Weekly Recs | 2020/24

Nomi Epstein – sounds (New Focus, 2020)

Piotr Kurek – A Sacrifice Shall Be Made / All the Wicked Scenes (Mondoj, 2020)

Enrico Coniglio – Teredo navalis (Gruenrekorder, 2020)



Nomi Epstein – sounds

New Focus, 2020 | contemporary classical


Già due volte presente nel catalogo New Focus come membro e direttrice del collettivo a•pe•ri•od•ic, la pianista e compositrice di Chicago Nomi Epstein ha un’evidente affinità con le poetiche di Wandelweiser, “movimento” espressivo che più di tutti ha perpetuato l’eredità di Morton Feldman e dei tardi ‘number pieces’ di John Cage. Questo legame si riflette anche nella sua attività di curatrice che, sinora, l’ha portata a organizzare una celebrazione in cinque concerti per il centenario della nascita di Cage, nel 2012, e un festival dedicato proprio a Wandelweiser, nel 2014. 
Nel suo primo album monografico l’autrice americana affida appropriatamente i suoi brani per piano solo a Reinier van Houdt, tra i più sensibili interpreti delle odierne avanguardie riduzioniste, già in stretta collaborazione con Michael Pisaro (The Earth and the Sky, Shades of Eternal Night) e Bruno Duplant (Lettres et Replis). 

L’atmosfera incerta e immersiva di “Till for solo piano” (2003), di chiara ispirazione feldmaniana, mette in luce la mutevolezza di una stessa progressione ascendente – ripetuta tra il secondo e il quarto minuto – in base al grado di pressione sui tasti, alternatamente accarezzati o colpiti con forza come brevi stilettate; attorno a questo momento di epifanica sospensione si susseguono andirivieni di frasi interrogative, trame gentilmente sconnesse che conducono alla sintesi estrema dell’aleggiante irresolutezza, con il rintocco regolare di un solo accordo lasciato risuonare col pedale sustain.
Dapprima più astratto ed elementale si presenta il dittico “Waves / Dyads” (2007/11/19): tetre increspature atonali nel registro grave evocano il moto perpetuo di un’inquieta marea notturna, finché il groviglio indistinto dell’oscurità si dipana nel secondo movimento, nitido e rilucente nell’incedere calmo di accordi minori e irregolari (diadi, per l’appunto) che ciò nonostante risultano ben lungi da una seppur provvisoria pacificazione dell’animo.
Posta in chiusura, “Layers for Piano” (2015/18) è un’ulteriore, forse meno incisiva variazione sui mood tendenti all’acromia del tardo Feldman, strutturata secondo tre diverse ma ininterrotte temporalità e articolazioni: la seconda in particolare, come evidenzia Jennie Gottschalk nelle note di copertina, unisce alla melodia portante dei rispettivi “toni-ombra”, come un ricalco di vaghe impronte che ne minano ulteriormente il fragile equilibrio.

Al coerente corpus solista si affiancano altri due sguardi paralleli all’universo sonoro di Epstein, questa volta in rapporto agli strumenti a fiato: il trio “for Collect/Project” (2016/19) esplora le gemellari proprietà fonetiche di flauto basso (Shanna Gutierrez), voce (Frauke Aulbert) ed elettronica (Francisco Castillo Trigueros), ipotetiche manifestazioni di uno stesso respiro all’incontro tra il naturalismo immaginario di Salvatore Sciarrino e gli shift microtonali di Alvin Lucier.
Infine, le armonie filiformi di “sounds for Jeff and Eliza” (2018, rispettivamente Jeff Kimmel al clarinetto basso ed Eliza Bangert al flauto) sono anch’esse il riflesso opaco degli accordi di piano eseguiti dall’autrice stessa, fonte primaria di un chiarore tonale che nei tenui soffi e negli overtones dei fiati ci riconduce inequivocabilmente a Jürg Frey – tra i più distintivi esponenti del collettivo Wandelweiser. Va così a chiudersi il cerchio dei protagonisti contemporanei che informano variamente lo stile in divenire di Nomi Epstein, già da ora alquanto pregevole e degno d’attenzione.


