Weekly Recs | 2020/23

David Grubbs & Taku Unami – Comet Meta (Blue Chopsticks, 2020)

Christian Kobi – Cathedral (Buh, 2020)

Machinefabriek with Anne Bakker – Oehoe (Where To Now, 2020)



David Grubbs & Taku Unami – Comet Meta

Blue Chopsticks, 2020 | experimental, electroacoustic


Con il secondo album collaborativo tra David Grubbs e Taku Unami si realizza pienamente ciò che nell’inaugurale Failed Celestial Creatures (Empty Editions, 2018) era appena un timido accenno nostalgico agli stilemi post-rock dei Gastr Del Sol: da quell’istintivo intarsio di arpeggi su accordi aumentati o irregolari, circondato da lievissimi bordoni elettroacustici, all’organicità di Comet Meta il duo compie un balzo espressivo tale da arrivare a concepire un putativo (e insperato) spin-off dell’apice poetico Upgrade & Afterlife (1996).

Lo scarto è avvenuto, anzitutto, a livello concettuale: se il precedente incontro si ispirava ai racconti dello scrittore giapponese Atsushi Nakajima – uno spunto letterario tanto criptico quanto surreale –, Comet Meta sembra invece nascere per sottrazione, con maggior spontaneità e da una più immediata intesa creativa, vivificata da un tour intrapreso nella primavera del 2018 tra alcune capitali del Sol Levante. 
La title track iniziale indugia ancora mollemente sui riverberi delle chitarre elettriche, elementi oramai simbiotici per stile ed espressività, fin quando alla traccia principale si sovrappone in dissolvenza il vociare del pubblico ai lati delle strade durante la maratona di New York.
“Mirror Auction at Echo Decor” introduce poi un pianoforte lamentoso e interrogativo – al crocevia tra il tardo Feldman e il monumento minimalista “November” di Dennis Johnson – intorno al quale Unami ordisce un profondo e vibrante corpo sonoro soggetto a inquietanti contrazioni. 

Persino inserti che normalmente potrebbero offrire una forma di stabilità, come il battito regolare della drum machine (“Walking Corpse Within an Old House”), non fanno altro che accentuare il senso di straniamento e irresolutezza del quadro. Dovendo scegliere un passaggio esemplificativo opterei per il soundscape fluttuante di “Thrumming House”, immerso in espansioni aurali di alte frequenze e feedback tra le quali i netti pizzicati della chitarra brillano come punteggiature luminose in una densa coltre di nebbia. 

Su questo ambivalente canovaccio si dispiegano dunque le sei narrazioni senza parole dell’album, in equilibrio sull’esile crinale che separa confortevolezza e disagio, sospensione onirica e presa di coscienza, istanze che a ben vedere convivono, al contempo o alternatamente, nell’arte come nella vita.


With their second collaborative album, David Grubbs and Taku Unami fully achieve what in the inaugural Failed Celestial Creatures (Empty Editions, 2018) was just a faint hint of nostalgia for the post-rock stylistic features of Gastr Del Sol: from that instinctive marquetry of arpeggios on augmented or irregular chords, surrounded by very slight electroacoustic drones, with the organicity of Comet Meta the duo makes an expressive leap towards the conception of a putative (and unexpected) spin-off of the poetic apogee Upgrade & Afterlife (1996).

The difference occurred, first of all, on a conceptual level: if the previous encounter was inspired by the short stories of the Japanese writer Atsushi Nakajima – a literary cue as cryptic as it is surreal –, Comet Meta seems instead to originate from subtraction, with greater spontaneity and from a more immediate creative understanding, enlivened by a tour undertaken in the spring of 2018 between a few capitals of the Far East.
The initial title track still lingers languidly on the reverbs of the electric guitars, elements that by now are symbiotic in style and expressiveness, until the voices of the spectators on the side of the streets during the New York marathon overlap the main track in a cross-fade.
“Mirror Auction at Echo Decor” then introduces a plaintive and interrogative piano – halfway between the late Feldman and Dennis Johnson’s minimalist monument “November” – around which Unami weaves a deep and vibrant sound body subject to unsettling contractions.

Even some inserts that normally would offer a form of stability, such as the regular beat of a drum machine (“Walking Corpse Within an Old House”), actually end up accentuating the sense of estrangement and irresolution of the frame. Having to choose an exemplary passage I would opt for the floating soundscape of “Thrumming House”, immersed in aural expansions of high frequencies and feedback among which the stark pizzicatos of the guitar glow like luminous punctuations through a dense blanket of fog.

