Anthony Braxton & Eugene Chadbourne – Duo (Improv) 2017

New Braxton House, 2020
free improvisation

(ENGLISH TEXT BELOW)

Se osservate da una certa distanza le dinamiche di gioco dei bambini, vi accorgerete che spesso si creano contrasti tra chi vuole impostare alcune regole di base comuni e chi, invece, vuole soltanto divertirsi senza limitazioni di sorta. Già nell’infanzia, insomma, prendono forma le “guardie e ladri” di domani, piccoli maniaci del controllo e furbetti anarchici che, pur condividendo gli stessi spazi e tollerandosi a vicenda, non possono fare a meno di rimarcare le loro divergenti attitudini.
Nelle loro produzioni musicali Anthony Braxton (*1945) e Eugene Chadbourne (*1954) condividono lo stesso grado di libertà espressiva, ma i rispettivi modus operandi differiscono essenzialmente secondo la dicotomia di cui sopra: tanto l’uno ama predisporre in sequenza i propri schemi d’azione – seppur elastici e stratificati all’inverosimile – quanto l’altro non intende rinunciare all’ebbrezza e all’imperfezione dell’istinto subitaneo.


L’improvvisazione è forse l’unico punto d’incontro possibile tra due personalità così singolari: dunque è Braxton a dover lasciare da parte l’ipertrofico sistema della Ghost Trance Music per porsi sullo stesso piano del chitarrista autodidatta Chadbourne, che negli anni settanta si decise a intraprendere la carriera musicale proprio su consiglio del rivoluzionario sassofonista.
A quest’ultimo Chadbourne dedicò inoltre il lato B del suo esordio Volume One: Solo Acoustic Guitar (1976), così esplicitando sin da subito ammirazione e riconoscenza, salvo poi unirsi alla sfrenata scena della downtown newyorkese nella quale avrebbe a lungo imperversato con il maverick John Zorn, prendendo parte ai suoi storici game pieces e pubblicandoli sulla stessa etichetta Parachute che Chadbourne fondò a metà degli anni 70 per dare alle stampe i propri album.

Nonostante lo storico legame tra i due, è soltanto in occasione del 75° compleanno di Braxton che viene presentato il boxset di 8 cd Duo (Improv) 2017, che sembrerebbe costituire a tutti gli effetti la loro prima documentazione discografica congiunta. Ed è per l’appunto un recupero fuori misura, definitivo: otto sessioni (oltre a un bonus incluso nella release digitale) di poco meno di un’ora ciascuna, cronometrate da una clessidra posta all’incrocio dei loro sguardi e registrate nell’arco di quattro giorni consecutivi a fine novembre 2017. Una vera e propria maratona creativa, debordante e intransigente come i suoi protagonisti.

Si potrebbe essere portati a pensare che nella conscia imposizione di un così lungo dialogo musicale si celi un intento prossimo all’autodistruzione: sarebbe semmai più appropriato parlare di un abbandono di sé, risultante dal mettere continuamente in discussione i reciproci automatismi mentali e accogliere, volenti o nolenti, i copiosi spunti offerti dalla controparte.
E ciò che rende interessante l’ascolto dell’intero ciclo è proprio il suo essere quasi sempre “dispari”, felicemente inconciliabile: quella tra Braxton e Chadbourne è un’amichevole ma accesa disputa espressiva che, senza esclusione di colpi, non teme la naturale e umanissima alternanza tra dissidio e concordia, slancio e spossatezza, accondiscendenza e nervosa prevaricazione. 

