Roly Porter – Kistvaen

Subtext, 2020
experimental electronic

(ENGLISH TEXT BELOW)

Le opere d’arte più fatali e perturbanti non nascono propriamente dall’intenzione, quanto piuttosto dalla tormentosa escavazione nelle profondità del vissuto interiore, luoghi dell’Io nei quali è impervio addentrarsi e non è dato di trovare risposte rassicuranti. L’unica consapevolezza, laggiù, è quella di essersi perduti: la palingenesi divina ha mancato di compiersi con segni evidenti, la via della salvezza è un terreno aspro e ripido che si percorre in solitudine. Ma è l’ineluttabile corso della storia, o forse un’inquietudine atavica, che spinge a creare opere come Kistvaen?


Si direbbe che, giunto al suo quarto album in studio, Roly Porter abbia compiuto a ritroso il viaggio spirituale di Olivier Messiaen, dalle stelle ai canyon, dalle energie macroscopiche dei corpi celesti (Life Cycle of a Massive Star, Third Law) allo squassante potere tellurico della terra. Il suo riflesso è la densa congerie di sorgenti di matrice acustica: rombi di tuono e crepitii lignei, eco lontane di vox clamantis, pervasive linee melodiche e distorsioni digitali evocano quasi ossessivamente la conflittualità tra le forze della natura e l’azione umana, anime che nell’interpretazione del sound artist di Bristol appaiono parimenti martoriate. 

Un lamento affiora dall’oscurità mentre le rovine circostanti cominciano a cedere e sbriciolarsi tra tonfi sordi: è il canto funebre, sin dai primi istanti, l’inequivocabile forma espressiva dell’album, di cui il monumento in granito che la intitola non è altro che un simbolo arbitrario, il muto vessillo che unisce gli antichi riti pagani della tumulazione e l’angoscia del presente in un disperato, irrisolto sguardo sull’eternità.
Ma Kistvaen non presenta soltanto un vago richiamo all’universo musicale passato e presente: la pulsante sintesi di Porter reca con sé vivide e persistenti tracce di altre opere contemporanee dalla dirompente carica drammatica, talvolta distinte al punto di far pensare a omaggi espliciti. 

In “Burial” sono gutturali fiati aborigeni a intonare le solenni progressioni di “Koyaanisqatsi” nell’irregolare adombrarsi di promontori e crepacci vertiginosi, mentre sono le linee di una viola a tracciare i solchi autoriferiti dell’originario ‘Disintegration Loop’ di Basinski. “An Open Door” è introdotta dalla dolente melodia di un pianoforte scordato alla Silver Mt. Zion, segnale d’ingresso per ondate di cori diafani e parcellizzati, in tutto simili ai vocalizzi asemantici del tardo Jóhann Jóhannsson. E poi ancora elevazioni d’organo e sintetizzatore, vibrazioni sacrali che conducono al vertice saturante di “Passage”, memore dell’“Aguirre” dei Popol Vuh, sino all’estrema consolazione di Górecki nella title track finale, di nuovo rivolta alle sommità astrali. 
Non si tratta, evidentemente, di una mera collazione di influenze e rimandi stilistici, quanto di un accentramento di tutte le tempre liriche a disposizione: impotenti a sorreggere un’architettura sonora in disfacimento sotto la spinta di calamità elementali, le loro voci sommesse attraversano i resti della civiltà e ne intonano il pietoso requiem.

Opera sofferta e intensamente chiaroscurale, Kistvaen sposta le coordinate della ricerca sonora di Roly Porter dall’orrore cosmico alla poesia mistica, riproponendo domande ancestrali che rimarranno sepolte con l’umanità, interminabili preghiere sussurrate sottoterra.
Con la chiusura di Tri Angle Records, Porter ritorna finalmente tra le file della Subtext di cui fu co-fondatore, affiancandosi nuovamente ai più talentuosi esponenti di una pratica compositiva elettronica che non trova ancora terminologie calzanti, e che proprio grazie alla sua elusività tassonomica ha potuto evolversi in un’estetica autonoma e visionaria.


The most fatal and perturbing works of art do not exactly arise from intention, but rather from the tormented excavation in the depths of the inner life, places of the self where it’s impervious to penetrate and reassuring answers cannot be found. The only awareness, down there, is that of being lost: divine palingenesis has failed to manifest itself with clear signs, the way of salvation is a rough and steep terrain that can only be traveled in solitude. But is it the inevitable course of history, or perhaps an atavistic anxiety, that lead to the creation of works such as Kistvaen?

It seems that, with his fourth studio album, Roly Porter has made the spiritual journey of Olivier Messiaen backwards, from the stars to the canyons, from the macroscopic energies of celestial bodies (Life Cycle of a Massive Star, Third Law) to the earth’s impetuous telluric power. Its reflection is the dense congeries of acoustic sources: thunder rumbles and wooden crackles, vox clamantis echoing in the distance, pervasive melodic lines and digital distortions, almost obsessively evoke the conflict between the forces of nature and human action, souls that appear equally battered in the interpretation of the Bristol-born sound artist.

A lament emerges from the darkness while the surrounding ruins begin to yield and crumble in dull thuds: since the first moments, it’s the funeral chant the unmistakable expressive form of the album, of which the granite monument titling it is nothing but an arbitrary symbol, the silent vessel that unites the ancient pagan rites of interment and the anguish of the present in a desperate, unresolved gaze on eternity.
But Kistvaen doesn’t just present a vague reference to the past and present musical universe: Porter’s pulsing synthesis carries vivid and persistent traces of other contemporary works marked by a disruptive dramatic charge, sometimes distinct to the point of suggesting explicit tributes.

On “Burial”, guttural aboriginal winds intone the solemn progressions of “Koyaanisqatsi” on the irregular shadowing of vertiginous promontories and crevasses, while it’s the lines of a viola that trace the inward grooves of Basinski’s original ‘Disintegration Loop’. “An Open Door” is introduced by the pained melody of an out-of-tune piano à la Silver Mt. Zion, the cue signal for waves of diaphanous and fragmented choirs, in all similar to the asemantic vocalizations of the late Jóhann Jóhannsson. And then more elevations of organs and synthesizers, sacral vibrations that lead to the saturating apogee of “Passage”, reminiscent of Popol Vuh’s “Aguirre”, reaching up to Górecki’s ultimate consolation in the final title track, once again facing up to the astral heights. 
Evidently, this is not a mere patchwork of influences and stylistic references, but instead a gathering of all the lyrical temperaments available: powerless to support a sound architecture shattering under the pressure of elemental calamities, their hushed voices traverse the remains of civilization and intone its compassionate requiem.

A sorrowful and intensely chiaroscuro work, Kistvaen shifts the coordinates of Roly Porter’s sound research from cosmic horror to mystical poetry, reviving ancestral questions that will remain buried with humanity, endless prayers whispered underground. 
With the end of Tri Angle Records, Porter finally returns to the ranks of Subtext, which he co-founded, once again alongside the most talented exponents of an electronic compositional practice that still cannot find a fitting terminology, and which thanks to its taxonomic elusiveness has been able to evolve in an autonomous and visionary aesthetic.

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