nel loro caso, non è una forma di iperbole, bensì il mero, obiettivo riconoscimento della loro capacità quasi sovrumana di trascendere i limiti fisici della strumentazione acustica – per non parlare della gravosa eredità di stili e tradizioni che si portano appresso.

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Hannes Lingens – Nachthund

Umlaut, 2022
acoustic dark ambient/drone


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L’arco narrativo del lungo incipit di “2001: Odissea nello spazio” non avrebbe metà del suo soverchiante potere immaginifico ed emozionale senza quel nero al principio, che in realtà principio non è, in quanto simbolizza la notte dei tempi, un orizzonte spazio-temporale infinitamente profondo cui nessuna macchina da presa sarebbe in grado anche soltanto di alludere. È l’oscurità che precede ogni cosa, tranne il suono: ecco le “Atmosphères” di György Ligeti, un rombo primordiale riecheggiante dal fondo dellʼuniverso, presagio di una genesi turbolenta e maestosa.

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Ellen Arkbro & Johan Graden – I get along without you very well

Thrill Jockey, 2022
chamber folk, slowcore


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Non si dovrebbe mai parlare di un disco tirandone direttamente in causa un altro, perché se è vero che nulla si inventa e tutto, in qualche misura, si rielabora e riscrive, ogni opera conserva la propria unicità e va dunque trattata sempre con il medesimo riguardo. A mio parere, tuttavia, questo nuovo e inaspettato progetto di Ellen Arkbro assieme a Johan Graden si colloca in un solco espressivo sin troppo specifico per ignorarlo, ossia quello di due analoghi progetti dall’intenso afflato cameristico: Field of Reeds dei These New Puritans e (per pura coincidenza) The Height of the Reeds, sforzo collettivo a firma di Arve Henriksen.

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