Uno degli aggettivi che meglio descrive l’approccio performativo di Eugene Chadbourne è ‘irriverente’: in spregio all’inquadramento dei musicisti accademici, non c’è tradizione che esca illesa dal tritacarne della sua multiforme spontaneità. Anche per questo, forse, i corposi fraseggi di Braxton non di rado suonano come un contrariato rimbrottare – o tutt’al più un bonario rimprovero – di fronte all’irrequieta frenesia del “discolo” Chadbourne.
Ciò non significa, ovviamente, che quella del sassofonista sia una presenza rigorosa e inflessibile: nel mezzo del turbine di frattaglie d’atonalismo jazz, il pioniere di Chicago prende gusto a concedersi occasionali discese in un pensoso ermetismo non-musicale che le generazioni a lui successive avrebbero ulteriormente legittimato, rendendolo un tratto fondamentale delle nuove avanguardie radicali.
Il duo facilita lo sfocio nell’eclettismo avvalendosi, da un lato, di sei diversi sassofoni (l’intera gamma dal sopranino al contrabbasso) e di un clarinetto in Si bemolle, dall’altro di due chitarre Gibson, tre banjo, un bajo sexto a 12 corde e una chitarra classica preparata, combinati a diversi accessori ed effetti a pedale.

Particolarmente incline a sovvertire le sonorità country/western, Chadbourne ricorre in più occasioni al bottleneck per solcare a gran velocità la tastiera e raggiungere i semitoni a ridosso del ponticello: ma è con gli strumenti amplificati che la varietà delle sue soluzioni cresce considerevolmente, utilizzando ad esempio il pedale wah per smorzare accordi e assoli in una nebbia indistinta per poi lasciarli affiorare in maniera discontinua.
Altre volte le sue radici invocano le prime battute di un blues languido e sornione, soppresso in men che non si dica in favore di sconnessi delirii in distorsione, ai quali Braxton risponde con andirivieni su scale altrettanto irregolari ma a ritmi tendenzialmente più rallentati.

Seppure sia impossibile offrire un resoconto appropriato ed esaustivo di queste vulcaniche sessioni in studio, merita una menzione particolare la quinta improvvisazione: inizialmente questo take si presenta quasi melodioso e con una punta di sbilenca malinconia, cui vanno poi ad avvicendarsi passaggi dal clima più teso e sulla difensiva, seguendo fasi alterne che originano sempre da una certa introversione prima di deflagrare. Con un flusso para-narrativo relativamente meno caotico degli altri, “Improv Five” si attesta come uno degli episodi più misurati e godibili del lotto, specie se confrontato con quello appena successivo, a metà del quale il duo si scaglia in una serie di acuti lancinanti che Chadbourne porta a un ulteriore estremo aggiungendovi una distorsione acida.

Non è impresa da tutti i giorni – né tutte le settimane – avventurarsi in una così imponente odissea del “nonsense” musicale: potrete sempre approcciarla coi tempi che vi sono più congeniali, ma senza mai dimenticare la determinazione con cui Braxton e Chadbourne hanno concentrato i loro sforzi in pochi giorni, come due capitani che accettano di salire sulla stessa nave e cercano di stabilire una rotta comune, forse senza mai veramente trovarla. Ma ciò che conta realmente, si sa, è il viaggio stesso.

Photo: Reuben Radding

If you observe the game dynamics of children from a distance, you will find that often there’s a contrasts between those who want to set some common ground rules and those who, on the other hand, just want to have fun without any restriction whatsoever. Already since childhood, in short, begin to take shape the “police and thieves” of tomorrow, little control freaks and cunning anarchists who, while sharing the same spaces and tolerating each other, cannot help but emphasize their divergent attitudes.
In their music productions Anthony Braxton (*1945) and Eugene Chadbourne (*1954) share the same degree of expressive freedom, but their respective modus operandi differ essentially according to the aforementioned dichotomy: as much as one loves to sequentially set up his own schemes of action – albeit elastic and layered to excess -, the other isn’t willing to renounce the thrill and the imperfection of sudden instinct.

Improvisation is perhaps the only possible meeting point between two such singular personalities: therefore it is Braxton who has to leave aside the hypertrophic system of Ghost Trance Music to put himself on the same level as the self-taught guitarist Chadbourne, who in the seventies decided to pursue his musical career at the suggestion of the revolutionary saxophonist.
To the latter, Chadbourne also dedicated the B-side of his debut Volume One: Solo Acoustic Guitar (1976), thus immediately expressing admiration and gratitude, only to then join the unbridled scene of downtown New York where he would have long rampaged together with the maverick John Zorn, taking part in his historical ‘game pieces’ and publishing them on the same Parachute label that Chadbourne founded in the mid-70s in order to issue his own albums.