Already featured twice in the New Focus catalog as member and director of the collective a•pe•ri•od•ic, Chicago pianist and composer Nomi Epstein has an obvious affinity with the poetics of Wandelweiser, an expressive “movement” that more than any other perpetuated the legacy of Morton Feldman and of John Cage’s late ‘number pieces’. This bond is also reflected in her curatorial activity which, up to now, has led her to organize a celebration in five concerts for the centenary of Cage’s birth in 2012, and a festival dedicated to the same Wandelweiser in 2014.
In her first portrait album, the American author appropriately entrusts her pieces for solo piano to Reinier van Houdt, one of the most sensitive interpreters of today’s reductionist avant-garde, already in close collaboration with Michael Pisaro (The Earth and the Sky, Shades of Eternal Night) and Bruno Duplant (Lettres et Replis).

The uncertain, immersive atmosphere of “Till for solo piano” (2003), clearly inspired by Feldman, highlights the changeability of a same ascending progression – repeated between the second and fourth minute – based on the degree of pressure on the keys, alternately skimmed or struck hard like little stabs; around this moment of epiphanic suspension there’s a coming and going of questioning phrases, gently disconnected textures that lead to the extreme synthesis of the hovering irresoluteness, with the regular tolling of a single chord left to resonate with the sustain pedal.
At first more abstract and elemental is the diptych “Waves / Dyads” (2007/11/19): gloomy atonal ripples in the low register evoke the perpetual motion of a restless nocturnal tide, until the indistinct tangle of darkness unravels in the second movement, stark and shining in the calm pace of minor and irregular chords (dyads, in fact) which, despite this, are far from an even temporary pacification of the soul.
Lastly, “Layers for Piano” (2015/18) is a further, perhaps less incisive variation on the late Feldman’s moods tending to colourlessness, structured according to three different but uninterrupted temporalities and articulations: the second in particular, as pointed out by Jennie Gottschalk in the liner notes, complements the supporting melody with respective “shadow pitches”, like a tracing of vague footprints that further undermine its fragile balance.

The coherent solo corpus is accompanied by two more parallel glances to Epstein’s sound universe, this time in relation to wind instruments: the trio “for Collect/Project” (2016/19) explores the twin phonetic properties of bass flute (Shanna Gutierrez ), voice (Frauke Aulbert), and electronics (Francisco Castillo Trigueros), hypothetical manifestations of a same breath at the meeting point between Salvatore Sciarrino’s imaginary naturalism and Alvin Lucier’s microtonal shifts.
Finally, the threadlike harmonies of “sounds for Jeff and Eliza” (2018, respectively Jeff Kimmel on bass clarinet and Eliza Bangert on flute) also are the opaque reflection of the piano chords performed by the author herself, the primary source of a tonal glare that in the soft breaths and overtones of the winds unequivocally traces back to Jürg Frey – one of Wandelweiser’s most distinctive exponents. Thus is closed the circle of contemporary protagonists who variously inform the emerging style of Nomi Epstein, even now quite valuable and worthy of attention.


Piotr Kurek – A Sacrifice Shall Be Made / All the Wicked Scenes

Mondoj, 2020 | ritual ambient/drone, experimental


Così come a suo modo il gesto può divenire musica, la musica può a sua volta farsi teatro della mente, tracciando le linee guida di un’azione fisicamente inespressa, attuabile soltanto nell’immaginazione dell’ascoltatore. Composizioni che nascono come accompagnamento scenico, così, possono trovare su disco una seconda vita pienamente autonoma, all’incontro tra l’udito e la memoria visiva, il vissuto e la fantasia.
Il polacco Piotr Kurek ha concepito queste musiche per le performance teatrali dirette da Tian Gebing e Grzegorz Jarzyna, imbevendole dell’atmosfera solennemente ritualistica che regnava durante le prove di scena tenutesi a Pechino e Shanghai, per poi darvi forma e registrarle in un secondo momento a Varsavia, avvalendosi di musicisti suoi connazionali.

