Thomas Meadowcroft – Percussion Works

Speak Percussion

Mode Records, 2020
contemporary classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Postmoderno è scrivere un quartetto d’archi come se fosse destinato a un ensemble di percussionisti, e viceversa. Ma in fondo tanti autori contemporanei non hanno fatto altro che liberare il potenziale inespresso degli strumenti classici, e in particolare quelli ritenuti “secondari” sino al tramonto dell’epoca romantica.
Le barriere demolite dall’orecchio “assoluto” di John Cage – egli stesso autore di pionieristici brani per percussioni – sono state solo il preludio a un processo di radicale reimmaginazione ancora in divenire, del quale l’australiano Thomas Meadowcroft (*1972) giunge ora a configurarsi come un promettente esponente.


Nel suo primo album monografico sono raccolti quattro brani composti tra il 2000 e il 2013, registrati agli inizi dello scorso decennio ma solo ora editi dalla prestigiosa Mode Records, la cui linea editoriale raramente coinvolge autori più recenti. Ma tale occasione permette anche di puntare i riflettori sull’eccellente ma ancora poco documentato lavoro del collettivo Speak Percussion, presentato su disco due anni fa da un live assieme allo sperimentatore norvegese Ingar Zach (Before Nightfall One, Sofa, 2018).
La comune nazionalità unisce il compositore e gli interpreti nella creazione subitanea (e solo in apparenza istintiva) di uno scenario espressivo a dir poco singolare che, seppur forgiato nella “rimozione” culturale del continente, si manifesta sotto forma di un’eccentrica e multiforme astrazione anziché di un incerto recupero etnomusicologico.

Nel trio “The Great Knot” (2011) oltre a piatti, tamburi e diversi recipienti, i performer suonano alternatamente bicchieri di vetro e flauti di plastica, mentre una traccia elettronica emette acuti toni statici: così una micro-sinfonia di cigolii e richiami evoca liberamente il viaggio migratorio verso sud del piovanello beccosottile, quando a metà del brano la traccia-guida prorompe in un gioioso loop sintetico sul quale gli interpreti rendono ancor più intensa e variegata la loro azione percussiva, in un rumorismo controllato che non nasconde l’euforia degna di un gioco infantile. 

Melliflui fraseggi di pianoforte Wurlitzer a opera di Meadowcroft accompagnano l’altrettanto dinamica esecuzione di “Cradles” (2013), definita dall’autore come “una ninna-nanna per mettere a dormire la tanto cara strumentazione analogica”: il tintinnare dei metalli e degli oggetti di legno è complementare al pervasivo scorrere dei nastri magnetici strattonati dai due esecutori principali, che come brandendo sottili redini realizzano in diretta un grottesco cortocircuito atonale. 

Unico brano solista dell’album – eseguito Eugene Ughetti, direttore dell’ensemble – “Plain Moving Landfill” (2003) traccia un immaginario piano-sequenza sulla disturbante pluralità sinestetica di una discarica: costruito su un pervasivo sottofondo elettronico, l’instabile paesaggio prende forma con l’esecuzione semi-improvvisata su un ampio insieme di strumenti e oggetti tra cui grancassa, rullante, cinque pompe a pedale e dodici metalli intonati. 

Thomas Meadowcroft

Da ultimo sei musicisti prendono parte a “Home Organs” (2000), brano che appare più “scomposto” che composto, e che infatti è “modellato sul recupero della memoria all’inizio del morbo di Alzheimer”, una fase in cui “i ritornelli dell’infanzia scorrono liberamente mentre i ricordi più o meno ‘funzionali’ vengono filtrati”. Titolata con il termine che nel gergo australiano designa le tastiere a uso domestico, la partitura è un ricettacolo di interazioni sonore che mescolano la concretezza dei legni ai clangori meccanici, rulli di tamburo ad avvolgenti vibrazioni di campane, il tutto solcato da laceranti ondate di organo elettrico che arrivano quasi a sovrastare il bizzarro disordine percussivo.

L’estrosa creatività di Thomas Meadowcroft rifugge l’ortodossia e l’accademismo per fare spazio a inattese epifanie para-musicali, lasciando che si realizzino netti contrasti tra l’accenno onomatopeico e l’impertinente licenza poetica, elementi di pari dignità nella coniazione di un nuovo e visionario lessico compositivo di cui il presente album è soltanto un primo, entusiasmante saggio pratico.


Postmodern is to write a string quartet as if it were intended for a percussion ensemble, and vice versa. But after all, what many contemporary authors have been doind was simply to unleash the unexpressed potential of classical instruments, particularly those considered “secondary” until the demise of the Romantic era.
The barriers demolished by the “absolute” ear of John Cage – himself the author of pioneering pieces for percussion – were just the prelude to a process of radical reimagination still in progress, of which the Australian Thomas Meadowcroft (*1972) now emerges as a promising exponent.

His first monographic album includes four pieces composed between 2000 and 2013, recorded in the early 10s but only now published by the prestigious Mode Records, whose editorial line rarely engages with more recent authors. But this occasion also allows to shed a spotlight on the excellent but still poorly documented work of the collective Speak Percussion, presented on disk two years ago with a live set alongside Norway’s experimenter Ingar Zach (Before Nightfall One, Sofa, 2018).
A common nationality unites the composer and the interpreters in the sudden (and only apparently instinctive) creation of a singular, to say the least, expressive scenario that, although forged in their continent’s cultural “removal”, manifests itself in the form of an eccentric and multifaceted abstraction instead of an uncertain ethnomusicological recovery.

In the trio “The Great Knot” (2011) in addition to cymbals, drums and various receptacles, the performers alternately play wine glasses and plastic recorders, while an electronic track emits high-pitched static tones: thus a micro-symphony of squeaks and bird calls freely evokes the southward migratory journey of the titular species, when half through the piece the guide-track breaks out in a joyful synthetic loop on which the performers make their percussive action even more intense and diverse, in a controlled noise that doesn’t conceal an euphoria worthy of a childish game.

Meadowcroft’s mellifluous phrases on Wurlitzer piano accompany the equally dynamic performance of “Cradles” (2013), defined by the author as “a lullaby to help put treasured analogue musical equipment to bed”: the clattering of metals and wooden objects is complementary to the pervasive flow of magnetic tapes tugged by the two main performers, who, as if brandishing thin reins, create a grotesque atonal short-circuit on the spot.

Speak Percussion

The only solo piece of the album – performed by Eugene Ughetti, director of the ensemble – “Plain Moving Landfill” (2003) traces a sequence shot on the disturbing synesthetic plurality of a dump site: built over a pervasive electronic background, the unstable landscape takes form through a semi-improvised execution on a large set of instruments and objects including bass and snare drums, five footpumps and twelve pitched metals.

Lastly, six musicians take part in “Home Organs” (2000), a piece that appears more “decomposed” than composed, and which is in fact “modeled on memory retrieval at the onset of Alzheimer’s illness”, a phase during which “childhood refrains flow freely while more or less ‘functional’ memories are filtered out”. Titled with the term that in Australian jargon designates domestic keyboards in general, the score is a repository of sonic interactions that mix the concreteness of woods with mechanical clangs, drum rolls with enveloping bell vibrations, all crossed by lacerating waves of electric organ sounds that almost overwhelm the bizarre percussive mess.

Thomas Meadowcroft’s whimsical creativity shuns orthodoxy and academism to make room for unexpected paramusical epiphanies, allowing clear contrasts to arise between onomatopoeic hints and impertinent poetic licenses, equally dignified elements in the coining of a new and visionary compositional lexicon of which this album is only a first, exciting practical essay.

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