Despite the historic bond between the two, it’s only on the occasion of Braxton’s 75th birthday that the 8-CD boxset Duo (Improv) 2017 is presented, seemingly constituting their very first joint record documentation. And it’s indeed an outsized, definitive catch-up: eight sessions (with a further bonus included in the digital release) of just under an hour each, timed with an hourglass placed at the intersection of their gaze and recorded over the course of four consecutive days in late November 2017. Truly a creative marathon, overflowing and uncompromising like its protagonists.

One might be led to think that something close to a self-destructive instinct underlies the conscious imposition of such a long musical dialogue: if anything, it would be more appropriate to speak of a self-abandonment, resulting from continually questioning each other’s mental automatisms and accepting, willingly or not, the copious ideas offered by the counterpart. 
And what in fact makes it worth listening to the entire cycle is precisely its being nearly always “uneven”, happily irreconcilable: that between Braxton and Chadbourne is a friendly but heated, no-holds-barred expressive dispute that doesn’t shy away from the natural and very human alternation between conflict and concord, momentum and exhaustion, condescension and nervous prevarication.

One of the adjectives that best describes Eugene Chadbourne’s performative approach is ‘irreverent’: in defiance of the academic musicians’ buttoned-upness, no tradition comes out unscathed from the meat grinder of his multifaceted spontaneity. Also for this reason, perhaps, Braxton’s full-bodied phrasing often sounds like a disgruntled scolding – or at most a good-natured reproach – before the restless frenzy of the “rascal” Chadbourne. 
That doesn’t mean, of course, that the saxophonist’s presence is a rigorous and inflexible one: in the midst of his vortex of atonal-jazz debris, the Chicagoan pioneer takes pleasure indulging in occasional descents into a pensive, non-musical hermeticism that later generations would further legitimize, making it a fundamental trait of the new radical avant-gardes. 

The duo facilitates the flow into eclecticism using, on the one hand, six different saxophones (the entire range from sopranino to contrabass) and a B-flat clarinet; on the other, two Gibson guitars, three banjos, a 12-string bajo sexto and a prepared classical guitar, combined with different accessories and pedal effects.
Particularly inclined to subvert the country/western sound, on several occasions Chadbourne resorts to the bottleneck to plough the fretboard at high speed and reach the semitones close to the bridge: but it’s with the amplified instruments that the variety of his solutions grows considerably, for instance using the wah pedal to dampen his chords and solos in an indistinct fog and then let them surface in a discontinuous way.
Other times his roots invoke the first bars of a languid and sly blues, suppressed in no time to then embrace incoherent, distorted ravings to which Braxton responds with comings and goings on equally irregular scales, but at a generally slower pace.

Although it’s impossible to offer a proper and exhaustive account of these volcanic studio sessions, the fifth improvisation deserves special mention: this take is at first almost melodious and with a touch of lopsided melancholy, to which follow passages in a more tense climate, as if defensive, going through alternate phases that always originate from a certain introversion before exploding. With a relatively less chaotic para-narrative flow than the others, “Improv Five” stands out as one of the most measured and enjoyable episodes of the lot, especially when compared with the one immediately following it, in the middle of which the duo leaps into a series of excruciating high notes that Chadbourne takes to another extreme by adding some acid distortion.

It’s not an everyday (nor every week) task to venture in such an imposing odyssey of musical “nonsense”: you can always approach it with the pace that is most congenial to you, but without ever forgetting the determination that led Braxton and Chadbourne to concentrate their efforts in just a few days, like two captains who agree to board the same ship and try to establish a common route, perhaps without ever really finding it. But what really matters, as you know, is the journey itself.

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