Va da sé che tali brani non possano separarsi del tutto dalla matrice del contesto originario cui fanno capo le rappresentazioni: ma, per l’appunto, nulla vieta all’ascoltatore puro di lasciare che nuove narrazioni si facciano strada nella mente, complice anche l’ampio divario linguistico e culturale.
La fusione di elementi percussivi e di nuances chitarristiche ereditate dal post-rock, ad esempio, può indurre ad attraversare col pensiero la linea del tempo storico, e magari visualizzare tanto i sacrifici e le sanguinose torture d’epoca imperiale, quanto il mormorante viavai di un algido e lussuoso bar notturno (“Dances”); o ancora la fatalità di uno sguardo sensuale alla Wong Kar-wai, accentuata dal canto d’opera di un controtenore (“A Sacrifice Shall Be Made”, “Xiake”) o di un soprano (“Interval”). 
Le voci degli attori dello studio cinese Paper Tiger segnano uno dei momenti più intensi del lato A, accompagnato dall’ipnotico pizzicato di uno strumento a corde tradizionale campionato da Kurek, e infine solcato da feedback distorti alla O’Malley. E se da una parte l’incedere simile a “Venus In Furs” di “Ta Sha Si Le Ta” ci riporta a una dimensione più strettamente legata a usanze e cerimoniali secolari, il coro stratificato di “Falling” si colloca in un atavismo espressivo che elude qualsiasi coordinata spazio-temporale. 

La varietà dei contributi vocali e strumentali amalgamati in questo affascinante Lp giova particolarmente alle indubbie qualità di scrittura e produzione di Kurek, solitamente l’unico artefice dei suoi numerosi progetti firmati con altrettanti moniker. Di certo, ora come ora, il mondo delle colonne sonore avrebbe una gran necessità di uscire dall’impasse dell’ondata neoclassica e dell’ambient claustrofobica alla Reznor/Ross, per accogliere invece ibridazioni evocative e quasi toccanti come quella condotta magistralmente dall’autore polacco.


Just as in its own way the gesture can become music, music can in turn become a theater of the mind, tracing the guidelines of a physically unexpressed action which can only be implemented in the imagination of the listener. Compositions that are born as a stage accompaniment thus can find a completely autonomous second life on a record, at the meeting point between hearing and visual memory, experience and fantasy.
The Polish Piotr Kurek conceived these musics for theatrical performances directed by Tian Gebing and Grzegorz Jarzyna, imbuing them with the solemnly ritualistic atmosphere that reigned during the stage rehearsals held in Beijing and Shanghai, to then give shape and record them later on in Warsaw, availing himself of a few compatriot musicians.

It goes without saying that these pieces cannot be completely separated from the matrix of the original context to which the representations belong: but, in fact, nothing prevents the pure listener from letting new narratives make their way in his mind, also thanks to the wide linguistic and cultural divide.
The fusion of percussive elements and guitar nuances inherited from post-rock, for example, can lead you to cross the historical timeline with your thought, and perhaps visualize both the sacrifices and the bloody tortures of the imperial era, as well as the murmuring comings and goings of an algid and luxurious night bar (“Dances”); or even the fatality of a sensual look à la Wong Kar-wai, accentuated by the opera singing of a countertenor (“A Sacrifice Shall Be Made”, “Xiake”) or a soprano (“Interval”).
The voices of the actors of the Chinese studio Paper Tiger mark one of the most intense moments on side A, accompanied by the hypnotic pizzicato of a traditional string instrument sampled by Kurek, and ultimately crossed by O’Malley-like distorted feedbacks. And while, on the one hand, the cadence resembling “Venus In Furs” of “Ta Sha Si Le Ta” takes us back to a dimension more closely linked to secular customs and ceremonials, the stratified choir of “Falling” lies in an expressive atavism that eludes any space-time coordinate.

The variety of vocal and instrumental contributions amalgamated in this fascinating LP particularly benefits the undoubted writing and production qualities of Kurek, usually the sole architect of his numerous projects, signed with as many monikers. Certainly, at the present moment, the world of soundtracks would greatly need to get out of the impasse of the neoclassical wave and the claustrophobic ambient scores of the Reznor/Ross duo, to instead welcome evocative and almost touching hybridizations such as the one masterfully conducted by the Polish author.


Enrico Coniglio – Teredo navalis

Gruenrekorder, 2020 | field recordings, sound art


Ogni paesaggio è inesauribile, poiché qualunque punto di vista ne elude infiniti altri: oltre alla vastità, è la mutevolezza nel tempo ad assicurarci che la limitatezza della sensorialità umana non potrà mai afferrare pienamente un fenomeno, ma solo effettuare parziali ricognizioni attraverso cui ricostruire una propria immagine del reale. 
Ecco ciò che spinge artisti come Enrico Coniglio a ritornare quasi ossessivamente negli stessi luoghi, a osservare sempre con elevato grado di attenzione gli accadimenti sonori che si verificano entro un contesto in continua evoluzione, tracciando in maniera altrettanto provvisoria i bordi di una “topofonia” che dall’esperienza sensibile si traduce, con ogni evidenza, in un luogo dell’anima. 