On this ambivalent plot, therefore, the six wordless narrations of the album unfold, balanced on the thin line that separates comfort and discomfort, dreamlike suspension and awareness, instances that on closer inspection coexist, at the same time or alternately, in art as in life.


Christian Kobi – Cathedral

Buh, 2020 | free impro, eai


Membro del Konus Quartett e collaboratore di molti illustri protagonisti d’ambito free impro, da qualche tempo lo sperimentatore svizzero Christian Kobi si distingue come uno dei più audaci innovatori del sassofono, strumento che nella ricerca contemporanea ha incontrato una seconda vita, giungendo ad affrancarsi da qualunque tradizione ad esso storicamente legata.

Parte conclusiva della trilogia avviata con CANTO (Cubus, 2010) e rawlines (BDTA, 2013), quest’anno Cathedral ha un analogo (e parimenti titolato) precedente nell’ultima pubblicazione in solo del clarinettista americano Jeremiah Cymerman: laddove però quest’ultimo univa un certo gusto espressionista alla propria ricerca sulle risonanze, Kobi invece prosegue strenuamente nel puro studio delle nascoste proprietà fonetiche del sax, col quale l’ambiente circostante – l’ex capannone della Swisscom, a Berna – intrattiene una relazione tutto sommato secondaria, assorbendo e smussando i contorni dei soffi più possenti.

Quello di Kobi si qualifica indubbiamente come un virtuosismo “verticale”, in quanto si esplica non tanto nell’irregolare fraseggio di marca free-jazz quanto nell’assoluto controllo delle note sostenute e, soprattutto, dei più lancinanti overtones. Proprio il rigoroso senso della misura, d’altronde, è ciò che negli anni ha avvicinato Kobi alle rarefatte poetiche dell’onkyo giapponese (Atta!, Monotype, 2017): un’ermetica indagine alle porte del silenzio caratterizza il secondo quarto della performance, come un teatro di ombre sonore che rifiutano di comunicare altro al di fuori della loro discreta presenza. 

Attorno al ventesimo minuto, poi, si apre una parentesi elettroacustica divisa tra frequenze d’altezza quasi ultrasonica e un drone basso che appare e scompare nel manovrare il volume del mixer. È il riflesso scorporato del radicale riduzionismo fin qui messo in pratica da Kobi, che negli ultimi cinque minuti torna a svuotare i polmoni in una perforante ascensione tonale che arriva a flirtare con il linguaggio segreto dei richiami ornitologici, per poi richiudersi nuovamente in una gorgogliante afonia che negativizza il potenziale di modulazione delle chiavi.

Elusiva ma sottilmente ipnotica, la performance di Cathedral è un ulteriore tassello del mosaico che va a comporre l’inedita immagine del sassofono nel contesto delle avanguardie più oltranziste: un’estetica anti-espressiva che sempre più decisamente si ricongiunge al concetto primordiale del suono come cangiante vibrazione d’aria, medium di un’esplorazione dello spazio unicamente guidata dall’istinto e dall’udito.


A member of Konus Quartett and collaborator of many illustrious protagonists of the free impro scene, for some time now the Swiss experimenter Christian Kobi has been standing out as one of the most daring innovators of the saxophone, an instrument that in contemporary research has found a second life, getting as far as to liberate itself from any tradition historically linked to it.

Final part of the trilogy started with CANTO (Cubus, 2010) and rawlines (BDTA, 2013), this year Cathedral has a similar (and equally titled) precedent in the latest solo release by the American clarinetist Jeremiah Cymerman: however, where the latter combined a certain expressionist taste with his research on resonances, Kobi instead continues strenuously in the pure study of the hidden phonetic properties of the sax, with which the surrounding environment – the former Swisscom high-bay warehouse in Bern – maintains kind of a secondary relationship, absorbing and smoothing the contours of the most powerful blows.

That of Kobi undoubtedly qualifies as a “vertical” virtuosity, since it is expressed not so much in the irregular phrasing derived from free jazz but especially in the absolute control of sustained notes and, above all, of the most excruciating overtones. It’s this same rigorous sense of measure, in fact, that over the years has brought Kobi closer to the rarefied poetics of Japanese onkyo (see also Atta!, Monotype, 2017): a hermetic investigation on the edge of silence characterizes the second quarter of the performance, like a theater of sound shadows that refuse to communicate anything other than their discreet presence.