Con l’ecosistema naturale e artificiale della laguna veneziana Coniglio ha nel tempo stabilito differenti pratiche relazionali, mescolando all’intento documentario una fine sensibilità compositiva di stampo elettroacustico. Nel suo primo album per la ventennale label tedesca Gruenrekorder – specificamente incentrata sulle arti del field recording – l’intervento dell’artista sulle registrazioni in presa diretta è quasi soltanto “assemblativo”, un dato che rende ancor più affascinante e rivelatorio l’ascolto di Teredo navalis, scenario che vale la pena di esplorare utilizzando un buon paio di cuffie.

Le rilevazioni effettuate nei dintorni di Murano e Sant’Erasmo con idrofoni, microfoni a contatto e sensori elettromagnetici, rivelano spettri di frequenze e sfumature che ricordano da vicino l’archivio di Toshiya Tsunoda, scrigno di dettagli nascosti nelle aree portuali della penisola di Miura. Ma a differenza della pura, quasi neutrale fascinazione del sound artist giapponese, nella ricerca di Coniglio si avverte chiaramente il grido d’allarme di un ambiente fra terra e mare nel quale l’azione umana ha sovvertito in maniera irreversibile gli equilibri preesistenti, con la presenza sempre più invadente di imbarcazioni responsabili di emissioni tossiche.

Appassionata ma tutt’altro che romantica, insomma, la lucida visione dello sperimentatore veneziano, che tramuta l’intrinseca pluralità acustica dei fondali lagunari in un affresco di musique concrète “vergine”, talmente ricca di interazioni spontanee tra elementi eterogenei da non richiedere altro che un orecchio attento e devoto. Enrico Coniglio offre e custodisce tracce d’esistenza che raccontano di una tragedia silenziosa, locale e globale: un insieme di prove che si rivelerebbero determinanti nell’attribuzione della colpa per i crimini della civiltà post-industriale.


Each landscape is inexhaustible, since any point of view eludes infinite others: in addition to its vastness, its changeability over time ensures that the limits of human sensoriality could never fully grasp a phenomenon, but only carry out partial reconnaissance through which to rebuild one’s own image of reality.
This is what pushes artists like Enrico Coniglio to return almost obsessively to the same places, to always observe with a high degree of attention the sound events that occur within a context in perpetual evolution, tracing in an equally provisional way the edges of a “topophony” that from sensory experience translates, with all evidence, into a place of the soul.

With the natural and artificial ecosystem of the Venetian lagoon Coniglio has established different relational practices over time, mixing the documentary intent with a fine compositional sensitivity rooted in electroacoustics. In his first album for the twenty-year German label Gruenrekorder – specifically focused on the arts of field recording – the artist’s intervention on direct samplings is almost only “assemblatory”, a fact that renders even more fascinating and revealing the approach to Teredo navalis, a scenario worth exploring with a good pair of headphones.

The sonic surveys carried out in the surroundings of Murano and Sant’Erasmo with hydrophones, contact mics, and electromagnetic sensors reveal spectra of frequencies and shades that closely resemble Toshiya Tsunoda’s archive, a treasure trove of details hidden in the port areas of the Miura Peninsula. But unlike the Japanese sound artist’s pure, almost neutral fascination, in Coniglio’s research one can clearly perceive the alarm cry of an environment between land and sea in which human action has irreversibly subverted the pre-existing balances, with a more and more intrusive presence of boats responsible for toxic emissions.

In short, the lucid vision of the Venetian experimenter is passionate but far from romantic, transforming the intrinsic acoustic plurality of the lagoon floor into a fresco of “virgin” musique concrète, so rich in spontaneous interactions between heterogeneous elements that it requires nothing more than an attentive and devoted ear. Enrico Coniglio offers and preserves traces of existence that tell of a silent tragedy, both local and global: a set of evidence that would prove decisive in attributing the blame for the crimes of post-industrial civilization.

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