Around minute 20, then, an electroacoustic parenthesis opens, divided between frequencies of almost ultrasonic height and a low drone that appears and disappears in maneuvering the mixer volume. It’s the disembodied reflection of the radical reductionism practiced so far by Kobi, who in the last five minutes returns to empty his lungs in a piercing tonal ascension that comes close to flirting with the secret language of ornithological calls, and then closes again in a bubbling aphonia which negates the modulation potential of the keys.

Elusive but subtly hypnotic, the performance of Cathedral is a further piece of the mosaic that makes up the unprecedented image of the saxophone in the context of the most hard-line avant-garde: an anti-expressive aesthetic that increasingly embraces the primordial concept of sound as a mutable vibration of air, the medium of an exploration of space guided solely by instinct and hearing.


Machinefabriek with Anne Bakker – Oehoe

Where To Now, 2020 | experimental electronic, modern classical


I raffinati sound design di Rutger Zuydervelt (alias Machinefabriek) e le armonie della violinista/violista Anne Bakker si sono già incontrati in svariate occasioni, sino a formare un solido mélange espressivo che giunge oggi al suo quarto capitolo in studio. In meno di mezz’ora Oehoe condensa una sorprendente quantità di suggestioni sonore, guidandoci nel verde di giardini elettronici che un labirintico gioco di specchi rende apparentemente infiniti.

Anche dopo ripetuti ascolti non sono riuscito a separarmi dall’immagine di un complice inseguimento sull’onda di una seduzione fatale: qualcosa di simile ad ‘Apollo e Dafne’ del Bernini, l’infinita grazia e lo slancio delle forme flessuose modellate dal marmo grezzo, una venuta al mondo laboriosa che dà luogo a un’apparizione improvvisa, un’epifania sensoriale che racchiude in sé intere narrazioni. 

Così in Oehoe gli strumenti ad arco e i vocalizzi angelici di Bakker popolano lo spazio sonoro con elasticità e imprevedibile dinamismo, parcellizzati e riconfigurati dal deus ex machina Zuydervelt in liberi schemi geometrici o astratti.
Inortodossi contrappunti di clavicembali digitali, chitarre, grumi di sintetizzatori e tessiture ritmiche si manifestano nell’ampio spettro compositivo, in un assommarsi caotico ma mirabilmente equilibrato di sorgenti acustiche eterogenee e inafferrabili, come un ensemble misto da camera proiettato in un caleidoscopio.

Oehoe ha il raro pregio di essere un’opera succinta ma multivoca, aperta non soltanto a letture ma anche ad esperienze d’ascolto sempre nuove, mutevoli quanto i punti di vista su un ingegnoso trompe-l’œil, foriero di dettagli decorativi e simbologie “nascosti in bella vista”. Questo è artigianato sonoro d’alto livello.


The refined sound designs of Rutger Zuydervelt (aka Machinefabriek) and the harmonies of the violinist/violist Anne Bakker had already entwined on several occasions, to the point of forming a solid expressive mélange that now reaches its fourth studio chapter. In less than half an hour Oehoe condenses a surprising amount of sound suggestions, guiding us through the greenery of electronic gardens which a labyrinthine play of mirrors renders seemingly endless.

Even after a few listens I was unable to set aside the image of a knowing chase on the wave of a fatal seduction: something similar to Bernini’s ‘Apollo and Daphne’, the infinite grace and the momentum of the flexuous shapes modeled from raw marble, a laborious coming into the world that gives rise to a sudden apparition, a sensorial epiphany that contains entire narratives.

Thus in Oehoe the string instruments and the angelic vocalizations of Bakker populate the sound area with elasticity and unpredictable dynamism, partitioned and reconfigured by the deus ex machina Zuydervelt in loosely geometric or abstract patterns.
Unorthodox counterpoints of digital harpsichords, guitars, lumps of synthesizers and rhythmic textures manifest themselves through the broad compositional spectrum, in a chaotic but admirably balanced combination of heterogeneous and elusive acoustic sources, like a mixed chamber ensemble projected into a kaleidoscope.

Oehoe has the rare merit of being a succinct but multivocal work, open not only to readings but also to listening experiences that are always new, as changeable as the points of view on an ingenious trompe-l’œil, harbinger of decorative details and symbols “hidden in plain sight”. This is high-level sound craftsmanship.

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